DEI FINTI BENEFICI DEL TRUCCO DELLE PRIVATIZZAZIONI

 

 

DEI FINTI BENEFICI DEL TRUCCO DELLE PRIVATIZZAZIONI
Il processo di privatizzazione non porta alcun beneficio reale né miglioramenti degl’indici di produttività all’Italia. La capacità di crescita della produzione industriale crolla in quegli anni di svendita del patrimonio nazionale, in particolare con il rigore di spesa del 2007, imposto al noto inconcludente Romano Prodi, la campagna della gestione pubblica degli enti locali (Legge 267 del 2000), i tagli ai bilanci pubblici del periodo 1996-2000 e 2006-2008 (Joseph Halevi), e, infine, il sostegno entusiasta di certi analfabeti al Trattato di Lisbona. Essendo oggi l’Italia privata della sua industria e di sovranità monetaria, sono i cosiddetti “mercati internazionali” a valutare l’assetto dell’economia Italiana, a determinarne gli investimenti, i disinvestimenti, la perdita di posti di lavoro, i tagli della spesa pubblica e le privatizzazioni dei servizi essenziali.

 

DELLE PRIVATIZZAZIONI IN ITALIA
La pluriennale demolizione dell’industria italiana
La cronologia delle privatizzazioni in Italia è lunga e un po’ tediosa; non è necessario leggerla tutta per seguire il filo del ragionamento. È però utile dare una rapida scorsa al numero delle imprese cedute e ridimensionate in questi ultimi 20-30 anni; serve pure, di quando in quando, ripassare l’elenco, perché parliamo di una moltitudine di società di grandi dimensioni che vengono spolpate e ridimensionate, “sfrondate”, con la conseguente perdita di centinaia di migliaia di posti di lavoro che non verranno più recuperati. Molte di esse rappresentano in passato il pinnacolo della tecnologia mondiale e danno lavoro a migliaia di persone, conferendo alle famiglie capacità di spesa tali da non essere confrontabili con la situazione fabbricata in questi tempi di drammatica decadenza. Bisogna poi riflettere su due aspetti che cristallizzano il luogo comune attorno alle aziende statali e parastatali; l’idea che in essi alberghino migliaia di parassiti indolenti è presente, almeno fino a vent’anni fa, in parecchie chiacchiere da bar, unitamente al preconcetto che i dipendenti pubblici devono essere soggetti ingiustamente raccomandati e votati a “scaldare la sedia” fino ad età pensionabile, per via del voto di scambio. Si può accettare per vera una certa misura di questi luoghi comuni, a patto di ragionare perlomeno attorno ad altre 5 considerazioni:

1) i luoghi comuni circa l’indolenza dei dipendenti delle società del settore pubblico è impiantato dalla propaganda, proprio per rendere più accettabile la feroce e ingiustificata lena con la quale vengono scaricati a decine di migliaia i lavoratori specializzati e ben remunerati (questi luoghi comuni sono assai diffusi e spesso vengono promossi a fianco a quello dell’evasione fiscale; la tecnica dell’impianto ideologico consiste nel dare la colpa al lavoratore indolente della grande impresa statale, o all’evasore fiscale della piccola impresa privata, dei gravi danni che le élite al potere fanno al sistema economico con le crisi fabbricate e le politiche deflative);

2) le decine di migliaia di ex dipendenti pubblici non più occupati, corrispondono ad una proporzionale riduzione della moneta che circola nella comunità, con conseguente proporzionale riduzione di consumo, produzione e lavoro per il resto della comunità economica; gli stessi bar in cui si fanno le chiacchiere a critica del settore pubblico, oggi fatturano certamente di meno, per l’assenza di quei tali clienti criticati, e questo vale anche per il resto dell’indotto, per tutti i negozi vicini, quelli del centro della città vicina, i loro fornitori, i produttori e così via.

3) Tra i dipendenti pubblici meno produttivi, bisognerebbe anzitutto considerare quelli che lavorano per i mestieri delle armi, a tutti i livelli; essi, infatti, non solo consumano senza produrre nulla di utile al benessere dell’umanità, non solo non servono a difendere nessun territorio – perché lavorano al servizio diretto delle aristocrazie finanziarie apolidi e internazionali – ma collaborano alla distruzione di vite umane e – quando operano in tempo di finta “pace” – di tutta la ricchezza materiale che viene prodotta in esubero dal 1900 in poi.

4) Nonostante l’assoluta inettitudine di Romano Prodi (come presidente dell’IRI) e dei suoi dirigenti, non tutte le società del suo gruppo sono “carrozzoni” improduttivi; ve ne sono talune che certamente sono ai primi posti a livello mondiale e ve ne sono altre, come Seat div STET, che, truffando la propria clientela con il trucco dei moduli d’ordine illeggibili e la reiterazione della finta pubblicità sugli elenchi telefonici surrettiziamente moltiplicati ogni anno, nel 1992 producono il 50% di utile, con 2500 impiegati e 2500 agenti, quasi tutti completamente sfaccendati.

5) la frammentazione, la disgregazione e, di fatto, l’eliminazione quasi completa di tutte quelle risorse produttive impiegate nella totalità del complesso dell’industria italiana, dovrebbe dare l’idea che non ci potranno più essere i livelli d’occupazione precedenti, a prescindere dalle recessioni economiche fabbricate e dalle attese di ripresa dei millantatori giornalisti e dei finti economisti. Le scempiaggini retoriche sulla “competitività”, sulla “flessibilità”, “sull’autofinanziamento” e su tutte le altre cretinate che vengono sistematicamente messe in bocca ai giornalisti – e ai loro ospiti – più vili ed ignoranti, servono a distrarre l’attenzione da un fatto fondamentale per l’occupazione: l’industria italiana è smantellata e, in questo momento, i posti di lavoro perduti non possono essere re-inventati; perciò è inutile ipotizzare che una teorica ripresa possa ridare il lavoro a chi l’ha perduto. Il processo inizia molto prima della frode finanziaria del 2008. Quando dovesse esserci, se ci sarà, un ciclo di politiche inflative tale da far iniziare una qualche forma di ripresa, i 75.000 lavoratori sottratti all’ENI non rientreranno mai più in ENI, né i loro figli avranno lavori con le stesse garanzie contrattuali e la stessa capacità di spesa. Saranno come gli altri che han perso il lavoro: resteranno sbandati, in cerca di qualche lavoretto occasionale, part-time, non continuativo, precario, di cooperazione, in cooperativa, interinale, a progetto, a chiamata, a richiesta, a intuito, o in qualunque altra forma illegale e immorale lo si voglia inquadrare, e dovranno anche sentirsi in obbligo verso quegli altri poveri datori di lavoro della piccola industria che, oppressi dalla persecuzione e dall’estorsione fiscale, resistendo fino alla fine, saranno capaci di farli lavorare per qualche ora a settimana, o al mese.

DELLA CRONOLOGIA DELLE PRIVATIZZAZIONI
Il 7 febbraio 1992 viene firmato il trattato di Maastricht, che entra in vigore l’anno seguente, il 1993. Il 17 febbraio 1992 viene arrestato a Milano Mario Chiesa e inizia la stagione di “Tangentopoli”. Alcuni magistrati, deludendo la tradizione italiana, acquistano d’un tratto enorme potere, riescono inspiegabilmente a far fuori un’intera classe politica e a decapitare la classe dirigente della grande impresa italiana.

Il 1993 è anche l’anno in cui il governo Ciampi, assai prontamente per lusingare i suoi padroni che nel frattempo hanno sciolto i loro cani, istituisce il Comitato Permanente di Consulenza Globale per le privatizzazioni.

Sempre in quell’anno, gli accordi del ministro dell’industria Paolo Savona con il commissario europeo alla concorrenza Karel Van Miert (Vivendi, Agfa Gevaert, Anglo American plc, Royal Philips, Solvay, burocrate UE), e quelli del ministro degli esteri Beniamino Andreatta con Van Miert, impegnano l’Italia a ristrutturare le aziende di Stato (perché divengano appetibili all’investitore privato, magari estero) defenestrando masse di lavoratori dipendenti. Nel tempo a venire, diventano realtà l’Unione Europea sovranazionale e l’Unione Monetaria; nell’arco di pochi mesi, il gruppo politico sopravvissuto alla cosiddetta “Tangentopoli”, cioè i finti comunisti del “centrosinistra”, si getta nelle privatizzazioni.

Dal 1997 al 2000 il centrosinistra italiano stabilisce i record europei delle privatizzazioni, con la svendita dei beni pubblici all’investitore privato; questo processo di privatizzazione ha portato alla svendita in liquidazione di:
ENI,
S Paolo di Torino,
Banco di Napoli,
SEAT div. STET,
Telecom,
INA,
IMI,
IRI,
SME,
Alitalia,
ENEL,
Comit,
Autostrade
ed altre meno note.

IRI
L’IRI, l’istituto di ricostruzione industriale, è costituito nel 1933 (legge 512) come ente di “salvataggio”; deve rilevare i pacchetti azionari, che in quel momento sono tenuti da numerose banche, le quali finanziano società commerciali e industriali attraverso l’acquisto d’azioni e poi, a causa della crisi finanziaria artificiale del 1929, si trovano con immobilizzazioni tali da non riuscire più a svolgere la loro “funzione creditizia”. L’IRI libera da questo carico le banche e attua un piano di risanamento delle imprese dissestate.

Nel 1948 entra in vigore in Italia la Costituzione dell’Ordinamento della Repubblica Italiana, che attribuisce allo Stato sia il ruolo di regolatore che di imprenditore (art. 43). Questo può essere spiegato con le esigenze di ricostruzione, dopo i tragici bombardamenti anglo-americani. I costituenti ritengono che la spesa pubblica sia indispensabile per la crescita dell’economia nazionale. Per questo motivo l’IRI non viene sciolta, nonostante sia un istituto nato durante il periodo fascista. Negli anni cinquanta, l’IRI si trasforma in un strumento di ammodernamento. Acciaierie, autostrade e telecomunicazioni sono necessari anche per lo sviluppo del capitalismo nazionale e l’IRI ha un ruolo di punta nei settori dove più forti sono i processi d’innovazione tecnologica.

ENI
L’Eni, ente nazionale idrocarburi, viene costituito nel 1953 e gestisce le partecipazioni statali nel settore dell’industria petrolifera e nei settori che ad essi si collegano, a partire dalla petrolchimica, poi abbandonata. Eni ed IRI sono le principali aziende statali italiane, alle quali si affianca l’EFIM (ente finanziamento industria meccanica) sorto nel 1962 e l’EGAM (ente gestione aziende minerarie), costituito nel 1971 e sciolto 6 anni più tardi.

DEGLI ENTI DI STATO TRASFORMATI IN SPA
Ma, nel 1956, con la legge 1589, venne istituito il ministero delle partecipazioni statali, il quale si basa sull’idea che l’impresa pubblica debba essere utilizzata come agente di sviluppo economico oppure come strumento di politiche sociali ed occupazionali. Le aziende di Stato diventano società per azioni, il cui capitale è detenuto dal “pubblico”; l’ente pubblico di gestione esercita una attività di direzione tecnica nei confronti delle società partecipate; il ministero nomina i vertici degli enti pubblici, quindi esercita una direzione politica delle “holding” con il potere di nomina. Il ministro (quindi il governo) può nominare e revocare i dirigenti di queste società; gli obiettivi che si perseguono sono anche obiettivi di carattere sociale e non esclusivamente di tipo imprenditoriale. Le imprese a partecipazione pubblica vengono raggruppate in holding: l’IRI controlla le partecipazioni industriali, bancarie e di altri servizi; l’EFIM controlla le partecipazioni nei settori metallurgico e meccanico; l’ENI quelle petrolifere, tessili e petrolchimiche, l’EAGG le imprese del settore cinematografico, l’EAGAT nel settore termale e l’EGAM nel settore minerario.

Negli anni ottanta si comincia a parlare in Italia di privatizzazioni, e vengono subito negoziate:

Buitoni-Perugina,
Alfa Romeo,
Lanerossi,
Banco del Santo Spirito,
Banco di Roma.

Buitoni-Perugina: il controllo del gruppo è stato ceduto a capitali stranieri (Nestlè).

Le prime privatizzazioni si hanno nel 1986 e 1987 con la cessione dell’Alfa Romeo da parte dell’IRI e della Lanerossi da parte dell’ENI. Agli inizi degli anni novanta, la cessione da parte dell’IRI del Banco del Santo Spirito e del Banco di Roma alla Cassa di risparmio di Roma. Non si tratta di una vera privatizzazione, data la natura semi-pubblica dell’acquirente.

L’avvio delle privatizzazioni
IRI,
ENI (l’ENI perde 80 mila dipendenti), ENEL,
INA,
Bnl Spa,
IMI spa,
EFIM,
Sme,
Gs,
Autogrill,
Cirio Bertolli De Rica,
Italgel,
Pavesi,
Ilva Laminati Piani,
Accia Speciali Terni,
Dalmine,
Acciaierie e Ferriere di Piombino,
Csc – Centro Sviluppo Materiali,
Alumix,
Cementir,
Siv – Società Italiana Vetro,
Montefibre,
Enichem,
Augusta,
Inca International, Alcantara,
Nuovo Pignone,
Italimpianti,
Elsag Bailey Process Automation,
Alfa Romeo,
Savio Macchine Tessili,
Esaote Biomedica,
Vitrosel,
Enia,
Dea,
Mac – Alenia Marconi Communications, Società Italiana per Condotte d’Acqua, Telecom Italia,
Seat Pagine Gialle,
Editrice Il Giorno,
Nuova Same.

Proprio all’inizio degli anni ’90, in Italia, sono introdotte una serie di norme che permettono l’avvio di un processo massiccio di privatizzazione, il quale non ha ancora avuto termine. Nel marzo del 1990, sorge una Commissione per il riassetto del patrimonio mobiliare pubblico e per le privatizzazioni, presieduta dal prof. Scognamiglio, che produce un documento atto a determinare le condizioni per l’adozione di una prima misura governativa per definire le regole generali delle privatizzazioni. Successivamente vengono emessi una serie di atti normativi riguardanti il trucco della privatizzazione, tra i quali:

il D.L. 5 dicembre 1991, n. 386, convertita nella legge 5 del 1992, che riconosceva agli enti la possibilità di trasformarsi in SpA;

il D.L. 11 luglio 1992, n. 333, convertito nella Legge 8 agosto 1992, n. 359, con la quale si ha la trasformazione dell’IRI, dell’ENI, dell’ENEL e dell’INA in società per azioni, con assegnazione delle azioni al Ministero del Tesoro che si vede attribuire anche le azioni della Bnl Spa e dell’IMI spa (decreto Amato).

Il 25 marzo, il CIPE stabilsce che la trasformazione degli enti in società per azioni rappresenta “la prima fase di un più complesso processo di privatizzazione che prevede il successivo collocamento sul mercato di quote del settore pubblico dell’economia”. Parallelamente alla trasformazione societaria di IRI ed ENI, si verifica la messa in liquidazione dell’EFIM, nello stesso anno 1992, che comporta la cessione di importanti imprese al settore privato. L’avvio del processo di privatizzazione in Italia avviene solo con la legge del 1992. Nel 1994, la legge 474/94 detta le regole che devono portare alla cessione di una parte o dell’intera proprietà delle società statali a soggetti privati. Le imprese italiane privatizzate sono analizzate in un recente studio di Mediobanca: le imprese appartengono principalmente ai settori dell’alimentare, della distribuzione e della ristorazione (Sme, Gs, Autogrill, Cirio Bertolli De Rica, Italgel, Pavesi), della siderurgia (Ilva Laminati Piani, Accia Speciali Terni, Dalmine, Acciaierie e Ferriere di Piombino, Csc – Centro Sviluppo Materiali), dell’alluminio (Alumix), del cemento e del vetro (Cementir, Siv – Società Italiana Vetro), della chimica e delle fibre (Montefibre, Enichem Augusta, Inca International, Alcantara), della meccanica, dell’elettromeccanica, dell’impiantistica e dell’elettronica (Nuovo Pignone, Italimpianti, Elsag Bailey Process Automation, Alfa Romeo, Savio Macchine Tessili, Esaote Biomedica, VitroselEnia, Dea, Mac – AlEnia Marconi Communications), delle costruzioni (Società Italiana per Condotte d’Acqua), delle telecomunicazioni (Telecom Italia), dell’editoria e della pubblicità (Seat Pagine Gialle, Editrice Il Giorno, Nuova Same).

Il 31,6% delle aziende privatizzate appartiene al settore bancario-assicurativo,
il 33,2% al settore delle telecomunicazioni (Telecom, STET),
il 13% ai trasporti,
il 2,8% all’editoria,
il 3,4% al settore alimentare, il 4,6% al settore siderurgico, l’11,5% ad altri settori.

Negli anni ‘90 sono privatizzate tutte le aziende statali nel settore dell’acciaio e in quello alimentare mentre si riduce il controllo nei settori strategici quali quello dell’elettricità, delle telecomunicazioni, del petrolio, dei prodotti chimici, dei trasporti.

Nel 1986 c’è il passaggio della società Alfa Romeo (IRI) alla FIAT, del gruppo Lanerossi (ENI) alla Marzotto; ci sono anche tentativi di privatizzazione che non hanno successo, come il caso ENIMONT (società costituita con l’accordo tra l’ENI e il gruppo privato Montedison) conclusasi con lo scioglimento e il ritorno di tutte le sue attività all’ENI;

Il 1993 è l’anno più contenuto, con un incasso totale di 2.753 miliardi di lire. Oltre alla vendita di Italgel, Cirio-Bertolli-De Rica (IRI) e di SIV (Efim), è anche l’anno dell’addio alla prima delle grandi banche pubbliche, il Credito Italiano (IRI), ceduto tramite offerta pubblica di vendita (Opv) per 1.801 miliardi di lire.

Nel 1994, con 7 operazioni, lo Stato incassa 12.704 miliardi di lire. Vendita di Comit (Opv da 2.891 miliardi) da parte dell’azionista IRI, vendita della prima tranche di IMI (2.147 miliardi), INA (4.530 miliardi) e Sme (IRI), cessione di Nuovo Pignone (ENI), dell’Acciai Speciali Terni (IRI) e di altre società dell’ENI.

Nel 1995, per complessivi 13.462 miliardi di lire, sono collocate le seconde tranche di IMI, INA (entrambe tramite trattativa privata per rispettivi 1.200 e 1.687 miliardi) e Sme e la prima tranche dell’ENI (Opv da 6.299 miliardi). Lo stesso anno sono anche cedute Italtel (IRI), Ilva Laminati Piani (IRI), Enichem Agusta, Ise (IRI) e altre società dell’ENI.

Nel 1996 si ha la sbragata delle privatizzazioni.
Oltre alle vendite di ENI e INA, sono ceduti anche Dalmine (IRI), Italimpianti (IRI), Nuova Tirrena, Sme, Mac (IRI), IMI, Montefibre.

Nel 1997, il Ministero del Tesoro gestisce la vendita della Telecom (nucleo stabile + Opv, 22.883 miliardi), alla terza tranche ENI (Opv, 13.230 miliardi), alla Bancaroma (Opv + prestito obbligazionario, 1.900 miliardi), alla Seat e Aeroporti di Roma.

Il ministero del tesoro organizza poi la vendita della parte del pacchetto azionario posseduto nell’Istituto Bancario San Paolo di Torino S.p.A e la vendita di una quota delle azioni nel Banco di Napoli S.p.A.

Nel 1998 il ministero del tesoro dismette una ulteriore quota della partecipazione azionaria tenuta in ENI S.p.A. e vende le partecipazioni nella Banca Nazionale del Lavoro.
Si ha poi la vendita della quarta tranche dell’ENI (12.995 miliardi; la partecipazione del Tesoro scende così molto al di sotto del 50%), della BNL (6.707 miliardi).

Nel 1999 se ne vanno ENEL (32.045 miliardi di lire) e Autostrade (asta + Opv da 13.500 miliardi). Il Tesoro poi vende la partecipazione detenuta nel Mediocredito Centrale. Si ha poi la vendita delle azioni di controllo nel Credito Industriale Sardo e delle azioni rimaste nel Mediocredito Lombardo e Meliorbanca.

Nel 2000 si ha la grande dismissione dell’IRI. Ecco come mutano le partecipazioni detenute dal ministero dell’economia in poco meno di 2 anni:

Società per settore in Partecipazione del Ministero dell’Economia al 12 dicembre 2002

Assicurativo
Consap – Concessionaria Servizi Assicurativi Pubblici S.p.A. 100%

Bancario
Coopercredito S.p.A. 14,42%
Mediocredito Friuli V. G. S.p.A. 34,01%

Difesa (guerra di aggressione) e Aereospazio
Finmeccanica S.p.A. 32,34%

Editoriale
SEAT S.p.A. 0,1%

Energetico
ENEL S.p.A 67,58%
ENI S.p.A. 30,33%
Gestore Rete Trasmissione Nazionale S.p.A. 100%
SOGIN – Società Gestione Impianti Nucleari S.p.A. 100%

Holding di partecipazione
IRI (in liquidazione ) S.p.A. 100%
Rai Holding S.p.A. 100%
Mezzogiorno Italia Lavoro S.p.A. 100%
Sogesid – Società per la Gestione degli Impianti Idrici S.p.A. 100%
Sviluppo Italia S.p.A. 100%

Postale
Poste Italiane S.p.A. 100%

Servizi vari
Coni Servizi S.p.A 100%
Consip – Concessionaria Servizi Informativi Pubblici S.p.A. 100%
Cinecittà Holding S.p.A. 100%
EUR S.p.A. 90%

Servizi finanziari
Patrimonio dello Stato S.p.A. 100%

Tabacco
ETI S.p.A. (Ente Tabacchi Italiani) 100%

Trasporti
Alitalia S.p.A. 62,39%
ENAV S.p.A. 100%
Ferrovie dello Stato S.p.A. 100%.

Società di Partecipazione del Ministero dell’Economia al 1 dicembre 2004

ENEL
ENEL, Ente Nazionale per l’Energia Elettrica, è un ente pubblico con personalità giuridica, istituito con legge 6 dicembre 1962, in seguito alla nazionalizzazione dell’energia elettrica. Ha il compito di esercitare, in tutto il territorio nazionale, le attività di produzione, importazione ed esportazione, trasporto, trasformazione, distribuzione e vendita dell’energia elettrica. L’ente è assoggettato alla vigilanza del Ministero delle Attività Produttive (già dell’Industria), svolge la propria attività secondo le direttive C.I.P.E. (Comitato Interministeriale per la Programmazione Economica) ed è autorizzato a emettere obbligazioni. Nel 1992 viene trasformato in S.p.A. A partire dal 1° gennaio 1997, nell’ambito della ristrutturazione in atto nel settore elettrico italiano, in armonia con la direttiva europea sul Mercato interno dell’elettricità, approvata nel giugno 1996, l’ENEL adotta un nuovo modello organizzativo basato su una struttura centrale (Corporate) con compiti di indirizzo e controllo, tre divisioni (Produzione, Trasmissione e Distribuzione) con larga autonomia operativa e gestionale, e un numero limitato di strutture di servizio tecnico-gestionali con il compito di fornire alcuni servizi fondamentali (ingegneria e costruzioni, informatica, telecomunicazioni, ricerca, eccetera) a tutte le unità della società.

Enel e Wind
In base alla prevista privatizzazione del mercato dell’energia elettrica, alla fine degli anni Novanta l’ENEL avvia una profonda opera di riorganizzazione interna, investendo in nuove attività. Nel 1999 conclude una joint-venture con France Télécom e Deutsche Telekom, denominata Wind (di cui l’ENEL ha il 51%), operatore di servizi di telefonia fissa, mobile e Internet, e produttore di applicazioni multimediali.

ENEL e Infostrada
Sempre nel settore delle telecomunicazioni, nel 2000 acquista Infostrada per dare vita con Wind a un nuovo operatore telefonico. Nello stesso anno, però Deutsche Telekom si ritira dalla joint- venture, vendendo a ENEL la sua partecipazione e nel 2003 è la volta di France Télécom;

ENEL resta così unica proprietaria di Wind.

ENEL e le privatizzazioni delle centrali del sud
Alla fine degli anni Novanta ENEL acquisisce le società Acquedotti pugliesi, Sogesid, Ente irrigazione Puglia e Basilicata e avvia la privatizzazione delle centrali elettriche del gruppo, con il collocamento sul mercato di azioni ordinarie, pari al 31,74% del capitale sociale.
ENEL privatizza le centrali elettriche di
Elettrogen,
Eurogen
e Interpower.

Nel 2003 l’azienda completa la privatizzazione delle centrali elettriche riunite in tre società: Elettrogen, Eurogen e Interpower, ora divenute concorrenti significative di ENEL per l’erogazione di energia elettrica.

ENEL, Slovenske Elektrarne e centrali nucleari europee
Nel 2005 Enel acquisisce l’azienda elettrica slovacca Slovenske Elektrarne e, più di recente, invece, spinge la trattativa con la francese EDF per la costruzione delle nuove centrali nucleari europee.

ENEL ED EDISON
A seguito di atti legislativi risalenti al 1962, il panorama dell’industria elettrica in Italia è organizzato:

• in una grande azienda di dimensioni nazionali, l’ENEL, che fornisce circa l’80% della produzione complessiva e l’85% dei consumi finali;

• in una serie di imprese municipalizzate che operano in grandi città come Roma, Milano, Torino e contribuiscono per circa il 6% della produzione e dei consumi;

• con altri produttori industriali che contribuiscono per il 17% della produzione e circa il 10% dei consumi.

L’ENEL e le imprese municipalizzate sono destinatarie di diritti esclusivi, mentre gli altri produttori coprono la loro domanda e cedono le eccedenze all’ENEL. La Legge 9/91 di fatto liberalizza la produzione da fonti rinnovabili ed assimilate ed in particolare favorendo la cogenerazione (produzione combinata di energia elettrica e calore). L’ENEL rimane comunque responsabile della pianificazione del sistema elettrico e della sicurezza della fornitura.

L’ENEL è trasformata in S.p.A. dal luglio del ’92, come primo adempimento per la sua privatizzazione. Nel luglio del 94 viene approvata la Legge 474 sulle modalità di privatizzazione dei servizi pubblici. Nell’ottobre dello stesso anno viene approvato il primo piano del comitato dei tre ministri: Gnutti, Dini, Pagliarini. Tale piano risulta un disarticolato tentativo di frazionare l’ENEL ed il suo patrimonio impiantistico fra più operatori, non solo per la produzione ma anche per la distribuzione. Comunque, tutti i governi succedutisi, hanno confermato la volontà di privatizzare l’ENEL. Nel novembre ’95 viene approvata dal Parlamento la legge che istituisce la Autorità di regolazione per l’energia elettrica ed il gas. Sempre nello stesso mese il comitato dei ministri per le privatizzazioni approva il documento “linee fondamentali per la privatizzazione dell’ENEL S.p.A. e la riforma del settore elettrico nazionale”, ove sono indicati, tra l’altro, gli indirizzi per il collocamento delle azioni dell’ENEL e i cambiamenti che dovrà gradualmente subire l’assetto della società. Nel dicembre del 95 viene sottoscritta il ministero dell’industria e l’ENEL la convenzione di concessione che definisce i diritti e gli obblighi dello Stato e dell’ENEL. Tali atti risultano coerenti alla bozza di direttiva europea sulla liberalizzazione ed il mercato della elettricità e tengono pure conto di quanto sostenuto con forza dal sindacato.
La legge 481/95 costituisce l’”Authority” in cui si prevede: il mantenimento per l’amministrazione centrale della “titolarità delle linee di indirizzo” nel campo dei servizi di pubblica utilità e demanda interamente la gestione amministrativa dei rapporti con le imprese ad autorità indipendenti. Lo Stato, quindi, si fa “regolatore”, cessando di essere produttore ed erogatore di servizi, in vista delle privatizzazioni.

Gl’irraggiungibili obiettivi teorici della legge possono così riassumersi:

• la promozione della concorrenza e dell’efficienza nei servizi di pubblica utilità;

• il raggiungimento di adeguati livelli di qualità nei servizi (e di redditività);

• la definizione del sistema tariffario certo, trasparente e basato su criteri predefiniti;

• la promozione e la tutela dei consumatori.

L’ACCORDO EDF – AEM
EDF e AEM raggiungono un accordo finalizzato all’acquisto del controllo congiunto di Edison, e al successivo lancio di un’offerta pubblica di acquisto su Edison. In data 12 maggio 2005, EDF (direttamente e indirettamente attraverso apposito veicolo societario interamente controllato), AEM e Delmi (società partecipata al 95% da AEM e al 5% da SEL) hanno sottoscritto un accordo finalizzato all’acquisto del controllo congiunto di Edison. Detta acquisizione avverrà attraverso un’apposita società veicolo (NewCo), partecipata in misura paritetica da EDF e Delmi, che acquisirà da Italenergia Bis, le azioni ordinarie e i warrants di Edison da essa detenuti.

EDISON
Edison è la più antica società italiana dell’energia ed una delle più antiche al mondo, dalla costruzione della prima centrale termoelettrica d’Europa, per la produzione commerciale di energia (1883), alla messa in esercizio della prima centrale eolica a certificati verdi (2002). All’inizio del nuovo secolo, Edison è ancora una società prevalentemente locale. Fuori Milano gestisce l’impianto di Cuneo, quello di Venezia (attraverso una società collegata) e la distribuzione di elettricità a Monza tramite la collegata Società Monzese di Elettricità. Lo sviluppo del fabbisogno elettrico, nel Nord Italia che si va industrializzando, è però impetuoso. I primi anni del ’900 porteranno Edison a espandersi creando un vasto sistema di produzione idroelettrica e un’ampia rete di distribuzione, trasformandosi in un vero e proprio Gruppo di società sempre più attivo oltre i confini di Milano. Nel suo cinquantenario, la società assume ufficialmente il nome, già largamente usato, di Società Edison. Il Gruppo controlla ormai 44 centrali elettriche in tutto il Nord Italia e sull’Appennino. La produzione di gas per la città di Milano viene concentrata nell’officina della Bovisa. Nel 1962 la “Gazzetta Ufficiale” pubblica la legge che istituisce l’ENEL e che stabilisce il trasferimento ad esso entro un anno delle imprese che esercitano, in via esclusiva o principale, le attività di produzione, trasporto, distribuzione e vendita di energia elettrica. Alla vigilia della nazionalizzazione, la produzione del gruppo Edison è stata di circa 12,4 miliardi di chilowatt/ora, di cui circa 9 di origine idroelettrica. L’anno successivo, con il provvedimento di nazionalizzazione, viene a cessare l’attività del Gruppo nel settore elettrico. Le principali aree di presenza industriale della Edison, oltre all’azienda di produzione e distribuzione del gas di Milano, che aveva già intrapreso un ampio programma di diversificazione, sono ora il settore chimico e minerario, elettromeccanico, tessile, vetrario. Nel 1966 l’assemblea delibera la fusione per incorporazione in Edison della Montecatini, il maggiore gruppo chimico italiano. La denominazione sociale viene modificata in “Montecatini Edison Spa”. Nel 1972 Il Gruppo Montedison subisce una profonda riorganizzazione; le attività principali vengono inquadrate in dieci divisioni. Le centrali elettriche di autoproduzione, l’attività negli idrocarburi e l’Azienda Gas di Milano vengono inquadrate nella Divisione Servizi della capogruppo. Nel 1979 nasce la SELM (Servizi Elettrici Montedison) interamente posseduta dalla Montedison. Il 10 marzo alla SELM viene conferito il complesso aziendale dei 21 impianti di autoproduzione idroelettrica e le due centrali termoelettriche di Porto Marghera. La Divisione Servizi della Montedison continua a gestire l’Azienda Gas di Milano e la ricerca di idrocarburi. Nel 1990, In linea con il Piano Energetico nazionale, la Società vara un piano pluriennale di costruzione di nuove centrali termoelettriche a ciclo combinato “cogenerativo” negli stabilimenti industriali del gruppo Montedison, che porterà la capacità installata termoelettrica di Edison a 2.400 MW in cinque anni, con investimenti nell’ordine dei 2.000 miliardi di lire. Nei primi mesi del 1995, Edison cede la propria partecipazione del 50% in MonteShell (distribuzione carburanti). In dicembre Edison perfeziona l’acquisizione, in partecipazione con Electricité de France, del controllo della ISE, seconda produttrice privata italiana di energia elettrica, dotata di 600 MW di potenza installata e di una nuova centrale da 500 MW in fase di costruzione. La legislazione introdotta nel 1999, reintroduce la concorrenza nei settori dell’elettricità e del gas. Edison è da subito protagonista del nuovo mercato realizzando le prime forniture di energia elettrica ai clienti liberi ed allargando la propria presenza a valle del settore del gas. Nel 2001, Italenergia (Fiat, EDF, Tassara, Banca Roma, Banca Intesa, San Paolo) lancia un’ OPA su Montedison e su Edison, acquisendone il controllo.
Nel 2002 La fusione tra Montedison, Edison, Sondel e Fiat Energia dà vita ad una nuova società che mantiene il nome di Edison.

EDF
EDF è presente in Italia da numerosi anni. Negli anni ’70, EDF ha collaborato con l’ENEL per la realizzazione di una linea di alimentazione in corrente continua, collegando la Toscana alla Sardegna, via Corsica. EDF ed ENEL firmano nel 1988 un contratto di approvvigionamento a lungo termine. L’arresto del programma nucleare si è avuto tramite referendum popolare nel 1987. È nel 1995 che EDF avvia una prima collaborazione con EDISON: nell’ambito della costruzione di centrali di cogenerazione del programma cosiddetto CIP 6, Edison ed EDF avviano la costruzione e l’esercizio delle centrali ISE di Taranto (1050 MW) e di Piombino (310 MW), tramite una holding finanziaria (FINEL) controllata al 60% da Edison e al 40 % da EDF Nel 1999, EDF crea la filiale italiana di commercializzazione di elettricità, EDF Italia, diventata in seguito EDF Energia Italia.
L’entrata di EDF, nell’estate del 2001, al fianco della FIAT e di 3 delle principali banche italiane, nel capitale di Edison e di Montedison, via Italenergia, ha completato l’insediamento. Il processo di privatizzazione non può dirsi concluso. Nelle mani dello Stato rimane un patrimonio di vaste dimensioni, che secondo una stima compiuta dall’IRI non dovrebbe essere inferiore a 206,6 miliardi di euro. Lo Stato continua a detenere partecipazioni rilevanti in aziende quali l’Eni, l’Enel, Alitalia, Finmeccanica, Rai (quest’ultima ancora pubblica quasi al 100%). La presenza pubblica risulta, inoltre, ancora assai ampia in molti servizi a rete come i trasporti su rotaia, le poste, e nei servizi locali di pubblica utilità. Nel Dpef del 2002 il Governo programma la cessione del 37,58% del capitale sociale di Enel, una riduzione della quota di partecipazione di Alitalia e Grtn e la cessione di tutte le partecipazioni non strategiche, con un incasso stimato in 20 miliardi di euro. Un problema complesso è la privatizzazione, che procede a ritmi lenti, delle aziende speciali (ex municipalizzate) operanti a livello locale per la fornitura di servizi energetici, idrici e ambientali. La prima azienda ex-municipalizzata collocata sul mercato è stata l’AMGA nel 1996 con la cessione della quota di controllo del 49% da parte del comune di Genova. Dal 1996 al 2000, sono state privatizzate solo l’Aem di Milano, l’Acea di Roma, l’Acsm di Como e l’Aem di Torino. In Emilia-Romagna, per esempio, di 115 public utilities, 32 risultano, nel 2001, essere trasformate in SPA, solo quattro sono a totale capitale privato. Anche nel caso delle aziende pubbliche locali, la trasformazione delle ex-municipalizzate in SPA, l’apertura al capitale privato al di sotto del 51% e l’ingresso nel mercato azionario con la cessione di quote di minoranza da parte degli enti locali, non comportano un’effettiva privatizzazione. Il ritardo registrato dal processo di privatizzazione delle public utilities non è solo riconducibile alla riluttanza da parte degli enti locali a rinunciare alla gestione delle aziende, ma è dovuto anche alle incertezze normative in materia di regolamentazione del settore.

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Pubblicato da economia, finanza e fisco

Come si gestisce l'impresa che sopravviva nel nostro sistema economico-giuridico? Cos'è il sistema economico e come funziona? Come funziona l'impianto giuridico-economico in Italia, in Europa e nel resto del mondo? Cosa studiano e a cosa servono gli economisti? Cosa studiano e a che servono gli insegnanti di economia politica? Come si controllano il sistema economico, i processi di produzione e consumo, di tutte le categorie di aziende? Come continuare ad ignorare il problema monetario, e il problema dell'alienazione del monopolio della sovranità monetaria, nonostante il tema sia stato oramai ampiamente descritto, spiegato, e le spiegazioni distribuite?

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