DEL GIAPPONE E DELLE POLITICHE MONETARIE

 

DEL GIAPPONE E DELLE POLITICHE MONETARIE

Nessuno piange per la morte di Okura-sho, ex ministro delle finanze giapponese, considerato responsabile della bolla finanziaria degli anni 1980 in Giappone e della lunga recessione, sempre in Giappone, degli anni 1990. La recessione giapponese, come si ha nel resto del mondo, non è dovuta ai suoi rallentati tassi di crescita. La stessa struttura economica può portare periodi di alti livelli di crescita e  periodi di bassi livelli di crescita. La forza principale che determina i cicli economici è il denaro, e perciò è con la manipolazione del denaro che si hanno le bolle finanziarie e le recessioni.

DELLA FORZA DEL DENARO

Andando indietro nel tempo, osserviamo che il più antico e avanzato sistema monetario si ha in Cina. Dura per diversi secoli, fino a quando interviene il dominio mongolo. Il primo rapporto che giunge in Europa sul sistema monetario cinese, proviene da Marco Polo, che passa 20 anni in Cina nel tardo tredicesimo secolo. Marco polo è un mercante esperto e dal suo scritto – “I viaggi” – si cavano molte informazioni utili, comprese quelle che riguardano il sistema monetario cinese di quel tempo. Il trucco del sistema cinese è basato sulla cartamoneta, che viene introdotta per la prima volta nel decimo secolo, durante la dinastia Sung. L’imperatore interpreta il ruolo della banca centrale e stampa cartamoneta con il suo fregio. Il controllo dell’imperatore sull’offerta del denaro è diretto ed esclusivo, chi prova a fargli concorrenza perde fisicamente la testa. Egli può stimolare la domanda interna, stampando più cartamoneta, oppure raffreddare gli scambi e l’economia, facendo diminuire la cartamoneta dalla circolazione. Oltre a ciò, l’imperatore decide chi prende il controllo di quali settori dell’economia, dell’alimentazione, delle materie prime, delle armi, delle nuove tecnologie, fabbricando cartamoneta ed allocandola a suo piacere (cioè, facendo crescere fornitori di sua fiducia, che possono essere migliori di altri oppure semplicemente più ruffiani). Il grande (Kublai) Khan, imperatore del tempo in cui Marco Polo transita in terraferma cinese, impone con grande successo la sua moneta a corso forzoso, presso ogni provincia, regione e regno del suo impero, perché a chi non l’accetta come mezzo di pagamento viene mozzata la testa, e tanto succede anche a chi prova a falsificarla. Marco Polo assicura, tuttavia, che la cartamoneta dell’imperatore cinese è bene accetta dappertutto, perché con quel denaro di carta si può comprare qualunque cosa, perle, oro, gemme o argento; “con quella carta – scrive – possono comprare qualunque cosa e pagare per qualunque cosa”. Racconta ancora Marco Polo che, diverse volte all’anno, circolano nei territori dell’impero cinese dei decreti mediante i quali è ordinato a chiunque possieda ori e gemmei di consegnarli alla zecca dell’imperatore, dove vengono risarciti con denaro di carta. E quelli ci vanno a portare i loro ori e le loro gemme all’imperatore, che li paga con la carta che lui stesso fabbrica, e lo fanno in tale abbondante quantità che non si possono misurare. Con questo trucco il grande Kahn diventa sempre più grande, perché rastrella tutto l’oro e tutti i preziosi presenti nei suoi territori. Marco Polo conclude il discorso sul sistema monetario cinese affermando che la somma di tutte le ricchezze, di tutti i potentati del mondo messe assieme, non regge il confronto con le ricchezze accumulate dal solo imperatore Khan in Cina. Agli europei del suo tempo, le considerazioni di Marco Polo sembrano esagerazioni ma oggi appaiono ragionevolmente accurate.

DEL PROGRESSIVO ABBANDONO DEL CONTROLLO DEL CREDITO IN GIAPPONE

Tra il 1950 e il 1960, il controllo delle “window guidance” diventa strumentale per far scornare il potente ministro delle finanze con la banca centrale, che a quel ministero sarebbe legalmente subordinata. La legge della Banca del Giappone risale al 1942 ed è sostanzialmente la traduzione della legge della Reichbank tedesco del 1939. Nonostante ciò, i banchieri della banca centrale mantengono il controllo sulle “window guidance”, mentre il ministro si culla intontito nel falso senso di sicurezza, che cava dal fatto che può controllare i tassi d’interesse, e perde di vista l’importanza delle quantità dell’offerta di denaro, delle quote di credito assegnate e decise dalla politica monetaria. Con il tempo, la somma delle analisi e dei rapporti prodotti dalla Banca del Giappone, supportati dai ruffiani economisti “neoclassici” e dai loro lecca-suole giornalisti, produce il luogo comune secondo il quale il controllo del credito non è proficuo e va abolito. Gli economisti neoclassici, quando va bene, non vedono alcun ruolo nella politica monetaria, cioè, nella politica dell’allocazione del credito e, quando va male, arrivano a dire che il denaro non esiste; in conseguenza dei luoghi comuni di giornalisti ed economisti prezzolati, i “controlli del credito” sono aboliti e di ciò è proprio la Banca del Giappone a dare la notizia ufficiale. Arriviamo al 1970 e cominciamo ad osservare, assieme a qualche altro critico desto, che, se pure il ministro delle finanze regna, è il governatore della Banca del Giappone che comanda.

DELLA PRIMA BOLLA

Nel 1970, la Banca del Giappone, usando il trucco delle “window guidance” ordina alle banche di espandere il credito presso gli speculatori del mercato immobiliare. Il risultato è che i prezzi dei terreni vanno alle stelle. Segue poi una drammatica recessione e chi viene punito per questo è il ministro delle finanze; dato che il controllo del credito per mezzo delle “window guidance” non è ancora ben noto, e dato che i ruffiani di stampa e Tv provvedono sempre a proiettare l’attenzione del mondo su falsi bersagli, nessuno si preoccupa d’incolpare della recessione la banca centrale.

L’esperienza del 1970 pone le basi per gli eventi degli anni ’80 e ’90. Quando il sistema economico giapponese sarà riformato sul modello passato, cioè sul finto modello liberista americano, al finto modello del “libero mercato”, una delle esigenze più strutturali del sistema liberista sarà soddisfatto: la banca centrale è l’autorità incontrastata che decide tutto sulle politiche economiche e monetarie. Per ottenere ciò è necessaria una rivoluzione. “Per fare la rivoluzione è necessaria la crisi” (come ammettono pubblicamente anche i due lecca-suole internazionali Mario Monti e Romano Prodi.

DELLA RECESSIONE TOTALE DEL GIAPPONE DEGLI ANNI 1980-90

Durante gli anni 1980, il credito si espande ad un ritmo del 15%, mentre il reddito nazionale cresce solo del 6%. Tutto il denaro di nuova “fabbricazione” non viene impiegato per scopi produttivi ed è piuttosto indirizzato alla speculazione immobiliare, alle compravendite di terreni e titoli azionari. L’enorme potere d’acquisto insufflato nel mercato azionario spinge i prezzi dei titoli alle stelle. Ma nel lungo periodo, la creazione di credito non impiegato produttivamente non è remunerata. La creazione eccessiva di credito, che va ben oltre le necessità del sistema economico, si trasforma in credito inesigibile. Ed è quello che succede dal 1990 in poi. La crescita dei prestiti bancari rallenta, la domanda cala, i prezzi calano. Circa 100 trilioni di yen se ne vanno in fumo, sotto forma di crediti inesigibili, ed è un valore pari al quinto del prodotto interno lordo del Giappone di quell’epoca. A questo punto le banche sono paralizzate e non fanno più credito a nessuno, la produzione s’inchioda e in Giappone si scopre, tragicamente, il fastidioso fenomeno della disoccupazione. Il ministro delle finanze crede di essere in carica e fa quello che può ma, nonostante i bassi tassi d’interesse e gli straordinari piani di spesa pubblica senza precedenti, l’economia non riprende. Eppure la soluzione sarebbe semplicissima: basterebbe che la banca centrale facesse emettere del denaro. Tra il 1993 e il 1994, le banche non creano abbastanza denaro, i prezzi calano ancora, la domanda si strozza, la disoccupazione sale. Il sistema economico semplicemente ha bisogno di una maggiore quantità di moneta. Il ministro delle finanze ordina che si calino i tassi d’interesse e così fa la banca centrale, mentre al contempo riduce l’ammontare del denaro in circolazione. E anche se hai i tassi d’interesse a zero, non puoi in nessun modo aiutare la gran parte delle imprese, le quali non possono finanziarsi presso le banche, che non concedono fidi a prescindere dai tassi d’interesse.

DELLE STRANEZZE DELLE POLITICHE DELLE BANCHE CENTRALI

Dato che, da un certo momento in poi, il funzionamento della Banca del Giappone non è diverso da quello delle altre banche centrali del mondo, merita fare qualche domanda circa le strane politiche economiche delle banche centrali.

a) Perché la Banca del Giappone prolunga la recessione degli anni 1990?

b) Gli eventi degli anni 1990 sono innescati dalla “bolla” degli anni 1980 e, la “bolla”, cioè, la più erronea allocazione di risorse della storia dei tempi di pace, come si ha?

c) La “bolla” si ha per l’eccesso di “fabbricazione” del credito da parte delle banche. Perché le banche si sono abbandonate ad offrire così tanto credito?

d) Sappiamo che l’attività delle banche, tra gli anni 1940 e 1970, è coordinata dalla banca centrale. È la banca centrale che determina l’ammontare delle quote di credito e la loro allocazione, e lo fa per mezzo del trucco cosiddetto della “window guidance”.

Tuttavia, se uno prende per buone le dichiarazioni ufficiali della Banca del Giappone, il controllo del credito è abolito e non più in uso negli anni 1980. Tutto ciò che si può osservare con attenzione dimostra che la dichiarazione della Banca del Giappone è falsa. La Banca del Giappone prolunga la recessione degli anni 1990, deliberatamente, e anche su questo punto dobbiamo chiederci perché.

DELLE RECESSIONI DI COREA, TAILANDIA e INDONESIA

I fatti del Giappone e della sua banca centrale non sono nemmeno tanto originali come potrebbe sembrare. Nei primi anni 1990, le banche centrali s’imbarcano nelle stesse politiche economiche sperimentate dalla banca centrale giapponese, in Giappone, negli anni 1980. Adottando il trucco della guida extralegale sulle quote di credito erogabili, ereditato dalla Reichsbank della Germania nazista, forzano le banche ad erogare smodatamente il credito e ad indirizzarlo, tutto, alla speculazione immobiliare. Allo stesso tempo, la “bolla” viene gonfiata ulteriormente dalle politiche valutarie delle banche centrali, che mantengono un cambio fisso sopravvalutato ed elevati tassi d’interesse interni rispetto all’offerta estera. Agli speculatori sono dati tutti gli incentivi per farli indebitare con le banche estere. Una massa esagerata di dollari americani inonda la regione asiatica, carburando ulteriormente gli acquisti sfrenati degli speculatori sul mercato finanziario in ambito immobiliare. Nel 1997, gli investitori, simultaneamente, si ritirano, e le banche centrali ordinano alle altre banche di restringere la “fabbricazione” del credito. Il sistema s’inchioda. Le banche centrali, anziché far fluttuare liberamente le loro valute, si assicurano che le loro riserve di moneta estera siano rapidamente sprecate, nell’inutile e futile tentativo di difendere le loro valute sopravvalutate. A fine 1997, Corea, Tailandia e Indonesia sono insolventi. Ciò non bastando, le banche centrali riducono ulteriormente la fabbricazione del credito e la crisi diventa recessione. La domanda, qui, ripete gli interrogativi visti di sopra: perché le banche centrali s’imbarcano in queste disastrose manovre di finta politica economica e di vera matrice speculativa? Il trucco della crisi e della recessione è ripetuto nei decenni, e persino nei secoli, dai padroni delle banche centrali, i quali credono di usarlo per imporre cambiamenti, rivoluzioni, che altrimenti richiederebbero più tempo per la loro attuazione. In sostanza, si tratta di accrescere la loro influenza, la loro autonomia rispetto ai governi che le ospitano, e il loro “potere” economico, basato sulla somma delle proprietà di ogni sorta che riescono a portar via alle comunità produttive, per mezzo d’imposte, confische, svalutazioni, fluttuazioni finanziarie, e altri trucchi simili.

DEI RIFERIMENTI AL DOPOGUERRA

L’occupazione statunitense dura in Giappone più che in Germania, dal 1945 al 1952 (anche perché 500 mila uomini, e tonnellate di armamenti e munizionamenti statunitensi presenti in Giappone, dovranno presto essere inviati tra Corea e in Indocina, per preparare le prossime guerre). Il fatto sta che gli americani danno un lungo periodo di ammaestramento ai pochi giapponesi sopravvissuti alle loro bombe. L’azione di condizionamento consiste nell’installare impianti ideologici democratici, partiti politici, una nuova costituzione, il diritto di voto anche per le donne, e un sistema economico capitalistico “market-oriented”. Le nuove linee guida per il popolo giapponese di Mac Arthur, comprendono anche l’introduzione degli apparati sindacali, lo scioglimento delle “Zaibatsu” e riguardano anche una certa riforma agricola.

DELLA CRISI CHE CAMBIA IL GIAPPONE

La tradizione giapponese vuole la presenza del governo nelle faccende economiche, fino agli anni 1920, quando ancora c’è, ma inizia a sentire la pressione, la richiesta, di “liberalizzare”, tutta proveniente dagli Stati Uniti d’America. (Vedi Metzler, 2002, “for an insightful analysis of the informal pressure exerted by J. P. Morgan on the Japanese leadership for financial internationalization and maintenance of the gold standard”.

La crisi del 1929, dagli Stati Uniti si ripercuote sul resto del pianeta. In tutto il mondo, le banche spolpate ritirano i loro crediti, mandando alla malora vasti settori dell’economia e strozzando la domanda. Il che porta alla deflazione e alla disoccupazione su larga scala. Nel 1932 i tassi di disoccupazione giungono a:

23 % negli Stati Uniti d’America;

22 % nel Regno Unito;

30 % in Germania

6 % in Giappone.

La povertà diventa un fatto diffuso e i livelli di privazione sono difficilmente immaginabili ai giorni nostri; negli Stati Uniti, in Germania e in Giappone, si muore di fame e i bambini vengono venduti alla prostituzione. Contribuirà, questa crisi, a far scivolare il sistema economico giapponese verso l’attitudine “market-oriented”, e cioè verso il mondo in cui il governo non interferisce con le decisioni della banca centrale?

DELLA BOLLA ECONOMICA GIAPPONESE CONTEMPORANEA

La banca centrale del Giappone, ordina l’espansione del credito, cioè, l’aumento delle quote che le banche sono autorizzate, e forzate, a dare in prestito. Una volta saziate le imprese per le loro necessità produttive, l’offerta è ancora in espansione. I mutuatari, anche le aziende, si finanziano per lanciarsi nella speculazione, comprano terreni e allo stesso tempo i ministeri e gli enti di stato dedicati ai fatti economici incoraggiano nuove costruzioni. Date le politiche d’incentivazione e l’apparente illimitata liquidità e offerta di denaro delle banche, molte imprese si lanciano nella corsa alla compravendita di terreni. Questo fenomeno fa crescere il valore, i prezzi, dei terreni. Gli stessi terreni usati a garanzia dei prestiti, ora che sono rivalutati, consentono ancora più credito, che viene a sua volta reimpiegato nelle speculazioni sulla terra. Tra il 1972 e il 1973 i prezzi dei terreni vanno alle stelle. Le plusvalenze (incremento di valore di un bene) sui fondi producono sostanziali profitti in denaro. Questi profitti delle imprese che hanno investito nella speculazione terriera si riflettono sulle loro quotazioni in borsa, le quali diventano certamente più appetibili. Il contesto, sommato con gli eccessi del credito disponibile per gli speculatori finanziari, genera un colossale incremento delle attività delle borse. L’indice Nikkei 255 sale da 3000 yen a 5000, da marzo fino alla fine del 1972. Le plusvalenze delle imprese sono enormi, in quell’anno. Solo quelle sui terreni ammontano a 15 trilioni di yen e i profitti generati in borsa a 5 trilioni di yen. L’espansione del credito forzata e generata dalla Banca del Giappone si riflette poi dal mercato finanziario all’economia reale; i prezzi al consumo e all’ingrosso iniziano a salire. Una massa enorme di denaro insegue un limitato numero di prodotti e beni durevoli. l’entusiasmo per la speculazione si riverbera anche sugli incrementi di spesa per acquistare golf membership, oggetti d’arte, gioielli e monete rare. Tutto ciò accade prima della finta crisi petrolifera del 1973. I prezzi continuano a salire, e forse l’aumento del prezzo del petrolio contribuisce, nonostante la forte valutazione dello yen. Gli indici  dei prezzi al consumo salgono del 26%, anno su anno, nel 1974, e quelli dei prezzi all’ingrosso del 37%.

DEL PRIMA, DOLOROSA, FASE DI RECESSIONE CONTEMPORANEA DEL GIAPPONE

Nel 1973, è evidente che la creazione di credito in eccesso è preminentemente destinata alla speculazione terriera e finanziaria e che ciò fa salire vertiginosamente i prezzi. I prezzi dei terreni urbani crescono del 50% tra il 1972 e il 1974. Dato che questi prestiti sono stati erogati per fagocitare e incoraggiare la speculazione, è chiaro pure che, in aggregato, le banche non possono aspettarsi che i crediti erogati siano esigibili. Il credito destinato all’uso produttivo è l’unico credito in grado di ritornare al creditore. Il credito fabbricato per la speculazione si trasforma prima o poi in sofferenza. Quando ciò accade, le banche soffrono, appunto, e questo è il meccanismo tecnico, o il pretesto del momento giusto, per contrarre il credito. Le banche smettono di erogare altro credito e l’economia s’inchioda. Ecco che si ha la recessione, dovuta alla rarefazione monetaria, che a sua volta è conseguenza dell’eccessiva espansione del credito destinato alla speculazione. Il credito non si strozza solo in rapporto alla speculazione finanziaria, infatti, ma si strozza pure per le imprese dedicate ad attività produttive, che non possono far fronte ai loro impegni, che si vedono calare gli ordini e che devono licenziare. È un caso classico di ciclo economico con euforica espansione e feroce contrazione, completamente operato su base bancaria. È la banca centrale che coordina tutto il processo di espansione. Poi, nel primo quadrimestre del 1973, impone rigidi tetti massimi delle cosiddette “window guidance”, le quote di credito che le banche sono autorizzate ad erogare. Introduce prima il limite massimo di crescita del credito ad un modesto tasso del 12,7%, anno su anno. Nel secondo quadrimestre impone altre riduzioni della quota di crescita e lo strozzamento continua, fino a che nel terzo quadrimestre le quote sono diminuite del 24%, nel quarto quadrimestre del 41% e, nel primo quadrimestre del 1974, del 65,4%. Lo strozzamento del credito dura due anni. Nel frattempo, il credito inesigibile inizia ad accumularsi presso il sistema bancario. Molte piccole imprese che si sono esposte con gli investimenti immobiliari e finanziari ora sono insolventi. Le imprese minori soffrono per prime ma col tempo tutta l’economia deve rallentare e l’intero sistema è in recessione. Dopo l’inflazione, ecco la deflazione del 1975. Il Giappone gode di due decenni di crescita economica a due cifre, è la nazione con il più elevato tasso di crescita del mondo, fino al 1974. Dal 1974 in poi, il tasso di crescita viene arrestato.

DELLE DEREGOLAMENTAZIONI DEI FLUSSI FINANZIARI INTERNAZIONALI

La recessione continua fino alla fine del 1976, quando l’industria riprende ai ritmi forti dell’ottobre del 1973. E ciò si ha di nuovo per gli interventi della banca centrale, che espande di nuovo il credito al massimo, tra il 1975 e il 1976, con il trucco semi-nascosto delle “window guidance”. La crisi comunque permette ai padroni della banca centrale di modificare il sistema economico giapponese, defenestrare il ministro delle finanze, ottenere più autonomia per la Banca del Giappone ed avviare le deregolamentazioni alle quali tengono tanto. Arriviamo quindi al 1980, l’era delle drastiche deregolamentazioni finanziarie delle nazioni industrializzate. I movimenti internazionali dei capitali si intensificano e i flussi di capitali superano per importi e intensità di transazione i movimenti di merci e di beni di consumo prodotti negli scambi internazionali. La grandezza dei movimenti di capitale tra nazioni diverse supera di almeno venti volte i volumi prodotti negli scambi internazionali di merci. Le transazioni di valuta estera si misurano in mezzo trilione di dollari al giorno. I centri finanziari offshore amplificano i volumi di quel denaro bollente che gira per il mondo alla ricerca di rapidi profitti. Gli investitori istituzionali su larga scala crescono d’importanza. Gli “HEDGE FUNDS”, che sono progettati per far guadagnare proprio sulle convulsioni del mercato, crescono in grandezza esponenzialmente e iniziano a dominare il mercato dei cambi di valuta internazionali.

Dal 1970 al 1980, le nazioni che esportano capitali con più intensità e frequenza sono:

Stati Uniti d’America,

Giappone,

Germania,

Francia,

Italia,

Regno Unito,

Canada,

Olanda,

Danimarca,

Svizzera,

Arabia Saudita.

Le undici nazioni elencate qui sopra contano per almeno l’85% dei flussi di capitale di lungo termine che sono registrati. Ma nel 1987, l’86,6% delle esportazioni nette di quelle nazioni è dovuto solo al Giappone. In tutti gli anni 1980, è il Giappone che domina la scena mondiale dei flussi di capitali. Gli investimenti esteri di lungo termine del Giappone vanno da un disavanzo netto di 2 miliardi di dollari del 1980, ad una serie di sopravanzi:

10 miliardi di dollari nel 1981,

65 miliardi di dollari nel 1985,

132 miliardi di dollari nel 1986, raddoppiano dopo solo un anno,

131 miliardi nel 1987.

(Balance of Payments statistics, Ministry of Finance. Werner (1994a).

DELLE CRISI E DELLE BOLLE

Arriva il momento storico in cui, dopo la guerra, dopo la velocissima ricostruzione e la straordinaria ripresa economica, il tenore di vita del lavoratore medio giapponese cresce, e bisogna – perché loro vogliono così – fermarne o rallentarne la crescita. Un trucco molto simile a quello della crisi artificiale del 2007-2008 consiste nel fabbricare il contesto che spingono le imprese alla crisi. Il protagonista del gioco di prestigio è, ancora una volta, la banca centrale. La banca centrale del Giappone inizia ad ampliare significativamente le quote-credito della “Window Guidance”, del sistema di controllo del credito di cui abbiamo visto accenni di sopra. Cioè, in parole povere, dà indicazioni, alle banche commerciali, tali per cui quelle vanno ad espandere il credito oltre le loro possibilità e persino oltre le loro necessità ed ambizioni. Aumenta quindi l’offerta di denaro. Giovani dai 20 ai 30 anni, con capacità di reddito relativamente bassa, ora possono comprare la seconda e la terza casa. L’espansione del credito ingrassa subito il mercato immobiliare ma determina anche grandi fluttuazioni verso l’alto sui cosiddetti mercati finanziari, cioè, le borse valori, dove investitori impreparati e avventurieri d’ogni sorta vanno a disperdere i risparmi delle proprie famiglie e delle famiglie d’altri, facendo scommesse azzardate o affidandosi ai consulenti ruffiani delle banche e al risparmio gestito. Dal 1985 al 1989 il mercato azionario cresce del 240% e il prezzo dei terreni del 245%, la domanda di lavoro aumenta fino al punto da rendere arduo il reperimento di lavoratori. Durante il periodo della bolla finanziaria, tutti sono contenti, governo, datori di lavoro, lavoratori, tutti spendono, speculano e investono nei mercati finanziari, usando il denaro dei propri azionisti, dei parenti, il proprio, oppure ricorrendo al prestito in banca. Anche le imprese manifatturiere classiche usano i loro fondi per investire in borsa e i loro dirigenti pensano di farle diventare più ricche senza migliorare o aumentare la produzione (vedi NISSAN). I giornalisti conta-balle delle riviste specializzate in economia pubblicano migliaia d’inutili articoli e raccontano tantissime castronerie in Tv, circa il miracolo economico giapponese. Racconteranno altre scemenze sul miracolo economico cinese poi, qualche decennio più tardi, facendo quindi la loro parte criminale nell’espandere la suggestione delle bolle artificiali e la pratica sistematica del depistaggio in generale.

DELLE BANCHE FORZATE AD ESPANDERE IL CREDITO

Quando si forza l’espansione del credito, si finisce, prima o poi, inevitabilmente, a gestire del credito inesigibile. Nel caso dei banchieri giapponesi, intervistati e registrati dal prof. Richard Werner, si può dire con prudenza che essi sono stati letteralmente comandati ad espandere le proprie quote di credito, cioè ad erogare più denaro a prestito di quanto è a loro tradizionalmente consentito. Quella che noi immaginiamo una tendenza, una politica promozionale, una sorta d’incoraggiamento, è in pratica esecuzione d’ordini, per conseguenza di un rapporto gerarchico rigido tra le banche centrali e gli “esecutori d’ordini”, con le parole di Giacinto Auriti, che sono rappresentati dai burattini collocati ai governi e dagli operatori del sistema bancario internazionale. Se non c’è domanda di finanziamento per mutui a basso rischio, bisogna spingere i prestiti ad alto rischio e dimenticare il problema della esigibilità, del “ritorno” del credito alla banca. La banca deve dare in affidamento tutta la quota di credito che gli è assegnata; si trova quindi a farlo anche dove non c’è domanda di tale affidamento e non c’è nessuna garanzia di ritorno.

1987 E 2008

Un’altra bolla finanziaria giapponese si crea, con gli stessi trucchi con i quali si creano tutte le altre bolle finanziarie. È la banca centrale che “fabbrica” e mette in circolazione altro denaro, ordinando di fare ciò alle banche operanti con le famiglie e con le imprese, che, a quelle famiglie e a quelle imprese erogano finanziamenti à gogo, siano o non siano d’accordo con la politica imposta dalla banca centrale. Normalmente le banche selezionano i clienti ai quali affidano finanziamenti e danno risposte negative ad una grande quantità di richiedenti. Qui, nel Giappone del 1987, come accade negli Stati Uniti prima del 2008, è il banchiere che insegue il potenziale cliente, come fa il venditore di stoffa indiano in certe zone di Hong Kong, offrendo mutui a condizioni eccezionalmente convenienti.

DEL TRUCCO DELLA VALUTA SUI MERCATO ESTERI

Quando si “fabbrica” più denaro, rispetto alla massa di denaro necessaria per consentire la produzione e le transazioni di beni e servizi, una parte di questo denaro se ne va verso l’estero, sotto forma di “finanziamento”. Negli anni ’80, i movimenti di capitali si moltiplicano in uscita, passando da un afflusso netto di più di 2 miliardi di dollari del 1980 ad un deflusso netto di 132 miliardi di dollari del 1986. E perché pare per alcune nazioni più facile che per altre, fabbricare denaro e andare a fare shopping in giro per il mondo? Il trucco non è complicato, basta solo che gli operatori degli scambi di valute non svalutino la moneta di una data nazione durante un dato periodo di tempo, come accade qui con l’esempio del Giappone, che si permette grasse compere internazionali, proprio in presenza di politiche inflative. Il valore delle valute, scambiate sui cosiddetti “mercati internazionali”,  è deciso dai “currency dealers”, cioè, da ALCUNE BANCHE AUTORIZZATE (e non “dai mercati”, come dicono i nostri finti economisti analfabeti) dalla banca centrale, con lo status di agenti autorizzati, a fare operazioni in valuta. Se dagli indicatori, dai “dati”, analizzati da queste banche non si percepisce alcuna preoccupazione circa il fenomeno inflazionistico, allora, “fabbricare” grandi quantità di denaro a costo zero e scambiarle per valuta estera, diventa un’operazione facile e redditizia per molti operatori che non vogliono lavorare produttivamente.

DELLA RIPETIZIONE DEI GIOCHI AMERICANI

Se io non dimentico il particolare della banca centrale che decide d’imporre politiche inflative e che, allo stesso tempo, seleziona, e quindi gestisce, gli “agenti autorizzati” alle operazioni in valuta estera, da quel momento in poi, secondo logica, inflazione e NON-svalutazione della propria moneta sui mercati esteri, sono entrambe operazioni perfettamente manipolabili e manipolate. Si tratta di un altro artificio, lo stesso artificio portato avanti dalla banca centrale statunitense, tra il 1950-1960. Le banche statunitensi di allora “fabbricano” eccessive quantità di dollari americani (come sempre, senza limite e senza costo) con i quali le multinazionali statunitensi fracassano la concorrenza locale in Europa e si comprano i maggiori agglomerati industriali. La copertura finta del dollaro di allora è la farsa del cosiddetto “gold standard” e nel caso del Giappone è il valore positivo della sua bilancia commerciale con l’estero (e questo pretesto viene usato anche dal presidente statunitense Nixon, con un’altro gioco di prestigio, con la voce che fa mettere in giro dalle agenzie di stampa del mondo, quando annuncia che non paga più i dollari con l’oro, nel 1971). Giacinto Auriti dice bene un’altra volta. La tesi del valore convenzionale, indotto, della moneta trova la sua seconda grande prova storica, dopo l’azione forzosa e buffonesca di Nixon: quella della valuta giapponese degli anni ’80, quando i padroni della banca del Giappone, ripetono semplicemente il trucco americano di dieci anni prima, questa volta, senza tanta fanfara.

POLITICHE INFLATIVE INDIRIZZATE ALLA SPECULAZIONE

C’è un indice che permette ai buoni amministratori di percepire il rischio senza dover perdere tempo ad ascoltare tutte le scemenze che raccontano gli economisti che vanno in Tv: il rapporto tra il totale dei prestiti erogati e la quantità dei prestiti erogati ma privi di destinazione produttiva (denari che non sono impiegati per la produzione di prodotti o servizi). Per analizzare i rapporti di rischio sistemico, costruiti nel sistema bancario con le politiche inflative, questo indice andrebbe controllato. È un rapporto che cresce significativamente in molte nazioni, subito prima che quelle nazioni siano afflitte da una crisi bancaria. Lo stesso identico meccanismo perverso gonfia i prestiti erogati à gogo sul mercato immobiliare negli Stati Uniti e nel Regno Unito negli anni ’80 e negli anni 2000. Lo stesso processo crea gli “anni d’oro”, nel 1920, prima della catastrofe del 1929, quando le banche statunitensi prestano denaro a profusione in cambio di titoli azionari a garanzia. Il meccanismo è identico, è tutto denaro che, deliberatamente, si presta, cioè, si indirizza, alla speculazione e non alle attività produttive. Come una banca registra in attivo il titolo a garanzia, crea nuovo denaro per comprare nuovi titoli; maggiori flussi di denaro sono diretti al mercato finanziario e così i valori finanziari salgono alle stelle. Ma è un gioco di prestigio che funziona fino a che non si decide di far crollare il sistema di carte, ritirando i fidi, assistendo all’abbattimento dei prezzi e comprando tutto ciò che è svenduto, per centesimi. Niente di ciò può avvenire senza la stretta e incestuosa collaborazione che persiste fra le banche centrali e le agenzie di stampa. Le operazioni inflative, come pure quelle deflative, sono decise dalle banche centrali e le agenzie di stampa fabbricano le fantasiose febbri dell’oro che rilanciano l’economia (della finanza), seducendo chi compra sui mercati finanziari con l’idea di facili guadagni, prima di procedere con l’operazione opposta, al momento stabilito, diffondendo il panico della recessione e facendo chiudere la giostra, per lasciare tutti un po’ più impoveriti ed appropriarsi del prodotto lordo di chi lavora.

LA GIOSTRA CHIUDE

D’un tratto, come per magia, in Giappone i prezzi dei terreni e i valori immobiliari cessano di crescere. Nel 1990, il mercato azionario perde il 32%. Nel 1991 la “Window Guidance” è abolita. I banchieri, non avendo più la copertura giustificativa delle quote assegnate, e sapendo che i prestiti in circolazione non rientreranno, cessano di erogare il credito, sia agli speculatori che alle imprese produttive. Più di 5 milioni di giapponesi perdono il lavoro, molti di questi si suicidano, altri pianteranno le tende ai giardini e altri andranno a lavorare in Cina Comunista.

DELLA TRAGEDIA DELLA RECESSIONE

Tra il 1990 e il 2003, 212 mila imprese giapponesi vanno in bancarotta. Nello stesso periodo, il mercato azionario perde un 80%, i prezzi dei terreni fuori città calano dell’80%, e così, gli scioperati che raccontano panzane in Tv per gli interessi dei padroni delle banche centrali, ora possono dire che il sistema economico giapponese non è poi da prendere ad esempio, come pensano certamente gli esperti e i luminari di economia e finanza di tutto il mondo, fino al 1980. I capitali sono dipoi spostati verso la Cina comunista, anche i capitali giapponesi, e quindi (secondo quelle teste vuote) ora è quello il nuovo sistema economico da analizzare e magari da prendere ad esempio. “Grazie a questa recessione” – dirà il 26esimo governatore della banca centrale giapponese, Yasushi Mieno – tutti si sono resi conto della necessità di una profonda trasformazione del sistema economico” – ripetendo o anticipando le stesse idiozie proferite da certi altri ruffiani dalle parti nostre in questi decenni.

DEI MITI SUI TASSI D’INTERESSE

Quando il ministero delle finanze giapponese invita i gestori della banca centrale ad abbassare i tassi d’interesse, economisti e giornalisti si affrettano a mandare in giro le loro previsioni: “ci sarà presto una ripresa economica”. Ma, a dispetto dei miti, messi in giro dagli zerbini delle banche centrali, non abbiamo alcuna prova empirica che dimostri la correttezza della tesi secondo la quale, abbassando i tassi d’interesse, si stimola la crescita economica e viceversa. Quando il ministro delle finanze giapponese invita i gestori della banca centrale a vendere grandi quantità di YEN per comprare dollari americani, i ruffiani e i ciarloni prevedono che la valuta giapponese, ora estremamente rivalutata, si svaluti e favorisca così le esportazioni giapponesi. Le loro previsioni sono sempre sbagliate e fuori luogo. Si tratta qui di un altro intervento di sterilizzazione. La banca centrale compra 20 miliardi di dollari in titoli di stato statunitensi. Ma è cartaccia da mettere in cassaforte, che non produce alcun vantaggio concreto per il sistema economico, dove invece hai bisogno di liquidità per permettere gli scambi e rilanciare la produzione. Sono 20 miliardi sottratti alle attività produttive a alle transazioni mercantili, semplicemente congelati. Come se ciò non bastasse, lo YEN resta iper-valutato e le esportazioni non si muovono.

DELLA RECESSIONE STRUTTURALE

Una banca centrale può ritirare denaro dal sistema economico, vendendo i suoi valori. Può fare l’inverso, cioè immettere denaro nel sistema economico, comprando valori. Quando le banche centrali comprano o vendono valori, fanno aumentare o diminuire la massa di denaro circolante nel sistema economico. Ma i governatori delle banche centrali fingono d’ignorare questa meccanica e insistono a ripetere le loro perniciose raccomandazioni sugli “aggiustamenti strutturali”, sulle politiche restrittive e sulle “necessarie radicali trasformazioni dei sistemi socio economici” delle varie nazioni dove poggiano la loro attività parassitaria.

– “Avremo un po’ di deflazione nel breve periodo ma un sistema economico molto più efficace nel lungo termine”. –

E queste scemenze, messe in giro dai parassiti economisti e dai loro compari giornalisti, accompagnano “brevi” periodi di 10-20 anni di feroci politiche deflative (dove hai solo rarefazione monetaria e persecuzione fiscale), che seguono il panico finanziario (il quale segue a sua volta la bolla finanziaria) e aggravano la recessione fino a renderla strutturale.

DELLA CHIUSURA DELLE BANCHE CENTRALI

Oggi tutti parlano di “sovranità monetaria” e immaginano di ripristinare il controllo parziale sulla banca centrale, di “nazionalizzarla”, di trovare altre forme per indurre i suoi governatori ad essere più indulgenti, ad accettare qualche intromissione politica da parte dei burattini al potere, eccetera. Sono finzioni. La banca centrale è un’impresa parassitaria assolutamente dannosa, oltre che inutile. Perciò, volendo prendere l’esempio di Jackson, non c’è da fare altro che chiuderla, con un colpo di mano violento e risoluto. Dopo il presidente Jackson, l’economia degli Stati Uniti d’America prospera e fiorisce per almeno 70 anni, senza una banca centrale, nonostante tutte le finte rivoluzioni e la finta guerra di secessione che la Banca d’Inghilterra, con i suoi associati eserciti russi, francesi e canadesi, con l’opera di propaganda dei gesuiti organizzano per indurre i governi a cambiare idea. 70 anni dopo Jackson, la banca centrale viene re-impiantata negli Stati Uniti d’America, nel 1913, ma nessuno si preoccupa del trucco, perché tutti devono correre alle armi ed andare a farsi fare a pezzi nella tragica truffa della prima guerra mondiale. Gli stessi padroni installeranno la banca centrale in Russia, prendendosi anche tutta la gestione del petrolio e del tungsteno russo, per mezzo della finta rivoluzione bolscevica, e in Cina, prima, durante e dopo il regime di Mao Zedong, oltre che appropriarsi del petrolio arabo, instillando la rivolta araba per cacciare i turchi e gli interessi tedeschi nella regione.

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Pubblicato da economia, finanza e fisco

Come si gestisce l'impresa che sopravviva nel nostro sistema economico-giuridico? Cos'è il sistema economico e come funziona? Come funziona l'impianto giuridico-economico in Italia, in Europa e nel resto del mondo? Cosa studiano e a cosa servono gli economisti? Cosa studiano e a che servono gli insegnanti di economia politica? Come si controllano il sistema economico, i processi di produzione e consumo, di tutte le categorie di aziende? Come continuare ad ignorare il problema monetario, e il problema dell'alienazione del monopolio della sovranità monetaria, nonostante il tema sia stato oramai ampiamente descritto, spiegato, e le spiegazioni distribuite?

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