RAPPORTI ECONOMICI III – Eccessi di Produzione

 

DELLA SOTTOMISSIONE DELLE BANCHE ALL’INDUSTRIA E AI GOVERNI
Dopo il 1931, il conflitto d’interessi fra banchieri e industriali si risolve, in molti Stati europei nella subordinazione dei banchieri sotto gli industriali, oppure sotto i governi. Questa subordinazione si ottiene con l’adozione della “politica finanziaria non ortodossa”, che significa politica finanziaria non conforme con i soli interessi nel breve periodo dei banchieri internazionali. Il cambiamento con il quale i banchieri vengono ridimensionati in posizione di subalternità, riflette uno sviluppo fondamentale nella moderna storia economica. Uno Sviluppo che si può descrivere come un’evoluzione dal capitalismo finanziario al capitalismo monopolistico. Ciò accade in Germania, prima che in qualunque altra Nazione, ed è già a buon punto attorno al 1926. In Gran Bretagna avviene dopo il 1931 e in Italia solo nel 1934. Non si ha però in Francia e questo spiega fino a buon punto la debolezza economica della Francia tra il 1938 e il 1940.

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DELLE PRATICHE FINANZIARIE INTERNAZIONALI

Quando beni e servizi sono scambiati fra Nazioni diverse, in passato, vengono pagati con merci o con oro. Non possono essere pagati con banconote, certificati e assegni di altre Nazioni perché i titoli di debito e credito hanno valore solo nella Nazione in cui sono emessi. Per evitare di dover muovere l’oro ad ogni transazione commerciale, negli scambi internazionali, si usano quindi delle promesse di pagamento (bills of exchange). Il compratore può pagare il suo debito spedendo al venditore una promessa di pagamento (un credito) che egli, a sua volta, ha precedentemente acquisito da un altro soggetto nella sua Nazione. Il suo creditore può incassare, o usare quel credito che gli viene ceduto, per soddisfare le proprie necessità di pagamento. Si tratta di crediti nei confronti di soggetti collocati in altri Stati che vengono venduti ad altri soggetti nello stesso Stato di chi li cede. Questi ultimi compreranno i crediti se vogliono estinguere un debito che, a loro volta, essi hanno contratto con altri creditori esteri. Un debitore può estinguere il suo debito inviando al creditore estero il titolo di credito (esigibile da un altro soggetto estero dello stesso paese in cui si trova il creditore) che ha acquistato e lascia che sia il suo creditore ad usare quel titolo per incassare il suo credito.

Perciò, anziché avere l’importatore che da una Nazione spedisce denaro all’esportatore di un’altro paese, abbiamo che l’importatore paga il suo debito all’esportatore nel suo paese, e il suo creditore di quel paese riceve pagamenti dall’importatore nel proprio paese. E allora, i pagamenti nelle transazioni internazionali, si fanno sommando assieme due o più soggetti in transazioni multiple che coinvolgono più soggetti e più Nazioni. La gestione di queste transazioni combinata si affida al mercato dei cambi (foreign exchange market). Un esportatore di merci può vendere le sue promesse di pagamento nel mercato in cui opera a da quel mercato può ricavare pagamenti nella sua valuta locale. Un importatore acquisisce la promessa di pagamento da spedire al suo creditore e così immette le unità monetarie della sua Nazione nel circolo del mercato.

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DEL MERCATO DEI CAMBI, REGOLATORE DEGLI SCAMBI ESTERI

In condizioni normali, il mercato dei cambi serve per pagare beni e servizi importati senza dover organizzare spedizioni internazionali d’oro. In condizioni normali, il mercato dei cambi funziona anche come regolatore automatico degli scambi internazionali e funziona in economia seguendo la solita regola elementare della domanda e dell’offerta. Se le importazioni di uno Stato costantemente eccedono le esportazioni di quello Stato, più importatori di quello stato offrono divisa interna per acquistare divisa estera. Se più importatori offrono divisa interna per comprare divisa estera, si ha un aumento di offerta di divisa interna e un aumento della domanda di divisa estera. Gli importatori offrono più denaro nella loro divisa interna (per quelle promesse di pagamento estere) e il valore della loro divisa cala, mentre sale il valore della valuta estera di quegli Stati esportatori sul mercato dei cambi.

Questi aumenti e questi cali di valore sono misurati in termini di variazioni rispetto al valore iniziale (o al rapporto iniziale, o al punto di equilibrio iniziale fra le due valute messe a confronto, “par“) che è dato dalla misura in oro delle valute oggetto delle transazioni. Nel momento in cui il valore della divisa interna, di una data Nazione A, diminuisce oltre ad un certo indice (par) in rapporto al valore della divisa di una o più altre Nazioni dalle quali acquista valuta, le esportazioni della Nazione A verso quelle altre Nazioni aumentano le loro attività (per effetto della maggior convenienza ad acquistare prodotti i cui prezzi non sono calati ma sono espressi in una divisa che è svalutata rispetto a quella di chi compra).

Quando gli esportatori della Nazione A ricevono promesse di pagamento, possono vendere quelle promesse di pagamento contro valori più alti, farsi pagare nella propria valuta quantità di denaro maggiori, rispetto a quanto avrebbero percepito prima della variazione del cambio. Il surplus delle importazioni, diminuendo il valore di cambio della valuta dello Stato importatore, conduce poi ad un aumento delle esportazioni da quello stesso Stato che, grazie all’offerta di un maggior numero di promesse di pagamento estere, tende a ripristinare il rapporto dei valori iniziali di cambio con le valute degli altri Stati (con i quali ha rapporti in importazione ed esportazione) al punto “par” di partenza.

Questa restaurazione di equilibrio fra i valori delle rispettive valute degli Stati, negli scambi internazionali, dà luogo alla restaurazione degli equilibri anche nella bilancia dei pagamenti internazionali e questa, a sua volta, produce la restaurazione dell’equilibrio nella bilancia commerciale dei beni e dei servizi scambiati fra le nazioni. Cioè, in condizioni normali, gli squilibri negli scambi commerciali internazionali creano automaticamente le condizioni che restaurano la situazione di equilibrio negli scambi commerciali internazionali.

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DEI MERCATI DEI CAMBI CON IL GOLD STANDARD

Quando gli Stati non adottano il Gold Standard, gli squilibri sui cambi possono continuare, privi di compensazione spontanea, e aumentare, con ampie fluttuazioni. Quando gli Stati si regolano sul Gold Standard, il risultato è ben diverso. Con il Gold Standard, il valore della moneta di una data Nazione non va mai sotto la misura uguale al costo della spedizione dell’oro fra quella Nazione le Nazioni con le quali ha scambi commerciali. Un importatore che vuole pagare il suo partner commerciale in un altro Stato non continuerà ad offrire sempre più e più valuta del proprio paese in cambio di promesse di pagamento estere; piuttosto, farà salire il valore di quelle promesse di pagamento solo fino al punto in cui diventa più conveniente per lui comprare oro da una banca, pagare le relative spese di spedizione e assicurazione sull’oro spedito al suo creditore estero. Perciò, con il Gold Standard, i valori delle valute sui mercati dei cambi non fluttuano in modo ampio; essi si muovono solo fra due estremi (gold points) che sono solo lievemente sopra (gold export point) e lievemente sotto (gold imort point) il punto di parità di cambio di quelle valute con la corrispondente quantità d’oro che ciascuna valuta rappresenta. La situazione è complicata dagli speculatori (che acquistano valuta estera per fare “soldi con i soldi”), dai commercianti, che si fanno le scorte per acquisti futuri, e dal fatto che l’offerta complessiva di valuta estera disponibile sul mercato dei cambi non dipende solo dagli scambi internazionali di beni e servizi, essa include le somme totali dei pagamenti internazionali, la spesa per gli interessi, la spesa per il turismo, i prestiti esteri, la vendita di titoli, il rimpatrio di utili, i redditi degli immigrati, eccetera. Oltre a ciò, gli equilibri fra i cambi dipendono dal totale delle transazioni internazionali di tutti gli Stati e non solo di quelli fra due nazioni prese a modello di osservazione.

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DELLA FINE DEL GOLD STANDARD

La circolazione dell’oro da una Nazione ad un’altra, che risulta da squilibri negli scambi, tende a creare condizioni che contrastano con la circolazione stessa. Se una Nazione esporta più di quanto importa, una certa quantità d’oro viene inviata in quella Nazione per coprire le differenze nei pagamenti. L’oro in più, che viene ricevuto da quella Nazione, costituisce la base per un incremento di moneta nella propria valuta e questo produce un aumento dei prezzi al suo

interno; è un aumento sufficiente a ridurre le esportazioni e incrementare le importazioni. Nello stesso tempo, quell’oro, defluito da altre Nazioni, riduce la quantità di moneta presente in quelle Nazioni e produce una caduta dei prezzi al loro interno. Queste variazioni dei prezzi causano la variazione dei flussi delle merci, per l’ovvia ragione (ovvia per chi ha visto la prima parte, dove si spiega che merci e denari viaggiano in direzioni opposte) che le merci tendono a viaggiare verso le regioni dove vengono vendute a prezzi più alti e cessano di affluire nelle aree in cui sono vendute a prezzi bassi.

Le variazioni dei flussi delle merci contrasta con lo squilibrio originale che causa il precedente defluire dell’oro da una parte verso l’altra e il risultato è che questa fuoriuscita d’oro viene a cessare, con il conseguente ripristino dell’equilibrio nella bilancia degli scambi commerciali internazionali, con lievi differenze dei livelli dei prezzi. Tutto il processo mostra la subordinazione della stabilità dei prezzi interni alla stabilità degli scambi. Questa subordinazione è rifiutata dalla maggior parte delle Nazioni dopo il 1931. Il rifiuto lo si cava da:

a) abbandono parziale del Gold Standard;

b) controllo dei prezzi interni;
c) controllo sugli scambi.

Il tentativo è quello di liberare il sistema economico dall’influenza limitante di un sistema finanziario basato sull’oro.

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DEL FORZOSO ABBANDONO DEL GOLD STANDARD

l sistema finanziario che esiste prima del 1914 offre quelle speciali condizioni (sparite nel corso del 1900) che consentono di far funzionare il meraviglioso meccanismo di compensazione automatica dei pagamenti internazionali, uno dei più avanzati sistemi sociali concepito dalla mente umana. I cambiamenti economici che non hanno più permesso il sussistere di quelle condizioni speciali sono intervenuti conseguenti la prima guerra mondiale. Dopo il 1933 tutti i maggiori Stati sono obbligati ad abbandonare Gold Standard e altri sistemi automatici di bilanciamento dei cambi, a onta dei numerosi e determinati sforzi che si hanno per ripristinarli. Finita l’era del Gold Standard, l’oro circola fra le Nazioni come una qualunque altra derrata e il valore delle valute, non più legato all’oro, può fluttuare molto più ampiamente (gli squilibri si compensano in base a principi simili ma le fluttuazioni non sono più limitate nella loro ampiezza dai gold points). In questa situazione, gli squilibri nei pagamenti internazionali sono gestiti con le variazioni dei rapporti di cambio e con variazioni sui prezzi interni. Tra il 1929 e il 1936 gli Stati cercano l’equilibrio dei pagamenti internazionali facendo fluttuare i tassi di cambio piuttosto che intervenendo sui livelli dei prezzi interni. L’idea è che diminuire i prezzi interni significa spostare le risorse verso attività più redditizie con il conseguente abbandono di taluni settori dell’economia.

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La situazione, prima del 1914

La situazione del mondo prima del 1914 è caratterizzata da un elemento chiave: la posizione dominante del sistema economico, militare e finanziario, della Gran Bretagna. La supremazia navale e finanziaria della Gran Bretagna è totale ed indiscussa. I burattinai della Gran Bretagna hanno lo stile e il lusso dei sovrani benevoli, si compiacciono del potere reale e non vanno in cerca di quello apparente, prediligono la sostanza alla forma. Nei fatti, ai soggetti sottomessi alla supremazia britannica, essi cedono volentieri indipendenza e autonomia legislativa, perché in questo modo cedono anche alle colonie i costi di gestione dei servizi pubblici e dell’apparato di governo, ed è così che amministrano e fanno fiorire i commerci nelle loro colonie. La tradizionale supremazia britannica si ha già nel sedicesimo secolo, quando i traffici con le Americhe rendono l’Atlantico più importante del Mediterraneo, come rotta commerciale e come via verso l’accrescimento della ricchezza, e continua fino al 1900.

La marina mercantile della Gran Bretagna, arricchita fuori misura dal traffico internazionale di droga, predomina sulle principali vie di navigazione del mondo, controllandone tutti i trasporti e possedendo il 39% del naviglio mondiale (che è tre volte superiore rispetto a quello del suo più vicino rivale). A ciò si aggiunge che, prima del 1815, la Gran Bretagna inizia la rivoluzione industriale e la sua produzione industriale avanzata (navi a vapore, telegrafo, telefono, sistema industriale della fabbrica, eccetera) si ha decenni prima rispetto al resto del mondo.

Nel 1914, gli investimenti britannici oltremare ammontano a 20 miliardi di dollari e valgono tanto quanto il totale degli investimenti esteri di tutti gli altri Stati messi assieme. Il più grande mercato commerciale del mondo è in Gran Bretagna, che esporta prodotti e manufatti, importando materie prime e alimentari.

Nello stesso periodo gli Stati Uniti d’America sono già uno Stato accumulatore di debito su larga scala. Il centro della finanza mondiale è ancora la Gran Bretagna. I grandi movimenti di capitali verso l’estero producono anche grandi migrazioni di persone dall’Inghilterra (più di 20 milioni dal 1815 al 1938); il risultato è che la Gran Bretagna diventa il centro dei commerci mondiali tanto quanto il centro della finanza mondiale. Il sistema delle relazioni finanziarie internazionali, basato sul sistema industriale, commerciale e dei rapporti di credito, richiede, per il suo mantenimento, una serie di circostanze speciali che non sussistono in modo perpetuo; fra tali circostanze particolari, alcune sono quelle qui sotto:

1) tutte le Nazioni coinvolte nel sistema degli scambi dovrebbero adottare il pieno Gold Standard;

2) le economie interne dovrebbero essere libere da interferenze, pubbliche o private;

3) gli scambi commerciali internazionali dovrebbero essere liberi, dovrebbero consentire a beni e valute di affluire, o defluire, senza impedimenti a, e da, quelle aree dove perdono o acquistano valore;

4) i flussi finanziari dovrebbero essere accentrati in una stanza di compensazione ove sia possibile estinguere i reciproci rapporti di debito-credito riducendo le spedizioni fisiche dell’oro al minimo;

5) i flussi internazionali di beni e di denari dovrebbero essere influenzati dai fattori economici e non essere soggetti a influenze politiche, monopolistiche o ideologiche.

Questo sistema, che permette al commercio e alla finanza di fiorire meravigliosamente prima del 1914 in tutto il mondo, inizia a deteriorare dal 1890 in poi e i risultati sono evidenti nel 1910. Gli eventi della prima guerra mondiale fanno sparire le residue circostanze propizie al sistema. Il risultato è che l’iniziale capitalismo finanziario internazionale è ora solo un fioco ricordo.

Immaginiamo un mondo in cui si può circolare liberamente senza passaporto, senza visti d’entrata, senza barriere doganali o migratorie; un mondo socializzato se non sociale e civilizzato se arretrato; il sistema dà agli individui la possibilità di respirare liberamente e di sviluppare il loro talento individuale con spazi di liberà e autonomia sconosciuti prima di allora e in grave pericolo da allora in poi.

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La tragedia del dopo il 1914

La prima guerra mondiale cambia la posizione creditizia della federazione degli Stati Uniti d’America rispetto al resto del mondo. Prima di quella tragedia, la Nazione americana ha debiti internazionali per 3 miliardi di dollari; dopo la guerra ha crediti per 4 miliardi di dollari (e questi non includono altri 10 miliardi che sono dovuti agli Stati Uniti come risultato della guerra). La situazione del Regno Unito cambia inversamente: i crediti dello Stato ammontano a 18 miliardi di dollari prima della guerra e crescono a 13 miliardi e mezzo a fine dramma.

Gli alleati del Regno Unito devono 8 miliardi di dollari alla corona inglese, come debito di guerra, e il Regno Unito deve agli Stati Uniti 54 miliardi di dollari nella stessa forma. Questi debiti si concepiscono come le cosiddette “riparazioni” e vengono ben ridimensionati dopo il 1920; resta il fatto che la posizione della Nazione inglese rispetto alla Nazione statunitense è drasticamente cambiata, come risultato della guerra.

L’organizzazione economica del resto del mondo viene modificata in altri modi; gli Stati meno avanzati sono comunque già industrializzati e non ritornano nella condizione di dover importare i prodotti industriali dal Regno Unito, dalla Germania o dagli Stati Uniti, in cambio delle loro esportazioni di alimenti e materie prime. Oltre a ciò, la produzione di alimenti e materie prime di queste nazioni meno avanzate, in Europa e nel mondo, è già tanto aumentata che il suo totale non si riesce a smaltire, neppure esportando verso quegli Stati dai quali, prima della guerra, si importano i beni industriali.

Una delle conseguenze di ciò è che da tutte le Nazioni si vuole esportare e in tutte le Nazioni c’è riluttanza ad importare; le politiche economiche degli Stati del dopoguerra tendono tutte a favorire le esportazioni – con premi e sussidi – e a scoraggiare le importazioni – mediante dazi, restrizioni e altre misure protezionistiche – con il risultato, a noi ovvio, d’inibire fortemente i commerci internazionali.

Abbiamo visto bene chi ha voluto, pianificato, deciso e mandato ad effetto, la prima guerra mondiale ma non sappiamo ancora tutte le ragioni per le quali decidono quella immane tragedia. Per esempio,  l’atteggiamento commerciale protezionistico delle nazioni del dopoguerra, del quale si parla qui di sopra, è pilotato o è la moda casuale del momento? La consapevolezza di quest’eccesso di capacità produttiva delle nazioni industrializzate, si ha dopo la guerra o invece prima? Le condizioni sociali ed economiche del dopoguerra sono o non sono quelle desiderate da coloro i quali decidono la guerra? Considerando quanto l’intera produzione industriale sia riconvertita – durante il conflitto – impiegando tutte le risorse delle Nazioni, per distruggere vite e ricchezza economica mediante la guerra, non è più logico concludere che qualcuno prende coscienza di questa meravigliosa capacità del mondo economico di produrre in eccesso, già prima della guerra e che, con la guerra, fra gli altri obiettivi, ha anche quello di arrestare il processo di sovrapproduzione?

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DEGLI ECCESSI DI PRODUZIONE

Gli analisti economici che lavorano per le élite al potere si accorgono ad un certo punto (io non so dire esattamente quando, ma credo che si possa scegliere un momento qualunque, dopo l’avvio della prima rivoluzione industriale e prima della prima guerra mondiale) di un grave problema, tutto derivante dalle indesiderate capacità delle macchine:

si ha un “eccesso” di produzione, un “eccesso” di capacità produttiva.

Non c’è nessun bisogno, per i ruffiani economisti e giornalisti, di andare a spiegare che cosa intendono per “eccesso”, eccesso rispetto a che cosa? Rispetto alla domanda interna? Rispetto alla domanda estera? No, eccesso rispetto alle politiche restrittive che sono oramai cristallizzate, come atti necessari per il profitto, nel pensiero economico alienato (quello che certi sciagurati economisti chiamano “scienza economica”) delle aristocrazie mercantili, bancarie e finanziarie. Gli osservatori economici al servizio delle banche centrali sono portaborse di scarso profilo morale che s’identificano con le classi dominanti, pur non avendo, né in principio né mai, alcuna possibilità di entrare a far parte dei loro circoli.

L’eccesso di produzione, l’eccesso di capacità produttiva delle nazioni, prima del 1914, è un problema per le élite al potere e, se è un problema per loro deve diventare un problema anche per la restante parte dell’umanità. Anche se gli economisti del mondo sono sempre impegnati a discutere su altri temi, quasi sempre inutili, forse possiamo ancora dire che quello degli eccessi di produzione è il problema fondamentale dell’era moderna.

Al tempo in cui i “gentiluomini” inglesi vanno a civilizzare il mondo con le cannoniere, l’oppio e lo spionaggio industriale, imponendo le loro banche centrali e le file ordinate alle fermate degli autobus, il pianeta vive di traffici internazionali e le generalità delle derrate prodotte, ovunque nel mondo, sono disponibili in abbondanza su tutti i mercati esistenti.

Le prime politiche restrittive consentono di tenere alti i prezzi e i profitti degli intermediari, perché la produzione industriale non è ancora molto sviluppata; così, chi si arricchisce sono gli intermediari e chi soffre sono la produzione e il consumo; però il mondo resiste e va avanti; le guerre servono in quel tempo per accaparrarsi territori, imporre politiche economiche, imporre monopoli, come quello dell’oppio in Cina. Tuttavia, da un certo momento in poi, la guerra di conquista non serve più, essendo il mondo già conquistato da decenni, i monopoli sui diamanti, sull’oro, e sull’emissione monetaria esistono già, e allora, perché la guerra? Diciamo che dopo la prima guerra mondiale e le concorrenti finte rivoluzioni in Russia e nel mondo arabo, si stabilisce anche il monopolio petrolifero e s’installa la banca centrale in Russia. Però questi ultimi monopoli ingrassano soprattutto gli stessi padroni dei monopoli dell’oro, dei diamanti e della fabbricazione del denaro. In che modo la guerra dà il premio di consolazione alle classi dei privilegiati del resto del mondo? Distruggendo la produzione in eccesso e contribuendo a limitare gli eccessi di produzione futura, nell’intento determinato di fermare la storia e il progresso, prima, e di far decadere le società evolute, poi.

L’eccesso di produzione industriale, l’eccesso di capacità produttiva, deve essere arrestato e arginato, per mantenere le classi privilegiate privilegiate e quelle non privilegiate oppresse, ulteriormente dissanguate e maggiormente calpestate. Ed ecco che, con questa meccanica malsana del pensiero moderno, si spiegano in buona parte anche le artificiali recessioni finanziarie ed economiche del secolo scorso e del presente.

Bisogna arrestare la crescita economica, la produzione industriale, l’eccesso di capacità produttiva. C’è una logica precisa dietro l’apparente illogicità di voler arrestare o inibire l’eccesso di produzione, anche se è una logica irrazionale e disumana, ed è anche piuttosto semplice, in definitiva. Infatti, la più ragionevole soluzione al problema di un surplus produttivo, di un “eccesso” di produzione, è quella di permettere, di consentire, di non ostacolare, l’ovvia e naturale conseguenza di un miglioramento dei livelli di vita medi generalizzati e dell’economia interna delle nazioni industrializzate e più o meno sviluppate. Il prodotto in eccesso è disponibile ad un prezzo che cala, per effetto dell’aumento dell’offerta; il prezzo cala e il prodotto è disponibile anche per le classi meno abbienti. Questo non si può accettare, perché implica un generale, crescente, miglioramento dei livelli di vita medi. Permettere un generale miglioramento dei livelli di vita delle Popolazioni delle comunità produttive significa consentire una razionale redistribuzione del prodotto interno di una comunità; cosicché, i diritti, le rivendicazioni, i benefici, su quella capacità produttiva in eccesso, e su quella produzione in più, vanno alle masse, desiderose e bisognose di consumare, anziché concentrarsi nelle poche mani delle minoranze, desiderose di risparmiare o di distruggere.

Questo tipo di riforma spontanea, conseguenza della prima rivoluzione industriale – cioè l’accettazione della naturale redistribuzione del prodotto interno per effetto dell’evoluzione economica produttiva – viene rigettata dai gruppi dirigenti delle nazioni, sia di quelle più avanzate che di quelle più arretrate. Questa soluzione si ottiene nella pratica solo in un ristretto numero di piccolissimi paradisi terrestri, forse, dei quali non si parla mai, se non a sproposito. Per tutte le altre realtà, la guerra, la corsa agli armamenti, i finti viaggi nello spazio, la finta lotta al cancro, alla droga, al terrorismo, alla finta criminalità organizzata, le recessioni economiche, assieme ad altre emergenze fabbricate a fantasia, risolvono il problema degli eccessi di produzione.

1. Si diminuiscono progressivamente il credito e il denaro in circolazione (rarefazione monetaria).

2. Si dissanguano i contribuenti delle comunità produttive con l’estorsione fiscale e lo spionaggio industriale delle banche centrali.

3. SI mantengono e s’incrementano i livelli di disoccupazione, per mezzo di trucchi sperimentati ovunque, dal Giappone alla Russia, alla Cina comunista, all’Europa e alle Americhe, come le bolle finanziarie, la contrazione forzosa del credito, le privatizzazioni, le nazionalizzazioni ed altre manovre di cosiddetta “alta finanza” sulle quali nessuna magistratura può interferire, per via delle totali immunità e impunità formali delle quali godono le banche centrali e, per effetto, anche le corporazioni internazionali ad esse associate.

4. Si predicano e s’impongono norme liberticide con le quali si procede a confisca arbitraria della roba dei cittadini che per qualche motivo ingrassano le proprie economie oltre la misura consentita dai gruppi al potere.

5. Si pratica lo spionaggio industriale sui conti privati di persone fisiche e giuridiche di tutto il pianeta (per conto delle banche centrali spiano le banche, naturalmente, ma anche gli enti di stato, le esattorie, le guardie di finanza, gli uffici erariali, notarili, legali, commerciali e finanziari).

6. Si predica l’esigenza morale dell’austerità e si comandano medicine forti per tagliare la spesa pubblica produttiva.

7. Si depaupera la spesa pubblica, si dilapidano i conti pubblici, con le più ridicole e stravaganti spese militari, gli stanziamenti per i finti viaggi spaziali, per la finta guerra al terrorismo, la finta guerra alla criminalità organizzata (e i fondi per pagare le pensioni milionarie degli assassini infami che per lo stato dicono di lavorare come “pentiti”), la finta guerra alla droga, la finta guerra al cancro, la finta guerra all’AIDS, la finta guerra a EBOLA, e chi più ne ha…

Questi esempi su come si gestisce la cosa pubblica riepilogano precisamente ciò che intende George Orwell quando afferma che la guerra moderna non si combatte per conquistare territori o per combattere continenti; essa è organizzata dalle classi dirigenti, che sono certamente complici, e d’accordo fra compari, in tutte le nazioni, anche se belligeranti, anche se in conflitto o in apparente conflitto, che hanno interessi comuni e operano quasi sempre in coordinamento, contro i loro stessi sudditi, contribuenti, concittadini.

La distinzione è ancora di classe, non di razza, religione o bandiera. La classe dirigente del mondo è la stessa in ogni nazione del mondo e combatte contro il proprio popolo, non contro quello di altre nazioni. Lo stesso concetto è inteso e continuamente espresso da Ezra Pound, che definisce la guerra come “la guerra perenne dei banchieri contro i contadini”, la guerra della classe dominante verso i cittadini che lavorano e producono.

Le divergenze politiche, l’odio razziale, religioso, ideologico, eccetera, sono solo pretesti e sono tutti impianti ideologici artificiali. Sono le classi dominanti che fanno la guerra alle altre classi, forse neppure solamente per odio e per pazzia ma, più semplicemente, ripetiamolo con Orwell, per “mantenere la struttura gerarchica intatta”, e cioè, per impedire – con la guerra, la distruzione, la miserie, la fame e tutta l’industria dei mestieri delle armi e degli sprechi camuffati da medicine austere, anche in tempo di pace – che la ricchezza in eccesso venga distribuita, perché, se venisse distribuita, migliorerebbe i livelli di vita delle altre classi, facendo poi emergere nuovi ricchi e nuovi gruppi organizzati, capaci di comprendere l’inutilità delle classi dominanti, mettendole così a rischio d’inibizione.

Anche in tempo di pace, tenere impegnate metà e più della produzione interna di un territorio nell’industria degli armamenti è già un sistema assai comodo e funzionale per disperdere metà, almeno metà, del prodotto di una Nazione (il resto della spesa si manda avanti con l’indebitamento crescente dei governi delle nazioni, che a sua volta comporta interessi grassissimi e maggiore sofferenza per i contribuenti).

Le centinaia di migliaia di operai, ingegneri, tecnici e militari dedicati ai mestieri delle armi, potrebbero contribuire ad aumentare quegli “eccessi” di produzione di ricchezza, se fossero dedicati ad arti economicamente produttive. Invece si preferisce la guerra, la minaccia di guerra, la stravagante accumulazione di armi strategiche, sempre più sofisticate – e più costose – la tensione paranoica costante, l’arretratezza morale e culturale, piuttosto che ammettere di lasciar andare l’economia in maniera naturale.

Con la guerra si fa anche di più; ci si sbarazza, utilizzandoli, di mezzi, uomini e munizionamenti costosi, per riprendere a produrne intensamente ed addestrarne altri più costosi, in un processo che continua senza posa. La distruzione delle città e il genocidio delle popolazioni civili serve lo scopo criminale di radere una nazione a zero e far ricominciare tutto da capo. Quale che sia l’oggetto da distruggere, abitazioni civili o mezzi militari, è secondario; l’importante è distruggere, prima di tutto. Poi si ricostruisce e si distrugge di nuovo, naturalmente a debito, e la commedia va avanti, ripetendosi a ciclo continuo.

Dopo la prima guerra mondiale, gli strateghi e i portaborse dei padroni delle banche centrali, sembrano apprendere che la distruzione di uomini e mezzi sui soli campi di battaglia, pur essendo feroce ed efficace, è faticosa da gestire; alla lunga, i militari combattono poco volentieri e muoiono anche meno volentieri. Distruggendo le città indifese, come fa Churchill sulla Germania, prima di avviare la seconda guerra mondiale, si fa un lavoro più efficace; i militari hanno più capacità distruttiva, visto che bombardano località indifese, riscontrano meno resistenza, e quindi distruggono di più e con maggiore tranquillità. E c’è un altro vantaggio per i criminali assassini e genocidi, difficile da comprendere per le persone intelligenti e razionali. La strategia della guerra durevole (della guerra perenne o della guerra infinita) consiste nel non colpire mai obiettivi strategici, fabbriche d’armi, depositi di missili, vie di comunicazione e di rifornimento di munizioni, centri direzionali, quartier generali, uffici di capi di Stato (e questa è precisamente la strategia di 15 anni di guerra e contro-insurrezione in VietNam, bombardare il sud, le campagne, i contadini, le risaie, e i paesi vicini, il Laos, la Cambogia, ma mai la capitale vietnamita, mai il quartier generale militare comunista, mai le principali vie di rifornimento militari), perché, così facendo, la guerra dura di più, e la guerra, per essere efficace, deve durare, non ha proprio nessun senso che finisca, con la vittoria di una parte o di un’altra.

Lo scopo della guerra non è quello di vincere ma quello di distruggere ricchezza, produzione in eccesso e vite umane. Di questa distruzione beneficiano le classi dirigenti, sia dei paesi ricchi che dei paesi poveri, sia di quelli che vincono che di quelli che perdono. Le classi dirigenti lavorano tutte in coordinamento (volontario o non volontario, consapevole o inconsapevole) con le famiglie che gestiscono le banche centrali (e che siedono nei “CdA” delle 450 maggiori corporazioni del pianeta) e a loro obbediscono, direttamente o aderendo ad organizzazioni sovranazionali apparentemente disinteressate (CFR, Nazioni Unite, WTO, WHO, WWF eccetera), alla massoneria internazionale e alle altre forme di associazione segreta, più o meno esoteriche. Ecco perché vogliono che la guerra continui, possibilmente contro un nemico inesistente, come il terrorismo internazionale, così che sia più difficile vincerla e terminarla.

Anche Quigley prende coscienza del rigetto da parte delle classi dominanti di ammettere che la produzione in eccesso venga distribuita. Egli riconosce il fatto in un trafiletto di 6 righe del capitolo 20 di “Tragey and Hope”, in mezzo ad altre 1300 pagine di considerazioni molto interessanti e, spesso, anche altrettanto inutili. Del resto pure George Orwell spiega i fatti mascherandoli nella novella (1984) che tutti interpretano come la rappresentazione di una dittatura fantastica, possibilmente ispirata a quella sovietica. Visto che Orwell è un agente dei servizi segreti inglesi, visto che opera nella propaganda proprio nei laboratori del Tavistock, come Freud, Bernays ed altri, prima e dopo di lui, può ben essere ragionevole pensare che quella novella sia mandata al successo, con le tecniche distributive del marketing ben finanziato, proprio perché serve la propaganda anti-comunista, quando serve combattere l’impianto ideologico comunista o quando serve fingere di combatterlo. Ciò avviene infatti anche con altre novelle che vengono pubblicate dalle stesse fonti proprio per servire, e non per combattere, la propaganda comunista. La verità non viene celata, essa viene rappresentata sempre a vantaggio di taluni e a svantaggio d’altri; tuttavia è scritta, come è scritta quella dei vangeli, con contenuti completamente difformi rispetto a quelli che raccontano gli uomini con le gonne, e chi si prende il tempo per leggere forse ne coglie una parte; chi invece segue e crede alle frottole dei presentatori, dei giornalisti e dei saltimbanchi in televisione, è destinato ad essere oppresso in tutto, materialmente, moralmente e anche ideologicamente.

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Pubblicato da economia, finanza e fisco

Come si gestisce l'impresa che sopravviva nel nostro sistema economico-giuridico? Cos'è il sistema economico e come funziona? Come funziona l'impianto giuridico-economico in Italia, in Europa e nel resto del mondo? Cosa studiano e a cosa servono gli economisti? Cosa studiano e a che servono gli insegnanti di economia politica? Come si controllano il sistema economico, i processi di produzione e consumo, di tutte le categorie di aziende? Come continuare ad ignorare il problema monetario, e il problema dell'alienazione del monopolio della sovranità monetaria, nonostante il tema sia stato oramai ampiamente descritto, spiegato, e le spiegazioni distribuite?

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