RAPPORTI ECONOMICI II – Dinastie di Banchieri Internazionali

 

Delle dinastie dei banchieri internazionali
I banchieri “mercantili” di Londra, già nel 1810-1850, hanno in mano lo Stock Exchange, la Bank of England e il London money market, proprio quando i bisogni dell’industrializzazione avanzano e chiamano il sistema bancario al mondo industriale. Col tempo, portano nella loro rete finanziaria i centri bancari provinciali, organizzati in banche commerciali e casse di risparmio, come pure le compagnie di assicurazioni, e formano con questi altri componenti un unico sistema finanziario su scala internazionale che manipola la quantità e i flussi del denaro in circolazione, capace di influenzare, e controllare governi da una parte e industrie dall’altra. Gli uomini che fanno queste cose, guardando il passato al periodo delle dinastie monarchiche, nelle quali essi hanno le loro proprie radici, aspirano ad instaurare dinastie di banchieri internazionali ed hanno lo stesso successo di molti altri sovrani appartenenti a dinastie politiche.

 

Meyer Amschel Rothschild
La maggiore di queste dinastie è quella di Meyer Amschel Rothschild (1743-1812), di Francoforte, i cui discendenti maschi, almeno per due generazioni, continuano a sposarsi con le loro cugine di primo grado o, meglio ancora, con le loro nipotine. I 5 figli di Rothschild, basati nelle banche di Vienna, Londra, Napoli e Parigi, come pure in Francoforte, lavorarono in modo coordinato, con metodo che altre dinastie di banchieri internazionali tentarono di copiare, raramente ottenendo lo stesso grado di eccellenza. Sono cosmopoliti anziché nazionalisti, specialmente nelle ultime generazioni, altamente civilizzati, istruiti, conoscitori e finanziatori della scuola e delle arti. Collegi, compagnie d’opera sinfonica, biblioteche e musei, ancora riflettono la loro munificenza.

Le restanti maggiori famiglie di banchieri internazionali sono rappresentate da questi nomi:

Raring,

Lazard,

Erlanger,

Warburg,

Schroder,

Seligman,

Speyers,

Mirabaud,

Mallet,

Fould,

Morgan.

 

Rothschild e Morgan prevalgono su tutti gli altri.
Anche dopo che queste famiglie sono coinvolte intensamente nell’industria nazionale inglese, dall’emergere del capitalismo finanziario, mantengono tradizioni differenti rispetto ai banchieri ordinari, infatti:

1) sono cosmopoliti e internazionali;

2) sono vicini ai governi e particolarmente attenti alle questioni del debito pubblico; del debito pubblico interno e del debito pubblico verso l’estero, anche in aree che paiono a prima vista a rischio, come l’Egitto, la Persia, la Turchia Ottomana, la Cina imperiale e l’America Latina;

3) sono interessati più in obbligazioni che in beni, ricercano la liquidità, considerando gli impegni in beni materiali, mobili o immobili, come il primo passo verso la bancarotta;

4) conseguentemente, sono devoti fanatici della deflazione (che chiamano SOUND MONEY, per la sua stretta associazione con gli alti tassi d’interesse e l’alto valore del denaro) e del GOLD STANDARD, che ai loro occhi simboleggia la sicurezza di quei valori;

5) sono altrettanto devoti al culto della segretezza e all’utilizzo segreto dell’influenza finanziaria sulla vita politica.

 

DELLE IMPRESE PRIVATE PRIVE DI PERSONALITÀ GIURIDICA

Quest’ordine di banchieri internazionali viene chiamato Merchant bankers in Inghilterra, private bankers in Francia e investment bankers negli USA. In tutte le nazioni si dedicano a varie attività bancarie e di cambio ma si distinguono sempre dagli operatori bancari ovvi ed ortodossi delle banche commerciali e delle casse di risparmio. Una delle caratteristiche meno ovvie del loro operare è che rimangono imprese private prive di personalità giuridica, generalmente costituite in società, e che rimangono tali fino a tempi relativamente recenti, scansando così gli obblighi formali, le registrazioni obbligatorie, le offerte di azioni al pubblico, e, più generalmente, ogni forma di pubblicità.

 

DELLA RESPONSABILITÀ LIMITATA
Questo stato di rischio, che li priva delle limitazioni di responsabilità personali offerte alle società costituite con personalità giuridica, viene conservato, in maggior parte dei casi, fino a che le moderne imposte di successione non rendono necessario dare a queste ricchezze dinastiche l’immortalità e l’astrattezza della personalità giuridica, per evitare l’imposizione fiscale. Il mantenimento dello status d’imprese private, prive di personalità giuridica, viene protratto il più a lungo possibile, perché assicura l’anonimato e la massima segretezza a persone che hanno poteri pubblici tremendi e che temono la consapevolezza pubblica delle loro azioni come un tediosissimo pericolo, quasi terribile quanto l’inflazione. In conseguenza della loro astuta discrezione, le persone ordinarie non hanno modo di sapere o d’immaginare quali quantità di ricchezza, o quali tipi di operazioni economiche, queste imprese gestiscano, e spesso neppure farsi un’idea chiara di chi siano i membri associati, titolari dell’impresa. E perciò, anche soggetti con considerevole conoscenza politica, possono tranquillamente non associare nomi quali:

Walter Burns,

Clinton Dawkins,

Edward Grenfell,

Willard Straight,

Thomas Lamont,

Dwight Morrow,

Nelson Perkins,

Russell Leffingwell,

Elihu Root,

John W. Davis,

John Foster Dulles e

S. Parker Gilbert

con il nome di “Morgan“; eppure molti di questi e molti altri sono parte del sistema d’influenza che si origina dagli uffici di J.P. Morgan, al numero 3 di Wall Street. Questa ditta, come altre della confraternita bancaria internazionale, opera costantemente con corporazioni e con governi, rimanendo un’oscura società di persone, privata, fino a che il capitalismo finanziario internazionale viene passato dal suo letto di morte alla sua tomba.

J.P. Morgan & Company, originariamente fondata in Londra con un’altra ragione sociale, George Peabody & Company, nel 1838, non si è mai trasformata in società di capitali, fino al 21 marzo del 1940, e cessa d’esistere come entità a sé stante il 24 aprile del 1959, quando si fonde con una sussidiaria della sua più importante banca d’investimento: Guaranty Trust Company. La sua affiliata di Londra, Morgan Grenfell, viene incorporata ed è tuttora operativa.

 

DEI BANCHIERI CHE STIMANO POCO I POLITICI
I banchieri della confraternita bancaria internazionale considerano i pubblici ufficiali inaffidabili, circa il controllo della politica monetaria. L’influenza drammatica del capitalismo finanziario, e la terribile influenza dei banchieri internazionali, sono esercitate sia sui governi che sul mondo degli affari e delle imprese ma non funzionerebbero se non fossero capaci di persuadere governi e imprese ad accettare due assiomi del proprio impianto ideologico. Entrambi sono basati sull’ipotesi – facilmente condivisibile – che i politici sono troppo deboli e troppo soggetti alle pressioni temporanee delle masse popolari per essere considerati affidabili con il controllo del sistema monetario; conseguentemente, dal loro punto di vista, la santità di tutti i valori e la robustezza e stabilità del denaro devono essere preservati in due modi:

a) basando il valore del denaro su quello dell’oro;
b) concedendo ai banchieri il controllo dell’offerta di denaro.

Per fare questo, è necessario nascondere, inducendo in errore popoli e governi, le nozioni sulla vera natura del denaro e sul funzionamento del sistema monetario.

 

DEL GOLD STANDARD E DELLA STABILIZZAZIONE DEI CAMBI
I “banchieri” chiamano “di stabilizzazione” (stabilization) il processo con il quale si stabilisce una politica monetaria, agganciando la moneta all’oro. Con ciò s’intende mplicare che questa sorta di “stabilizzazione” influirebbe, come conseguenza singola, stabilizzando i cambi e stabilizzando i prezzi. In realtà si ottenne solo la stabilizzazione dei cambi, mentre l’influenza che il sistema ha sui prezzi è casuale e ben indipendente, con effetti talvolta destabilizzanti (per la tendenza cronica dei “banchieri” a forzare i prezzi verso il basso, limitando l’offerta di denaro). Di conseguenza, molte persone, molti finanzieri ed economisti, sono stupiti dalla scoperta, nel ventesimo secolo, che il Gold Standard produce stabilità di cambi e instabilità di prezzi. E però quel sistema ha già contribuito a determinare le sue variazioni economiche in gran parte del diciannovesimo secolo, anche se senza raggiungere gli stessi limiti estremi. I cambi vengono stabilizzati sul Gold Standard perché per legge, in molti Stati, l’unità monetaria viene fatta valere come una determinata, fissa, quantità d’oro ed entrambe, moneta o corrispondente quantità d’oro, sono scambiabili a quel dato rapporto legale. Nel periodo precedente il 1914, le valute vengono stabilizzate in taluni Stati, come segue qui sotto:

Nel Regno Unito: 77s. 10 1⁄2 d. eguagliavano un oncia standard d’oro (a 11/12).
Negli Stati Uniti d’America: $20.67 eguagliavano un oncia d’oro fino (a 12/12).
In Francia: 3,447.74 franchi eguagliavano un chilogrammo d’oro fino.
In Germania: 2,790 marchi eguagliavano un chilo d’oro fino.

 

DELL’ORO, MEZZO DI SCAMBIO E BENE MATERIALE
Quei rapporti vengono stabiliti dall’obbligo di legge per effetto del quale, una persona che porti oro, monete d’oro o certificati rappresentativi, presso l’Ente Pubblico del Tesoro (o presso altri enti o luoghi designati) può convertire ciascuno di essi in ciascuno degli altri a costo zero e in quantità illimitata. Il risultato del sistema Gold Standard pieno è che l’oro si ritrova in una posizione molto particolare: è al tempo stesso moneta (mezzo di scambio) e ricchezza (bene materiale). Nella sfera monetaria, il valore di tutti gli altri tipi di moneta è espresso in oro; e, nella sfera economica delle ricchezze materiali, il valore di tutti gli altri tipi di derrate e di beni è espresso in termini monetari (che però sono anch’essi espressi in oro). Se consideriamo i rapporti tra denaro e merci come un’altalena in cui ciascuno di essi è alle estremità opposte, in modo che il valore di uno cresce tanto quanto il valore dell’altro diminuisce, allora dobbiamo vedere l’oro come il fulcro di quell’altalena, su cui questo rapporto si calibra, ma che di per sé non va né verso l’alto né verso il basso.

 

DEL SISTEMA MONETARIO
Non si può comprendere la storia del mondo senza comprendere come funziona il denaro. Dobbiamo perciò dare un’occhiata al sistema monetario, al suo ruolo e ai suoi protagonisti. Le banche centrali sono, fin dal principio della loro esistenza, istituti di proprietà di soggetti privati che lavorano essenzialmente per sé stesse. In ciascuno Stato, nel periodo in cui esse si costruiscono e s’ingrassano, l’offerta di denaro prende la forma di una piramide rovesciata, in equilibrio sulla sua punta. La punta rappresenta l’offerta d’oro e dei suoi certificati equivalenti. I livelli intermedi rappresentano una più ampia offerta di banconote. Alla sommità, si ha una superficie aperta ed espandibile che rappresenta l’offerta, ancora maggiore, di “depositi bancari”. Ciascun livello usa i livelli sottostanti ad esso come riserve e i livelli sottostanti hanno quantità di denaro inferiori. Le banconote vengono messe in circolazione da banche d’emissione e sono garantite da riserve d’oro, o da certificati, detenuti, presumibilmente detenuti, nelle casse di quelle banche o in qualche riserva centrale. La frazione, delle banconote emesse, tenuta in deposito-riserva, dipende da consuetudini, regolamenti bancari (statuari delle banche) e leggi di Stato. Si hanno diverse banche d’emissione in ciascuno Stato, anche se in tempi più recenti questa funzione è stata attribuita ad un numero di banche sempre più esiguo, o ad una singola “banca centrale”, per un singolo Stato. Queste banche d’emissione, e anche queste banche centrali, sono istituti privati, di proprietà di soggetti privati, le cui operazioni sono sempre a scopo di lucro, anche se non appare chiaramente dalla lettura dei loro bilanci.

 

DELLE COPERTURE IN RAPPORTO ALLA MONETA EMESSA
Nel periodo dal 1914 al 1939, negli Stati Uniti d’America, le banconote emesse dalla Federal Reserve sono coperte da certificati di depositi in oro per il 40% del loro valore complessivo; tale copertura viene poi ridotta al 25% nel 1945. La Banca d’Inghilterra (Bank of England), con un atto del 1928, ha le sue banconote scoperte fino a 250 milioni e coperte al 100% del valore in oro per importi superiori a quel limite. La Bank of France, nello stesso anno, stabilisce la garanzia di copertura delle banconote emesse al 35%. Queste disposizioni possono sempre essere messe da parte, o modificate, in casi di emergenza, per esempio in casi di guerra.

 

DEI DEPOSITI BANCARI E DEI DEPOSITI BANCARI ARTIFICIALI
I depositi di superficie del più alto livello della piramide rovesciata vengono chiamati con questo stesso nome, “depositi”, secondo la consuetudinaria ambiguità dei banchieri, a onta del fatto che si tratta di due tipi di relazione assolutamente distinti: (1) una cosa sono i depositi costituiti dai clienti presso le banche (“lodged deposits“), che costituiscono diritti reali di credito dei risparmiatori che depositano denaro in banca, sui quali i possessori dei conti di deposito possono ottenere la liquidazione di un interesse; (2) un’altra cosa sono i depositi ordinati dalle banche (“created deposits“) che rappresentavano diritti delle banche e che sono creati dal nulla, inventati dalle banche ed emessi sotto forma di prestiti fatti ai correntisti, i quali ci devono pagare sopra anche gli interessi in anticipo, in quanto tali diritti rappresentano il loro indebitamento verso le banche. In entrambi i casi, ovviamente, assegni possono essere emessi, in corrispondenza di somme registrate su tali depositi, per pagare terze parti, e questo è forse il motivo che rende facile l’utilizzo, per entrambi i tipi di relazione con la banca, delle stesse definizioni. Entrambi i tipi di “deposito” fanno parte del sistema di circolazione della moneta. I depositi di risparmio, essendo creati appunto per accumulare risparmio, costituiscono una forma di deposito deflazionistica. I depositi ordinati dalle banche, costituendo aggiunte di offerta di denaro, sono invece inflazionistici. Il volume dei secondi dipende teoricamente da una serie di fattori manipolabili, fra i quali i principalmente noti sono il tasso d’interesse e la domanda di credito. Questi due fattori giocano un ruolo fondamentale nella determinazione del volume di denaro in circolazione in una comunità, perché una larga porzione di quel volume, in una comunità ad economia avanzata, è costituita da assegni emessi contro depositi inventati dalle banche.

 

DEL VOLUME DEI CREDITI E DELLE RISERVE DISPONIBILI
Il volume dei depositi che le banche possono creare, come l’ammontare delle banconote che possono emettere, dipende teoricamente dal volume delle riserve disponibili e sufficienti a pagare qualunque frazione di assegni presentati all’incasso piuttosto che depositati. Queste relazioni possono essere regolate da leggi, da regolamenti bancari o da consuetudini locali. Storicamente, la domanda e il volume del credito tende ad espandersi nei periodi di crescita economica e si contrae nei periodi di depressione (possiamo anche dire molto generalmente che si ha la crescita economica quando si espandono i volumi di credito e, viceversa, si ha la recessione quando il volume dei crediti si contrae. Ciò spiega fino a un certo punto gli aspetti inflazionistici di una depressione indotta artificialmente, la combinazione che contribuisce a formare il cosiddetto “ciclo economico”.

 

DELLE INVISIBILI BANCHE PRIVATE ATTORNO ALLE BANCHE CENTRALI
Nel corso del diciannovesimo secolo, con l’impianto del Gold Standard e l’evoluzione del sistema bancario moderno, si sviluppano anche, attorno alla piramide rovesciata dell’offerta di denaro, una pletora di entità finanziarie che ruotano attorno alla banca centrale; in maggior parte delle nazioni occidentali, le banche centrali sono circondate a breve distanza da invisibili banche d’affari private. Queste banche d’affari si vedono poco, perché sono sovrastate dall’abbagliamento delle banche centrali, nonostante che queste siano spesso da quelle dominate. In Francia, per esempio, nel 1936, quando la Banca di Francia viene riformata, il suo consiglio di amministrazione è ancora dominato dai nomi delle famiglie che l’hanno originariamente istituita nel 1800; ad essi sono stati aggiunti un paio di nomi più recenti, come quello di Rothschild (aggiunto nel 1819); in taluni casi i nominativi possono non essere riconosciuti al volo, perché sono quelli dei generi, piuttosto che dei figli. Altrimenti, nel 1914, i nomi, frequentemente quelli di protestanti di varia origine provenienti dalla Svizzera (giunti nel diciottesimo secolo), sono sempre gli stessi.

 

DELLA BANCA D’INGHILTERRA E DELLE SUE IMPRESE PRIVATE
Una situazione simile si ha in Inghilterra; cosicché, anche nella metà del ventesimo secolo, i membri della “corte” della Banca d’Inghilterra (Court of the Bank of England) sono preminentemente soci delle varie e più antiche banche d’affari, o banche “mercantili”, come:

Baring Brothers,

Morgan Grenfell,

Lazard Brothers

e altri.

 

DELLE BANCHE D’AFFARI INDIPENDENTI
In posizione secondaria troviamo le banche commerciali, chiamate in Inghilterra “Joint Stock Banks“ e conosciute in continente come “Deposit Banks” (banche di deposito). Fra queste, alcune sono molto famose, come le:

Midland Bank, Lloyd’s Bank, Barclays Bank in Inghilterra,

la National City Bank negli Stati Uniti,

il Credit Lyonnais in Francia,

e la Darmstädter Bank in Germania.

 

DEI SERVIZI COMPLEMENTARI
Fuori dall’anello secondario della cosiddetta intermediazione del credito e del denaro c’è un terzo anello, più periferico, contenente le istituzioni con minore potere finanziario ma con la funzione significativa di mobilizzare i fondi pubblici dei cittadini. Quest’anello include una vasta gamma di: casse di risparmio, società di assicurazioni e società fiduciarie.

 

DELL’INFLUENZA BANCARIA SUI GOVERNI O SULL’INDUSTRIA

Il sistema dell’intermediazione del credito e del denaro varia in rapporto al luogo che si osserva.

Francia e Inghilterra

Storicamente, in Francia ed in Inghilterra, i banchieri delle banche private esercitano il loro potere attraverso la banca centrale e hanno molta più influenza su governo e politica estera di quanta ne abbiano sull’industria. Ciò si ha perché, in Francia ed in Inghilterra, a differenza che in Germania, Italia e Stati Uniti – o in Russia – il risparmio privato è sufficiente per permettere all’industria di autofinanziarsi, senza dover dipendere da banche o da governi.

Stati Uniti d’America

Negli Stati Uniti d’Amerca, la maggior parte dell’industria è finanziata direttamente da banche d’affari e il potere di queste ultime su industria e governo è molto grande, mentre la banca centrale (The New York Federal Reserve Bank) viene fondata più tardi (nel 1913) acquista potere molto dopo (dopo che il capitalismo finanziario inizia a lasciare la scena).

Germania

In Germania l’industria è controllata e finanziata dalle “discount banks“, mentre la banca centrale mantiene un potere limitato, o poco significativo, prima del 1914.

Russia

In Russia il ruolo del governo è stato dominante in gran parte della vita economica della Nazione.

Italia

In Italia la situazione è più arretrata ma più complessa.

 

DELL’OFFERTA DI DENARO, CONTROLLI PERMISSIVI E CONTROLLI RESTRITTIVI
Abbiamo visto che due dei cinque fattori che determinano il valore della moneta (e perciò il livello dei prezzi di beni e servizi) sono la domanda e l’offerta di denaro. Nei secoli più recenti, l’erogazione di denaro non è sottoposta ad alcun controllo centralizzato responsabile in maggior parte degli Stati. Piuttosto, si hanno una varietà di forme di controllo che in taluni casi possono essere influenzate dai banchieri, in altri dal governo e, in altri casi ancora, da nessuno dei due. Questa sorta di flessibilità dei sistemi monetari dà luogo a controlli costrittivi verso la deflazione e a controlli permissivi verso l’inflazione. Infatti l’offerta d’oro può essere diminuita ma è assai difficile che possa essere aumentata. Se un’oncia d’oro viene aggiunta al sistema, ciò permette un aumento dei depositi equivalente a $2067 sul livello più alto; ma se la stessa oncia d’oro viene ritirata, ciò comporta una riduzione dei depositi dello stesso importo, probabilmente attraverso il rifiuto di rinnovare un prestito.

 

DEL POTERE MONETARIO E DELL’UNITÀ MONETARIA DEFLAZIONISTICA
Durante tutta la storia moderna l’influenza del “Gold Standard” è deflazionistica, perché la produzione d’oro, ogni anno, ad eccezione che in periodi straordinari, non fa mai pace con l’aumento di produzione di prodotti e servizi. Solo nuove forniture d’oro, o la sospensione del “Gold Standard” nei tempi di guerra, o la diffusione di nuove forme di pagamento (banconote e assegni), che economizzano l’utilizzo dell’oro, evitano alla nostra civilizzazione una costante deflazione dei prezzi negli ultimi due secoli.

Come si hanno due lunghi periodi di deflazione

dal 1818 al 1850 e dal 1872 al 1897,

intervengono pure tre periodi d’inflazione, che con quelli di deflazione si alternano

1790-1817, 1850-1872, 1897-1921,

e sono causati da:

1) guerre (rivoluzione francese, Napoleone), mentre le Nazioni, in maggior parte, non vanno con l’oro;

2) nuovi scioperi dell’oro in California e in Alaska nel 1849-1850, seguiti da una serie d’altre guerre, che includono la guerra di Crimea del 1854-1856, la guerra Austria-Francia del 1859, la cosiddetta guerra civile americana 1861-1865, la guerra Austro-Prussiana e Franco-Prussiana del 1866 e 1870, e persino la Guerra Russo-Turca del 1877.

3) Lo sciopero dell’oro di Klondike e Transvaal nel tardo 1890, completato dai nuovi metodi di raffinazione al cianuro dell’oro, nel 1897, circa, e dall’altra serie di conflitti armati, dalla guerra Ispano-Americana (1898-1899) alla guerra anglo-boera del 1899-1902, alla guerra russo- giapponese del 1904-1905, e alla serie quasi ininterrotta di guerre nel decennio 1911-1921.

In tutti quei casi, i tre grandi periodi di guerre terminano con delle estreme crisi deflazionistiche (1819, 1873, 1921), non appena l’influente potere monetario persuade i governi a ristabilire unità monetarie deflazionistiche ad alto contenuto d’oro. L’ossessione del “potere monetario” per la deflazione è, parzialmente, il risultato del suo interesse per il denaro prima che per i beni materiali ma è anche fondato su altri fattori, uno dei quali è paradossale.

Le condizioni economiche di base del XIX secolo sono deflazionistiche, con un sistema monetario basato sull’oro e un sistema industriale che insiste a produrre crescenti quantità di beni. E però, nonostante le cadute dei prezzi (con l’aumento del valore del denaro) i tassi d’interesse tendono a cadere anziché a salire. Questo capita perché la limitazione relativa dell’offerta di denaro nel mondo degli affari non si riflette nel mondo finanziario, in cui gli eccezionali profitti della finanza dovrebbero rendere disponibili altrettanto eccezionali fondi per i finanziamenti. Oltre a ciò, la vecchia tradizione delle banche d’affari continua a prevalere nel capitalismo finanziario fino alla sua fine, nel 1931, e continua a favorire l’emissione di obbligazioni piuttosto che di titoli azionari, preferendo emissioni governative anziché offerte private, ed investimenti stranieri piuttosto che quelli interni. Fino al 1825, le obbligazioni pubbliche costituiscono la quasi totalità delle transazioni in titoli nel London Stock Exchange. Nel 1843, queste obbligazioni pubbliche, solitamente estere, costituiscono l’80% dei titoli registrati e, nel 1875, sono ancora circa il 68%. I fondi disponibili per tutti quei prestiti sono talmente grassi che si hanno, nel XIX secolo, tumulti di sottoscrittori in cerca di opportunità d’acquisto di titoli collocabili. L’eccesso di risparmio porta alla caduta del costo del denaro e i tassi d’interesse delle obbligazioni del governo britannico precipitano dal 4,42% nel 1820 al 3,11% nel 1850, al 2,76% nel 1900. Ciò induce a dirigere il risparmio verso investimenti stranieri e, anche in quel caso, dando la preferenza alle obbligazioni emesse dai governi e ai titoli a tassi fissi di rendimento. Tutto ciò rafforza l’ossessione dei banchieri sia verso la deflazione (che fa salire il valore del denaro e i tassi d’interesse sui prestiti) che verso lesercizio della loro crescente influenza sui governi delle nazioni, presso le quali essi radicano la loro presenza parassitaria.

 

DELLA POLITICA BANCARIA SU INFLAZIONE E DEFLAZIONE
Un altro paradosso della pratica bancaria emerge dal fatto che i banchieri, amanti della deflazione, spesso agiscono in direzione inflazionistica per via del loro smanioso godimento nel prestare denaro a strozzo. Dato che si arricchiscono prestando denaro, essi tendono a desiderare di aumentare le somme di denaro date in prestito. Ma gli atti rivolti a mettere in giro più denaro sono inflazionistici. Il conflitto tra l’ideale deflazionistico e le pratiche inflazionistiche ha profonde ripercussioni sul mondo degli affari. I banchieri fanno prestiti e ciò aumenta il volume di denaro in circolazione con maggiore rapidità rispetto al volume di beni materiali in circolazione. Il risultato è l’inflazione. Quando questa tendenza diventa chiaramente visibile, essi fuggono l’inflazione limitando subito il credito ed aumentando i tassi di sconto. Ciò è vantaggioso per i banchieri nel breve periodo (perché consente loro d’impossessarsi dei beni materiali sottoposti a garanzia dei prestiti) ma può diventare disastroso per loro nel lungo periodo (forzando il valore delle garanzie ipotecate sotto l’ammontare dei crediti che deve coprire). Per l’industria, per il consumo, per il commercio, per le famiglie e per l’economia in generale, la deflazione indotta dalla politica dei banchieri è sempre distruttiva, sia nel breve che nel lungo periodo. Le risultanti fluttuazioni nell’offerta di denaro, soprattutto di depositi, è un aspetto prominente del ciclo d’affari. La quantità di moneta disponibile può essere cambiata, alterando i requisiti delle riserve, oppure modificando il tasso di sconto. Negli Stati Uniti, per esempio, un limite superiore (negli anni ’70) è fissato sui depositi, richiedendo alle banche affiliate alla Federal Reserve di mantenere una certa percentuale dei loro depositi come riserva presso la locale Federal Reserve Bank. La percentuale, generalmente dal 7% al 26%, varia a seconda degli accordi fra i locali e i governatori del sistema Federal Reserve.

 

DELLE VARIAZIONI DELL’OFFERTA DI DENARO
Le banche centrali possono, normalmente, variare l’ammontare di denaro in circolazione attraverso operazioni “open-market“ o influenzando il tasso di sconto delle banche minori. Nelle operazioni “open-market“, la banca centrale compra o vende obbligazioni pubbliche sul mercato. Se compra, teoricamente, immette denaro nel sistema economico; se vende, sottrae denaro dal sistema economico e ne riduce quindi la quantità in circolazione in una data comunità produttiva. Lo scambio, la variazione, è ben maggiore rispetto al prezzo dei titoli.

Se, per esempio, la Federal Reserve Bank acquista obbligazioni dello Stato dal mercato dei titoli, paga con assegni che vengono subito depositati sui conti di certe banche. Questi versamenti incrementano le riserve di credito di queste banche (presso le quali vengono fatti i depositi) verso la la Federal Reserve Bank. Dato che le banche sono autorizzate a fare prestiti per importi molte volte maggiori rispetto alla loro riserva presso la Federal Reserve Bank, quella transazione permette loro di fare prestiti per importi molte volte maggiori rispetto alla quantità di denaro che avrebbero effettivamente in cassa.

 

DEI RAPPORTI TEORICI DEI TASSI D’INTERESSE
Le banche centrali, teoricamente, possono anche determinare variazioni nella quantità di denaro in circolazione in una comunità, influenzando la politica creditizia delle altre banche. Ciò si può fare con metodi diversi, come cambiare il “tasso di sconto” o cambiare i requisiti dei depositi di riserva. Cambiando il tasso di sconto si varia il tasso d’interesse che la banca centrale applica, cioè fa pagare, alle banche minori, per i prestiti che esse fanno a loro volta con la banca centrale

per le somme che danno in prestito al pubblico, che sono assicurate da contratti commerciali o da titoli di diversa natura. (Cioè, le banche prestano denaro al pubblico; le somme che prestano, secondo certe teorie riprese dagli storici dell’economia, le prendono in prestito dalla banca centrale; la banca centrale applica alle altre banche un interesse; le altre banche applicano, a loro volta, ai loro clienti un altro tasso d’interesse, che è ben più alto di quello che pagano loro alla banca centrale).

 

DEL TUS/TUR
L’ex Tasso di Sconto (il “re-discount rate”) che, in Italia, veniva chiamato TUS, Tasso Ufficiale di Sconto, e che ora si fa chiamare TUR, Tasso Ufficiale di Riferimento, viene determinato dalla BCE dal 1 gennaio 2004. Le manovre tipiche sono:

A) Cambiare “tasso di sconto”, o il TUR

Alzando il tasso con cui la banca centrale concede prestiti alle altre banche, la banca centrale forza le banche minori ad alzare i tassi d’interesse sui prestiti che concedono ai loro clienti, per lavorare con profitto. Questo aumento dei tassi d’interesse tenderebbe a ridurre la domanda del credito e perciò anche l’ammontare dei “depositi” (quei depositi che le banche inventano per accreditare ai loro clienti, indebitati a strozzo, il denaro che inventano dal nulla e che prestano ai correntisti). Abbassare il “tasso di sconto” consentIrebbe il risultato opposto.

B) Cambiare i limiti di riserva obbligatoria

Le banche centrali, a loro esclusivo arbitrio, forzano le banche locali a ridurre il credito. Cambiare i requisiti dei depositi di riserva, come metodo utilizzato dalle banche centrali per influenzare la politica del credito delle altre banche, sarebbe possibile solo in quei posti, come gli Stati Uniti d’America, in cui vigerebbe un limite statutario sulle riserve imposto alle banche. Aumentare il limite “minimo” della riserva obbligatoria riduce la capacità delle banche minori di concedere prestiti; inversamente, diminuire quel limite “minimo” di riserva, aumenta la capacità delle banche minori di concedere prestiti.

 

DEI CONTROLLI PERMISSIVI E COMPULSIVI
Bisogna notare che il controllo delle banche centrali sulle politiche di credito delle banche locali è, o può essere, permissivo in una direzione ma è compulsivo in un’altra. Le banche centrali possono obbligare le altre banche a ridurre il credito, ma possono, TEORICAMENTE, solo consentire loro d’incrementarlo. Ciò significa che hanno potere di controllo contro linflazione e possono impedirla; ma non avrebbero lo stesso potere costrittivo per fermare la deflazione (della quale sono comunque innamorate. Ciò riflette la vecchia idea originale dei banchieri secondo i quali “l’inflazione è il male e la deflazione è il bene“) In pratica, hanno più di un sistema per obbligare le altre banche a fare come vogliono loro e possono anche comandare l’espansione del credito, magari indirizzandolo alla speculazione finanziaria, come fanno tutte le volte, prima d’imporre congiunture economiche restrittive, purghe e medicine forti, conseguenti recessioni finanziarie ed economiche fraudolente.

 

DEL CONTROLLO DEI GOVERNI SULLA MONETA REGOLATO DA PROCEDURE BANCARIE

Il potere che i governi potrebbero esercitare sul controllo della quantità di moneta in circolazione si dovrebbe poter avere in diversi modi, per esempio:

l’eliminazione della banca centrale,
il controllo assoluto sulla banca centrale,
il controllo sull’imposizione fiscale,
il controllo della spesa pubblica.

Il tipo di controllo di uno Stato sulla propria banca centrale varia da Nazione a Nazione. Le banche centrali sono, da sempre, imprese private a scopo di lucro e però il controllo su di essi è più frequentemente basato sulla consuetudine bancaria che sulla legge. Ha senso dunque parlare di controllo da parte dello Stato? Il controllo sulla quantità di moneta in circolazione che uno Stato dovrebbe poter controllare, in presenza di una banca centrale, è regolato dalle procedure bancarie. E chi inventa le procedure bancarie? Chi altri se non le stesse banche? Il potere di uno Stato di decidere sulla quantità di moneta in circolazione in una comunità in un dato momento, esercitato attraverso l’imposizione fiscale e la spesa pubblica, dovrebbe essere largamente indipendente dal controllo delle banche. E invece la capacità delle banche centrali d’influenzare i burattini ai governi degli Stati è talmente invasiva che sono proprio le banche centrali a determinare le politiche economiche con le quali istruire i governi.

 

DELL’IMPOSIZIONE FISCALE E DELLA SPESA PUBBLICA
La cosiddetta “tassazione” tende a ridurre la quantità di denaro che circola in una comunità ed è normalmente una forza deflativa (cioè deflazionistica, che produce deflazione). Perciò, ai banchieri e ai padroni delle banche centrali piace l’oppressione fiscale a danno d’altri. La spesa pubblica tende invece ad aumentare la quantità di denaro che circola in una comunità ed è una forza inflativa (cioè inflazionistica, che tende a produrre inflazione). L’effetto complessivo della politica di governo dovrebbe dipendere da quale degli indici sia il maggiore. Il disavanzo pubblico, il rendiconto ”sbilanciato” dello Stato, sarà inflativo, o inflazionistico; viceversa, il surplus di bilancio (dello Stato) sarà deflativo, o deflazionistico. Il governo di uno Stato può anche cambiare l’ammontare del denaro in circolazione nella comunità di quello Stato attraverso altre manovre, più drastiche. Per esempio, succede fino a poco tempo fa che, se la quantità di oro fino contenuta in un dollaro viene ridotta della metà, l’ammontare dei certificati gold-certificate può essere raddoppiato e l’ammontare di banconote e di depositi creati su quella base monetaria possono essere aumentati molte volte, a seconda delle abitudini delle banche di quella comunità riguardo alle riserve frazionarie obbligatorie. Oltre a ciò, se il governo di uno Stato abbandona completamente il “gold-standard“, e cioè si rifiuta di cambiare certificati e banconote con oro vero, banconote e depositi possono essere aumentati indefinitamente, perché non sono più limitate dalle quantità d’oro presenti nelle riserve.

 

DEL DOMINIO SUGLI AFFARI DELLE FERROVIE
Sulla scelta di come e quando aumentare o diminuire la quantità di denaro in circolazione, i governi degli Stati, i banchieri e gli industriali, quando hanno occasione di discuterne e mettersi d’accordo, non sempre sono d’accordo. Complessivamente, fino al 1931, i banchieri, soprattutto quelli potenti del cartello delle banche internazionali, sono bene in grado di dominare sia i governi che il mondo degli affari. Possono dominare il mondo degli affari perché, specialmente nelle attività e in aree in cui l’industria non può autofinanziarsi, le banche hanno il potere di concedere o rifiutare il prestito del capitale necessario alle imprese.

E così le partecipazioni di Rothschild arrivano a dominare gran parte delle ferrovie in Europa e quelle di Morgan controllano almeno 26 mila miglia di quelle americane. Ma i banchieri non si limitavano a questo. In cambio del collocamento dei titoli del settore, prendono poltrone nei consigli d’amministrazione delle imprese industriali, come fanno in precedenza con le banche commerciali, le casse di risparmio, le assicurazioni, le società finanziarie, e come faranno poi con le maggiori università, i centri di ricerca, le cliniche e i mezzi dell’informazione.

Dagli istituti di credito minori, essi incanalano i capitali verso le imprese che cedono il controllo e li tengono lontani da quelle che resistono (e quelle che resistono, non avendo accesso al credito, se hanno fortuna restano indietro, altrimenti vanno alla malora). Queste imprese vengono gestite da cariche di vertice intrecciate, holding, e banche minori. Costruiscono accorpamenti e riducono la concorrenza in generale, fino a che, al principio del ventesimo secolo, molte attività monopolizzate possono alzare i prezzi, già non competitivi, in modo da superare i costi, generare profitti sufficienti a renderli capaci di auto-finanziamento e di sbarazzarsi del controllo dei banchieri. Ma, prima di arrivare a questo punto, un numero relativamente ristretto di banchieri sono già in posizione di grande influenza sulla vita economica in Europa e in America.

Nel 1909 Walter Rathnau, (che eredita da suo padre il controllo della tedesca General Electric Company) dichiara:

“300 uomini, che si conoscono tutti fra loro, dirigono i destini economici dell’Europa e scelgono i loro successori al loro interno”.

 

DELL’INFLUENZA DEI BANCHIERI SUI VERTICI DEGLI ENTI DI STATO
Il potere dei banchieri sui governi delle nazioni si fonda su di un indeterminato numero di fattori. Forse il più immediato è il bisogno che hanno i governi degli Stati – bisogno artificiale, che sono convinti di avere, senza averlo – di emettere obbligazioni e titoli di Stato a breve e lungo termine. Proprio come gli imprenditori si rivolgono agli istituti di credito e chiedono anticipi di capitale per appianare le discrepanze fra le loro entrate (che sono irregolari e intermittenti) e le loro uscite (che sono invece periodiche, persistenti e costanti, come gli affitti, le rate dei mutui, gli interessi passivi, le paghe settimanali per i lavoratori dipendenti, eccetera) così i governi degli Stati devono (credono di dover, o fingono di credere di dover) rivolgersi alle banche (o a istituti pubblici controllati da esse) per coprire le spese regolari e persistenti, laddove le entrate dello Stato sono irregolari, o incostanti o inferiori, rispetto alle uscite.

I banchieri internazionali sono esperti di obbligazioni e titoli di Stato, perciò, non solo organizzano la fornitura degli anticipi di denaro liquido necessari ma fanno anche da consulenti per i funzionari degli Enti di Stato e, in molte occasioni, piazzano i loro membri in posizioni di potere, come pubblici ufficiali, a gestire gli affari dello Stato – esattamente come fanno quando finanziano una qualunque altra impresa privata – per vari periodi di tempo, specie se ci sono problemi particolari da affrontare. Questo vezzo è talmente diffuso e storicamente accettato che, anche ai giorni nostri, banchieri o affiliati dei banchieri, si ritrovano a lavorare un po’ per le banche e un po’ per i governi degli Stati, con cariche pubbliche, chi a capo di un governo, chi come presidente della Repubblica (vedi Einaudi e Ciampi in Italia), chi a capo del ministero del Tesoro in Europa e negli USA, e chi, dopo aver servito banche e lavorato al dipartimento di stato, ritorna poi a dirigere altre banche (come Robert MacNamara e Paul Wolfowitz, che dopo aver fraudolentemente portato la federazione statunitense in guerra rispettivamente in Vietnam, in Afghanistan e in Iraq, vanno a dirigere la banca mondiale), quasi senza nessuna critica o commento proveniente da una qualsiasi altra parte politica o sociale.

 

DEL POTERE SUPREMO DEL DENARO
L’influenza dei banchieri delle banche d’affari sui governi degli Stati durante l’era del capitalismo finanziario (circa fra il 1850 e il 1931) non è un argomento su cui chiunque possa parlare liberamente, ma è ammessa abbastanza di frequente da chi è all’interno del sistema, soprattutto in Inghilterra. Nel 1852, Gladstone, cancelliere, dichiara pubblicamente:

”Il cardine di tutta la situazione era questo: lo stesso Governo non doveva essere un potere sostanziale in materia di Finanza, ma doveva lasciare il potere monetario supremo e indiscusso”.

Il 26 settembre del 1921, si legge sul Financial Times:

“Mezza dozzina di uomini ai vertici delle 5 banche principali potrebbero sconvolgere l’intero tessuto della finanza pubblica rifiutando di rinnovare i buoni del Tesoro“.

Nel 1924, Sir Drummond Fraser, vice presidente del Institute of Bankers, dichiara:

“Il governatore della banca d’Inghilterra deve essere il solo autocrate che detta i termini ai quali deve sottostare il Governo per ottenere finanziamenti.

 

MONTAGU NORMAN e J.P. MORGAN
Oltre al loro potere sui governi degli Stati, basato sulla loro capacità di finanziarli e d’influenzarne i governanti, i banchieri possono pilotare i governi verso le direzioni che vogliono con molti altri metodi. Dato che molti funzionari pubblici si sentono, a ragione, molto ignoranti sulle materie amministrative, economiche e finanziarie, essi, i non esperti del far di conto, cercano consiglio proprio presso i banchieri e i loro uffici, perché li considerano più competenti, e nelle mani di persone “più competenti”, si mettono e si lasciano andare gli incompetenti. La storia dell’ultimo secolo mostra che i suggerimenti dei banchieri ai governi, così come i suggerimenti dati dai banchieri agli industriali, sono sempre coerentemente conformi al bene dei banchieri ed al dissanguamento dei governi, del mondo degli affari e delle popolazioni produttive in generale. Oltre a ciò, la “consulenza” dei banchieri può essere mandata ad effetto forzosamente, se necessario, attraverso la manipolazione dei cambi, dei flussi dell’oro, del tasso d’interesse e anche dei livelli delle attività d’impresa.

Così Morgan domina la seconda amministrazione di Cleveland mediante il prelievo dell’oro e, tra il 1936 e il 1938, i manipolatori francesi dei tassi di cambio paralizzano i governi del Fronte Popolare. Il potere di questi banchieri internazionali raggiunge il suo picco massimo nell’ultima decade della loro supremazia, tra il 1919 e il 1931, quando Montagu Norman e J.P. Morgan dominano la finanza internazionale e le relazioni internazionali. Il Wall Street Journal, nel novembre del 1927, definisce Mr. Norman:

“il dittatore delle VALUTE d’Europa”.

Lo stesso Norman lo ammette tranquillamente, davanti alla Court of the Bank, nel marzo del 1930, e, innanzi alla Commissione Macmillan della Camera dei Comuni, cinque anni più tardi. In un’occasione, poco prima della fuga del capitalismo finanziario, si riporta che Mr. Norman dichiari:

“Ho l’egemonia del mondo.”

A quel tempo, qualche “Englishman” parla della “seconda conquista dell’Inghilterra, riferendosi al fatto che il fratello di Norman è a capo del British Broadcasting Corporation. E però il governatore Norman raramente agisce su problemi di maggiore rilevanza mondiale senza consultarsi prima con i rappresentati di J.P. Morgan. Norman diviene presto uno dei viaggiatori con le maggiori lunghezze di percorrenza dei suoi tempi.

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Pubblicato da economia, finanza e fisco

Come si gestisce l'impresa che sopravviva nel nostro sistema economico-giuridico? Cos'è il sistema economico e come funziona? Come funziona l'impianto giuridico-economico in Italia, in Europa e nel resto del mondo? Cosa studiano e a cosa servono gli economisti? Cosa studiano e a che servono gli insegnanti di economia politica? Come si controllano il sistema economico, i processi di produzione e consumo, di tutte le categorie di aziende? Come continuare ad ignorare il problema monetario, e il problema dell'alienazione del monopolio della sovranità monetaria, nonostante il tema sia stato oramai ampiamente descritto, spiegato, e le spiegazioni distribuite?

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