Lo Spionaggio Industriale nella Società Digitale

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Dello spionaggio industriale nella società digitale

Spionaggio e tecniche di marketing
Mi pare sia molto importante ricordare che spiare le comunicazioni del pianeta non ha come primo movente quello di individuare dissidenti per farli poi sparire o quello di conoscere i fatti personali delle ex fidanzate, ex mogli, ex amanti degli agenti che lavorano in quelle agenzie; anche gli avvocati di EFF (Electronic Frontier Foundation) hanno una visione limitata degli scopi dello spionaggio, come pure è limitata la portata delle azioni che suggeriscono (“andate a votare”, “fate valere le pressioni politiche sui vostri rappresentanti”, “i vostri rappresentanti sul governo statunitense”, “controllate la vostra crittografia e non affidate la crittografia a terzi”, eccetera). Il “grande fratello” vuole sapere cosa pensano i cittadini per modificare l’attitudine dei suoi candidati alle prossime elezioni? Vuole fermare i cittadini che si stanno organizzando con il “social network” per andare a dimostrare contro la politica fiscale del governo? Vuole conoscere tutte le stupidaggini che si dicono gli adolescenti, i logo genitori e i loro nonni, sulle conversazioni pubbliche, per condividere la propria solitudine? Sicuramente, ad un certo livello della conoscenza dello spionaggio e di comprensione degli eventi che influenzano la vita dei cittadini del pianeta, esistono migliaia, forse milioni, di soggetti che sono impegnati nello spionaggio per motivi futili come quelli elencati qui sopra; e molti di loro sono in buona fede. Sappiamo dalla stampa dello scandalo delle intercettazioni telefoniche di Angela Merkel, che iniziano nel 2002, e di quella di una trentina di altri funzionari pubblici di nazioni alleate al conglomerato militare anglo-americano; certamente, quegli spioni fanno il loro mestiere, raccolgono dati, informazioni, e immagazzinano; una parte di queste serviranno gli scandali occasionali, le lotte interne, e verranno anche usati contro qualcuno, per rovesciare governi e sostituire capi politici disubbidienti o dispettosi. Conoscere le tendenze dei consumatori può dare anche alle imprese, che vendono i loro prodotti in rete, l’aggancio per inviare di rimando la pubblicità rilevante sulla base delle statistiche analitiche di ricerca fatte dai consumatori online; la pubblicità di Google è tutta testuale; è sempre pertinente con i testi e i contenuti delle pagine web; ciò vale anche per la posta elettronica; e tanto basta a dimostrare che la posta elettronica di Google è letta da sempre, tutta; altrimenti come farebbe un motore automatico a mettere sulla pagina della corrispondenza fra Tizia e Caio dei prodotti e dei servizi che sono esattamente pertinenti con l’argomento della discussione presente nella corrispondenza? Tiza dice a Caio che vuole costituire una società estera; Caio risponde a Tizia che sarebbe forse utile per lei rivolgersi ad un commercialista; ai lati della pagina, o in testa, si leggono messaggi promozionali di clienti paganti del tipo: “commercialista online”, oppure “Studio commercialista a Roma”, o a Milano, o dove diavolo è il posto in cui si trova il lettore. Questa è tutta tecnologia che serve le esigenze di marketing di una complessa organizzazione commerciale, fatta di migliaia, o milioni, di persone che lavorano, ogni giorno, per spiare e classificare tutti i comportamenti dei consumatori in modo tale da adeguare ad essi l’offerta dei loro prodotti e servizi. Sono analisti generici che fanno studi statistici; per quanto il loro lavoro sia riprovevole e vile, lo svolgono esattamente con la stessa naturalezza di qualunque altro analista del marketing, cercando di misurare certi comportamenti collettivi degli individui che hanno la stessa prevedibilità delle macchine. È un genere di osservazione che vale per qualunque tipo di vendita al pubblico, che influenza le scelte degli esperti di Mc Donald, quando devono decidere di aprire un ristorante sul lato destro o su quello sinistro di una certa piazza, o quelli di Benetton, che serve a stabilire se un prodotto va messo sullo scaffale in alto o in basso, a sinistra o a destra di una certa immagine, o della finestra, o di una serie di oggetti pubblicitari, e così via. Il marketing è fatto soprattutto di osservazione e di analisi statistica; la creatività centra assai poco; una parte del lavoro è dedicata al controllo e alla classificazione dei comportamenti, ed è quello accennato fin qui; un’altra parte consiste nel condizionare le persone singole e le masse, usando tecniche pavloviane, per indurle ad acquistare prodotti e servizi. Questa seconda parte ha meno a che fare con la sorveglianza, ma anche meno con la creatività; gli slogan che hanno effetto, lo hanno, da Pavlov e da prima di Pavlov – ne sono maestri gli uomini con le gonne della chiesa di Roma, che hanno inventato letteralmente il termine “propaganda” – perché sono semplici e perché sono ripetuti per un certo numero di volte; essi si installano nella memoria e le vittime non possono più sbarazzarsene, come non riescono a cambiare contegno gli stoici cani di Pavlov, a onta di qualunque sforzo facciano. Sono tecniche vili come quelle del “controllo del traffico” in rete e dello spionaggio della vita privata dei consumatori, che sfruttano le debolezze umane, le paure, le ansie, i desideri nascosti e inconfessati, i momenti di stanchezza, di depressione, di angoscia, la buonafede, l’ignoranza, la credulità popolare per vendere prodotti o impiantare ideologie; il successo delle campagne di marketing, sia per la parte di lavoro che ha a che fare con l’analisi e l’osservazione che per quella che riguarda la ripetizione pedissequa dei messaggi pubblicitari semplificati e seducenti, dipende, soprattutto, dal capitale investito. La parte tecnica c’entra, la competenza pure, una certa creatività di chi produce le immagini, i suoni e le scenografie, pure, ma sono fatti complementari; l’elemento di fondo è la somma di denaro investita. Se un messaggio pubblicitario è ripetuto abbastanza volte, funziona; e, per ripeterlo un certo numero di volte, un numero sufficiente a farlo installare nelle menti ottenebrate delle genti stanche e disattente, in modo da suggestionarle a dovere, ci vogliono strumenti costosi come la stampa, la televisione, la radio, i cartelloni nelle piazze e la rete internet. Un ragionamento analogo si può fare per l’osservazione e l’analisi: per spiare bene un grande numero di persone, c’è bisogno di tecnologia costosa; per spiare intensamente o per mantenere un determinato livello di osservazione, è necessario un flusso finanziario costante e crescente. Come per la guerra, è il capitale che determina la sua durata e la sua intensità; la guerra si può interrompere immediatamente, fermando i flussi finanziari ai rifornimenti; anche il potere delle agenzie di spionaggio può essere limitato dai flussi di finanziamento; nessun politico e nessuna classe politica può impedire al tecnico della NSA di spiarlo o di spiare la sua famiglia e i suoi amici. Ma un parlamento potrebbe interrompere i flussi finanziari alla NSA, se fosse un collegio autonomo, composto da persone indipendenti e razionali. La dimostrazione di questo ragionamento sta nel semplice fatto che sono le grasse compagnie telefoniche con sede negli Stati Uniti a spiare il resto del mondo e che, viceversa, Nazioni come l’India o le Filippine, o l’Italia, o la Spagna, non possono spiare altri che i propri cittadini, e neppure quelli, senza l’ausilio della tecnologia collocata negli Stati Uniti d’America, la quale è interamente, o quasi interamente, sotto il controllo di un ristretto numero di famiglie di usurai, le stesse famiglie anglo-americane che controllano le risorse petrolifere arabe, quelle russe e quelle del resto del mondo.

 

Dello spionaggio industriale e finanziario
È fuorviante limitare gli obiettivi del “grande fratello” al controllo dei messaggi dei consumatori in rete, o a quello dei dissidenti arabi in rete, o a quello dei comunisti o agli attivisti dei vari movimenti delle tante stelle; si tratta di gruppi che sono sotto il controllo del “grande fratello” fin dal loro sorgere; non già solo perché i loro telefoni sono tutti sotto controllo e le loro comunicazioni digitali sono tutte raccolte e immagazzinate; piuttosto perché è l’attività dei loro capi-gruppo che è controllata, promossa, finanziata e gestita continuamente. Il “grande fratello” è un maestro del doppio gioco e del triplo gioco; i buoni padri gesuiti danno lezioni secolari specifiche a tutte le altre organizzazioni segrete del pianeta, sia che si tratti di società segrete che di agenzie di spionaggio finanziate ufficialmente da enti di stato. Riescono ad infiltrare le organizzazioni segrete, le mafie, le triadi, le agenzie di spionaggio ufficiali e non ufficiali, le massonerie, le confraternite delle religioni concorrenti, i gruppi esoterici, satanisti, le croci rosse, le biblioteche comunali, le università, le carceri, le organizzazioni militari nazionali e sovranazionali, le organizzazioni politiche extraterritoriali e qualunque altro agglomerato umano. Il “grande fratello” e i suoi agenti comandano tutti i gruppi e gli schieramenti che si confrontano; sono i suoi infiltrati che producono le divisioni, le tensioni e gli scontri, anche i più disastrosi e i più sanguinosi; ma i capi-gruppi delle parti in lotta, normalmente, sono associati con il “grande fratello” o in modo palese o attraverso le organizzazioni occulte.

 

Degli obiettivi dello spionaggio
A cosa serve, dunque, controllare le comunicazioni? Serve a conoscere le idee sovversive per combatterle? Solo nei limiti di un limitato livello di competenza nelle operazioni. Sopra quel livello di competenza, le idee sovversive sono impiantate dagli stessi agenti del “grande fratello”; essi non hanno proprio nessun bisogno di scoprire alcunché; sono loro responsabili delle rivoluzioni e sono loro che sobillano tutti gli accadimenti violenti e rivoluzionari degli ultimi tre secoli. Il controllo delle comunicazioni ad un certo livello rimane il lavoro che tiene impegnati milioni di operatori inutili, anche in buona fede, a raccogliere dati gli uni contro gli altri; ma, nel grande disegno dei burattinai, serve un altro principio: il controllo del capitale e delle ricchezze che vengono prodotte sul pianeta. L’accrescimento della ricchezza mondiale, se distribuito anche in minima parte, produce un generale miglioramento del tenore di vita delle classi medie; abbiamo visto che questo non farebbe felici i grandi burattinai, che si atteggiano a faraoni; oltre a ciò, per mantenere ed accrescere la loro distanza dalle classi sottostanti, essi fanno bene se si arricchiscono di più, impoverendo maggiormente le altre classi, così che paia aumentata la distanza fra loro e gli altri; e ciò fanno attraverso la guerra, con la confisca diretta, con l’esproprio forzoso del comunismo, con l’oppressione fiscale e l’inflazione. Questa osservazione dovrebbe essere il punto di partenza per comprendere un fatto strano ed impensabile: sarebbe naturale presumere che, quando l’economia generale ha un andamento crescente, ne beneficiano tutti; invece non tutte le classi sociali hanno interesse a veder crescere l’economia; talune, incredibilmente, accrescono la propria ricchezza e il proprio potere, a condizione di schiacciare le altre, anche fino ad annientarle; e perciò fabbricano gli eventi che portano alle guerre e alle recessioni finanziarie ed economiche. Lo spionaggio serve a controllare i flussi della ricchezza: quanta ne viene prodotta, chi la produce, dove viene invitata, chi ha guadagnato di più e facendo cosa, eccetera.

 

Della perfidia di Google, Microsoft & Facebook
È vero che Google offre servizi utili e che molti guadagnano grazie ad essi; ed è proprio questa la caratteristica ingannevole dello spionaggio. Gli individui rinunciano gradualmente alle proprie libertà in cambio di cibi grassi, droghe e comodità. Alcuni esempi concreti di queste comodità, che rosicano progressivamente gli spazi d’autonomia possibile degli individui, sono proprio: Google, Facebook, Twitter, la televisione tutta, i telefoni radiomobili, le carte di credito, i sistemi di navigazione GPS, la carta stampata, la scuola obbligatoria, e la lista potrebbe dover essere aggiornata. Nel 1997 Larry Page e Sergey Brin sviluppano un algoritmo matematico che avrebbe dovuto indicizzare i siti web in base alla rilevanza delle chiavi di ricerca con i loro contenuti e in base alla loro popolarità in rete; tale algoritmo è stato chiamato “Page Rank“ (da Page, che non sta per “pagina”, ma per il nome della persona alla quale si attribuisce questo algoritmo). Oggi, dato il monopolio di Google sugli scambi nella rete internet, e poiché i suoi ottimi servizi d’indicizzazione e di ricerca automatica sono gratuiti e spediti, è logico che i profitti di Google, derivanti dalla vendita di servizi pubblicitari, sono eccezionali. Ma Google non vive solo per fare pubblicità e guadagnare sulla pubblicità.

 

Di Google che ti legge la posta
Le informazioni commerciali e personali presenti in rete sono accessibili a chiunque possa controllare Google. Google le immagazzina in giganti “database” (con macchine e programmi che sono all’avanguardia della tecnologia informatica); gmail offre diversi GB di spazio per l’immagazzinamento dei dati degli utenti, e sono gratuiti. Tutte la corrispondenza in arrivo e in partenza di tutti gli utenti di gmail in tutto il mondo, viene quotidianamente scansita e immagazzinata. Google raccoglie i dati personali e le informazioni degli utenti anche in altri modi; per esempio, installando cookies nei browser dei loro computer e imponendo la declinazione del maggior numero d’informazioni personali possibile sul “account” dell’utilizzatore o del sito web; la ragione tecnica è quella di fornire messaggi pubblicitari che abbiano contenuti pertinenti a quelli del testo che si legge. (Chi utilizza gmail può verificare l’istantanea – e illegale – lettura della propria corrispondenza in ogni momento; basta guardare i messaggi pubblicitari che compaiono ai lati della mail, o in alto sulla pagina; vedrà che sono tutti “in tema” con il contenuto della lettera – email – che sta leggendo; per restituire messaggi rilevanti con l’oggetto della comunicazione, il motore di Google deve leggere sistematicamente la corrispondenza).

 

Dei peccati “veniali” di Facebook
Google ha il monopolio della ricerca automatica, Facebook ha il monopolio delle relazioni digitali. Non ci sono possibilità realistiche di orientare la scelta su di un “provider” alternativo; gli utenti sono stati drenati dai vari “social network” al “social network” di monopolio. Gli allocchi ci piovono dentro tutti, perché nella rete di Facebook ci sono già tutti i personaggi famosi, i loro riferimenti politici, i loro parenti, amici e conoscenti. Ma, con tutti quegli amici, com’è che sono così soli? La missione di Facebook si sintetizza nella nota conversazione fra Mark Zuckerberg e un suo amico quando, nel 2004, il suo database viene lanciato in rete:

– “..sì, se mai ti dovesse servire qualche informazione su qualcuno di Harvard, chiedi a me. Ho più di 4000 email, fotografie, indirizzi, SNS….” – “Cosa? E come le hai avute?” – “La gente, semplicemente, s’iscrive e me li lascia. Non so perché si fidano di me, imbecilli cazzoni”.

Le condizioni d’uso di Facebook impongono la declinazione dei dati personali. Facebook promuove il malcostume della delazione,” tanto deprecato anche fra gli scellerati”. È facile iscriversi ma è molto difficile cancellare la propria iscrizione, con l’aggravante che Facebook si tiene tutte le fotografie, la cronologia degli eventi, dei viaggi, dei luoghi visitati, dei commenti pubblicati, delle amicizie schedate, delle relazioni clandestine registrate, eccetera, anche dopo che sono state cancellate e che il conto è stato chiuso. Il nucleo fondamentale dell’attività commerciale di Facebook consisterebbe nel vendere dati personali sensibili alle aziende a scopo propagandistico e pubblicitario.

 

Della raccolta dei dati biometrici degli utenti e del “Face Recognition Tool”
Facebook rifiuta di consegnare copia di parte dei dati personali degli utenti che ne facciano richiesta, adducendo che ciò è per tutelare le “sue” modalità operative di marketing. Il gruppo austriaco denominato Europe versus Facebook ha attive più di 22 vertenze giudiziarie sulle pratiche scorrette di Facebook e, fra le più scandalose di queste, ottiene la censura del famigerato “Face Recognition Tool“, per la raccolta surrettizia dei dati biometrici degli utenti, fotografati e puntati dai “tag” a loro insaputa. Facebook ha la capacità di tracciare l’attività dei suoi utenti anche quando non sono connessi con i loro “account”; ma traccia anche gli utenti che non sono iscritti e che vedono il “like button”. Facebook usa le foto e le immagini degli utenti (senza pagare loro i diritti d’immagine) per pubblicizzare Coca Cola, Starbucks e Levis con il “like button“.

 

Delle finanze di Google e Facebook
Prendere la pillola, farsi iniettare un vaccino, drogarsi o abbandonarsi all’ipnosi televisiva per sentirsi meglio, per superare la rabbia e l’ansietà, e accettare tutte le cose inaccettabili che appaiono impossibili da cambiare, per superare la propria umanità, il proprio umano istinto di conservazione, significa inibire la volontà di sopravvivenza. Abbiamo bevuto tutti le favole di quegli studenti universitari che, come per miracolo, hanno inventato sistemi per la comunicazione digitale e sono diventati miliardari, giovanissimi, semplicemente per aver perso tempo cazzeggiando con il computer nelle ore di studio. Poi ci siamo bevuti anche la storia dei motori di ricerca automatici, tra i quali, spontaneamente, per eletta e coordinata volontà degli utenti, Google doveva essere emerso come il più popolare, in virtù della sua straordinaria utilità. Anche la leggenda di YouTube (che appartiene a Google) fa riferimento a giovani studenti scioperati che, per intervento divino, un po’ come nella novella di Bill Gates – che inizia la sua carriera di miliardario, tentando maldestramente di riparare tastiere di computer nel suo garage – scrivono programmi per i computer, sviluppano idee innovative straordinarie, hanno l’idea giusta al momento giusto, e, da studenti spiantatelli, divantano improvvisamente miliardari. Sono tutte balle. La rete internet nasce da un progetto militare, rimane un progetto militare e i suoi motori principali sono sotto il controllo delle agenzie di sorveglianza pubbliche e private. I nomi, da andare a verificare, sono: DARPA, IN-Q-TEL, FACEBOOK & GOOGLE, WIKILEAKS.

 

1) DARPA
Per decenni, il Defense Advanced Research Projects Agency, o DARPA, è l’ente governativo statunitense che ha il compito di condurre la ricerca avanzata, con altissimo profitto, in ambito di comunicazione digitale. DARPA sviluppa il primo pacchetto operativo al mondo per la comunicazione di rete che alla fine diventa il nucleo della rete internet. Quindi il progetto di comunicazione di rete nasce dal lavoro di un’organizzazione militare e poi, come tutti abbiamo creduto, si è sviluppato rapidamente e autonomamente nel libero mercato, diventando ciò che è oggi; e cioè, una rete che “non appartiene a nessuno”, si sviluppa con una conformazione “stellare”, è così articolata e intricata che “nessuno riesce a controllarla”. Perciò, internet “non appartiene a nessuno…” Altre sciocchezze; talvolta le persone, anche quelle dirozzate, amano dirle per darsi importanza, o perché alimentano opinioni in luogo di competenze specifiche, non avendo la minima idea di ciò di cui parlano. Da qui nasce il mito (non so se anche questo indotto) del primo mezzo di comunicazione di massa “veramente libero”; sì, libero, perché non “è controllato da nessuno e nessuno ne è proprietario”; libero, perché, in esso, chiunque può diventare editore di sé stesso e pubblicare, liberamente, tutto il suo pensiero senza dover elemosinare presso un altro editore; non è forzato a investire grandi capitali, può pubblicare le sue idee senza mettere necessariamente in piazza i suoi dati sensibili e, volendo, può persino farlo in forma “anonima”.

 

Dell’anonimato in rete
Chiariamolo qui, per chi si annoia a leggere il resto: l’anonimato nella rete internet non esiste. Ciò si deve ad una semplice ragione tecnica: per trasferire un messaggio – un qualunque tipo di messaggio – da un luogo fisico ad un altro, è sempre necessario precisare, quantomeno, chi è il mittente e chi è il destinatario. Altrimenti il messaggio non parte e non arriva da nessuna parte. Quando si telefona, la compagnia dei telefoni mette subito in archivio il numero chiamato e la durata della conversazione. Con internet, si ha un processo molto simile; a onta di tutti gli stratagemmi che le persone un po’ più “esperte” credono di poter mandare ad effetto per garantire l’anonimato, i loro messaggi lasciano tracce indelebili, durante tutto il percorso dall’origine fino a destinatazione, attraverso le quali si può tranquillamente giungere alla loro porta di casa.

 

Della tecnologia asservita agli interessi della guerra
La tecnologia è realizzata da assassini di mestiere, con i coltelli ben affilati; anche volendo ammettere che essi non hanno la competenza tecnica per far sviluppare ed evolvere la rete come essa oggi è (perché al suo sviluppo partecipano gratuitamente migliaia di volontari animati da alti ideali di libertà e di giustizia), i militari assassini, agli ordini delle corporazioni multinazionali, controllano il sistema, e possono interromperlo in qualunque momento. Far chiudere un giornale è cosa assai più complessa che interrompere il flusso d’informazioni digitali in rete. Basta un calo di corrente, un cavo tranciato per sbaglio, o un embargo petrolifero, e tutto scompare in un paio di secondi.

 

Chi ha finanziato Google, Microsoft e Facebook?
Per la parte di capitale pubblico investito in aziende private che fanno ricerca tecnologica avanzata non c’è mai chiarezza. La spesa pubblica si fonde con quella privata e gli agenti del governo si trovano spesso come dipendenti di queste imprese private, dedicate alla ricerca scientifica, o viceversa, i loro scienziati si ritrovano ad essere stipendiati dalle agenzie dei servizi segreti, strapagati con denaro dei contribuenti, le quali comunque lavorano per enti privati sovranazionali e sono comandate da famiglie di privati extra-nazionali rispetto a qualunque Nazione. Dopo la drammatica messa in scena dell’undici settembre 2001, alle già numerose comunità di spionaggio statunitensi si aggiunge quella dello IARPA (Intelligence Advanced Research Projects Agency), per fare più o meno quello che fa DARPA. Quindi i reparti dedicati alla rete sono più o meno gli stessi.

 

2) IQT, o In-Q-Tel

Un paio d’anni prima del 2001, però, nel 1999, l’agenzia di spionaggio denominata CIA ha fondato, cioè vi ha infuso del denaro proveniente dalle casse dello stato, una società di capitali, senza scopo dichiarato di lucro, con il preciso ed esplicito obiettivo di fornire tecnologie avanzate alle agenzie di spionaggio statunitensi (dette, assai impropriamente, di “intelligence“). La società si chiama In-Q-Tel e, dando un’occhiata più sotto ai componenti il suo consiglio di amministrazione, non v’è dubbio che i vecchi gestori della tecnologia digitale sono ancora più che attivi e presenti e che i loro scopi, dato che sono agenzie di spionaggio, hanno tutti a che fare con la sorveglianza, il monitoraggio e il controllo di persone, proprietà, aziende e flussi di denaro. Nel 2005 il The New York times ha pubblicato un articolo, ripreso e spiegato meglio poi qui, sulle intercettazioni illegali del NSA, tutte prive di mandato da parte dell’autorità giudiziaria, iniziate perlomeno dal 2001, che registrano le conversazioni private dei cittadini statunitensi in violazione del quarto emendamento. Nel 2006 si rivela che AT&T ha dato completo e libero accesso, agli “intercettatori” del NSA (National Security Agency), al traffico internet dei suoi clienti e che le agenzie di spionaggio americane hanno frugato illegalmente risme straordinarie di dati commerciali e personali. La tecnologia utilizzata per l’estrazione fraudolenta delle informazioni, installata nei “back door” del NSA, (Narus STA 6400) si presenta come un potentissimo mezzo d’intercettazione, capace di fare archivi di “qualunque cosa passi attraverso un protocollo internet”; la tecnologia è fornita da una società i cui soci sono stati finanziati da In-Q-Tel (IQT) e i responsabili marketing di Narus ne vanno fierissimi. Sempre nel 2006, News21 ha pubblica un rapporto a proposito di un investimento di IQT in CallMiner, un’impresa dedita allo sviluppo di tecnologie per la trasformazione di conversazioni telefoniche registrate in database adattabile alle formidabili “modalità di aspirazione dei dati d’altri” dei motori di ricerca automatici. Nel 2009, il Telegraph, ha riporta il caso di un altro investimento di IQT in un’altra azienda di estrazione ed elaborazione dei fatti degli altri. Si tratta di VISIBLE (Social Media Monitoring, Analytics and Engagement – Visible), specializzata nella produzione di software che elaborano “cosa dice la gente in social media come YouTube, Twitter, Flickr e Amazon. La tecnologia è in grado di tracciare le comunicazioni in tempo reale, classificare tendenze e orientamenti, e persino rilevare gli stati d’animo prevalenti in rapporto a determinati eventi o circostanze. Nel settembre del 2011, la Federal Reserve pubblica negli Stati Uniti una richiesta d’offerta, essendo proprio alla ricerca di questa tecnologia capace di monitorare gli “stati d’animo” (“sentiments”) espressi dalle persone a proposito di fatti, atti o eventi specifici. Questi sono solo degli esempi di chi fa cosa con questi sistemi. Ma i due nomi più strettamente e più frequentemente collegati a IQT sono Google e Facebook.

 

3) FACEBOOK & GOOGLE
Google è un laboratorio di ricerca per le spie militari e per quelle civili. Come Microsoft, fin dal principio, è costituita con capitali provenienti dalle casse federali degli Stati Uniti d’America, rastrellati attraverso agenzie, associazioni, società private e servizi segreti. Entrambi i gruppi appartengono, indirettamente, a un conglomerato militare che non è apparato di Stato, se non in termini esclusivamente formali, dato che serve gli interessi di imprese multinazionali e famiglie apolidi. Formalmente, il governo non può gestire grandi aziende o corporazioni; perciò lo fa attraverso società parzialmente controllate da enti di stato, finanziate con capitale pubblico ma gestite da enti privati sovra-nazionali. Facebook riceve 12,7 milioni di dollari USA in conferimento di capitale contante da Accel, il cui direttore, James Breyer, fa parte del suo consiglio di amministrazione. Questo tizio già presidente del National Venture Capital Association, nel cui CdA troviamo Gilman Louie, che a quel tempo è anche Amministratore delegato di In-Q-Tel. La connessione è indiretta ma non per questo meno inquietante. Facebook ha una storia lunghissima di violazioni della privacy dei suoi utenti ed è partecipata da una società di capitali gestita ufficialmente da una delle agenzie di spionaggio statunitensi: la CIA (central “intelligence” agency). Il collegamento di Google con In-Q-Tel (che gestisce anche Gainspan) è più diretto, anche se ufficialmente negato. Nel 2006 l’ex funzionario della CIA Robert David Steele dichiara al Homeland Security Today che Google “ha percepito finanziamenti e direttive da elementi della comunità di spionaggio, tra i quali l’Office of Research and Development della CIA, In-Q-Tel, oltre al NSA e ai servizi segreti militari. Nel 2005 In-Q-Tel vende più di 5000 azioni Google del suo pacchetto. C’è il sospetto diffuso che quelle azioni derivino dagli investimenti di In-Q-Tel in Keyhole Inc. (quella che realizza la tecnologia di visualizzazione tridimensionale della terra, oggi nucleo di Google Earth) che è poi acquistata da Google. Nel 2010 Google ha annuncia pubblicamente che sta lavorando assieme alla NSA (National Security Agency) per “garantire il flusso delle proprie risorse”. Nello stesso anno Wired riporta che In-Q-Tel e Google hanno versato congiuntamente capitali per finanziare Recorded Future Inc., un motore di ricerca temporale che analizza decine di migliaia di risorse web per elaborare eventi e tendenze di mercato. In-Q-Tel ha interessi in giganti della rete internet, come Facebook e Google, oltre che in tecnologia avanzata per l’estrazione e l’elaborazione di dati e informazioni. Non si può pensare che sia casuale, come non è né casuale né spontaneo il successo straordinario dei due fenomeni commerciali di Facebook e di Google. Ma la sezione ricerca e sviluppo di In-Q-Tel non si limita all’analisi del traffico in rete; essa ha a che fare con la ricerca e la raccolta d’informazioni finalizzata all’identificazione di persone e cose per il loro condizionamento e controllo. Le sue aree principali d’interesse sono definite come: “Information and Communication Technologies” e “Physical and Biological Technologies” e cioè: la determinazione di singoli tratti umani ai fini dell’identificazione, monitoraggio e autenticazione di individui ed oggetti, nano-tecnologie e bio-tecnologie applicate alla classificazione dei tratti individuali (“physiological intelligence“), con rilevatori di singola molecola, piattaforme per somministrazione di farmaci, sensori in grado di stabilire la provenienza di una persona, e con quali sostanze sia entrata in contatto, attraverso la gestione di “bio-marcatori“, come composti di tracce nel respiro o campioni di pelle.

 

Dell’Analisi della finanza, dei mercati, delle tendenze e dei dati personali
Sapevamo bene di già che Google ci legge la posta elettronica e ora sappiamo anche perché. Google seleziona quale sito web deve risultare e in che posizione (SERP) nella rete web internazionale, Google riceve tutti i parametri di tutti i siti pubblicati in rete (i quali fanno il loro massimo sforzo per passare il maggior numero possibile d’informazioni proprie a Google con lo scopo di ottenere più visibilità). Google ha il monitoraggio di tutte le informazioni commerciali che vengono pubblicate nel mondo. Google ha il controllo di tutta la posta elettronica scambiata con gmail e di tutte le informazioni tecniche che cava dalla pedissequa analisi che i suoi robot- spider fanno su ogni singolo sito di tutta la rete web. Pensavamo che fosse solo un pretesto per inserire, nei contorni delle pagine, annunci pubblicitari pertinenti al testo della lettera ricevuta o del contenuto del sito web pubblicato. Oggi sappiamo che lo spionaggio di Google ha, sì, finalità commerciali, ma più sofisticate. Del resto, agenzie ed enti di stato come CIA, NSA e altri – e questo vale anche per gli enti di stato Italiani ed europei – sono definiti “pubblici” perché spendono denaro dei contribuenti, non perché svolgono servizi pubblici. In realtà appartengono a colossi finanziari di proprietà di famiglie private di grandi usurai, che lavorano essenzialmente per sé stesse, ed analizzano finanza, mercati, tendenze e dati personali di tutti i consumatori del pianeta, per conto di questi colossi multinazionali. Sempre per loro conto, oltre ad analizzare e raccogliere dati, spiando ovunque e chiunque, organizzano movimenti di piazza, sommosse, insurrezioni e anche colpi di stato in vari paesi, (Vedi la recente questione Egiziana in cui Google addirittura si vanta di aver avuto un ruolo decisivo nel rovesciare il governo) a seconda di dove riescano ad individuare (o innescare) focolai di violenza da fomentare e sfruttare, a i beneficio della strategia della grande usura internazionale. Le agenzie di spionaggio non lavorano per conto e nell’interesse dei governi degli Stati, in rappresentanza delle popolazioni di quegli Stati, per soddisfare le esigenze presenti e future delle popolazioni di quegli Stati; non sono animate da principii patriottici o ideologici. Sono enti che si ritrovano semplicemente fusi con le corporazioni, con Wall Street, con l’industria bellica e la tecnologia prevalente in ambito informatico. La novella dei due studenti scioperati che si mettono a fare un esperimento di data- base e che inventano questo miracolo tecnologico è solo una delle tante favole che albergano gli spazio vuoti nelle menti degli allocchi consumatori del pianeta, ed è anche una delle frottole più ridicole. Ancora una volta, è grazie all’investimento di capitali straordinari – denaro pubblico – che i progetti militari e commerciali hanno successo. Se oggi dovessimo aprire gli occhi e renderci conto del fatto che la popolarità di Google e di Facebook non è affatto naturale e spontanea, che è piuttosto il frutto di una precisa operazione di marketing finanziata con molti milioni di dollari, cosa ci cambierebbe? Se d’un tratto comprendessimo che gli analisti impiegti da quelle corporazioni sono stipendiati dalle agenzie di spionaggio, cosa ci cambierebbe? Sappiamo già che i politici, i partiti politici e le agenzie governative non lavorano nell’interesse delle comunità; sappiamo pure che finanziano le loro operazioni di marketing politico usando anche denaro dei contribuenti per garantirsi la sopravvivenza nel cortiletto del potere. Anch’essi lavorano per conto di enti sovra-nazionali, le cui finalità ultime hanno poco a che fare con la pubblica utilità, che controllano il mondo nell’interesse del benessere di poche famiglie di grandi usurai. Le agenzie di spionaggio, i servizi segreti, la NATO, le Nazioni Unite, il WTO, il WHO, il WWF, l’UNICEF, e molte altre associazioni multinazionali, sono istituti inventati e controllati dalle stesse famiglie; tutti i direttori della CIA, per esempio, sono ex avvocati, o analisti finanziari, di Wall Street, i vertici della NATO appartengono, come loro, al CFR; le élite al potere sfruttano la credulità popolare da migliaia di anni e, data l’imbecillità del più gran numero d’individui, pare che non esista altro modo per comunicare con efficacia che la propaganda. Non possiamo far finta che tutto sia normale e che il mondo sia libero, solo perché ad alcuni idioti è data la facoltà di dire scempiaggini contro altri idioti sulla stampa o in televisione; l’esser liberi è una condizione che non coesiste con le menzogne. Se viviamo in un mondo di favole, anche la percezione della nostra libertà potrebbe essere fallace; come possiamo avere competenza, circa la nostra libertà, senza conoscere la verità sulla nostra condizione? Ecco perché la ricerca della verità è contenuta nel bisogno di libertà; ecco perché le menzogne, le frottole e le favole servono solo a creare illusioni che vanno a beneficio di chi le racconta, non di chi se le beve; chi crede nella “libertà di sognare” s’inganna, perché i sogni possono servire ad alleviare flebilmente i timori delle pecore ma non per questo le salvano dai lupi. Per essere liberi bisogna fare degli sforzi, rinunciare alla convenienza delle proprie costruzioni ideologiche e dei riti ai quali si è avvezzi, dalla convenienza di Google, di Facebook, delle carte di credito, della televisione, dei giornali e dei telefoni radiomobili. Sono tutte comodità che inibiscono la libertà dell’individuo, la oltraggiano e ottenebrano la già povera intelligenza umana. Per tentare d’essere liberi bisogna tentare di uscire dalla propria pazzia e prendere coscienza del fatto che fra i diritti fondamentali degli individui ci sono anche quelli della riservatezza e della segretezza; qualcuno deve averci pensato già prima, mentre il più gran numero inseguiva le favole, perché tutti gli strumenti di monitoraggio, di spionaggio e di sorveglianza, che dominano il traffico in rete, i sistemi che classificano in modo ordinato l’attività economica, religiosa, politica, affettiva e ricreativa, degli individui e delle imprese in banche dati estere, sono attività di spionaggio illegali in Italia, in Europa, e nella maggior parte delle giurisdizioni del pianeta. Leggere la corrispondenza delle persone che non sono sotto sorveglianza – stabilita con ordine preciso dell’autorità giudiziaria, nei limiti estremi imposti dalla legge – è immorale ma è anche illegale. (Costituzione, Art. 15: La libertà e la segretezza della corrispondenza e di ogni altra forma di comunicazione sono inviolabili).

 

Dell’amministrazione dell’impresa IN-Q-TEL
Il consiglio di amministrazione di In-Q-Tel può dire qualcosa di veramente interessante per chi crede ancora alla favola degli studenti che, anziché pensare a studiare, inventano giochi elettronici in garage e diventano miliardari; nomi come Krongard e Kissinger sono fra i più famigerati della storia moderna e non mancano mai di apparire quando si è in presenza di un qualunque gravissimo scandalo internazionale.

Michael M. Crow (Chairman of the Board of In-Q-Tel; President of Arizona State University);

James Barksdale (President and CEO of Barksdale Management Corporation);

Peter Barris (Managing General Partner, New Enterprise Associates -NEA);

Charles G. Boyd (Former President and CEO of Business Executives for National Security – BENS)

Howard Cox (Partner, Greylock Venture Capital);

Christopher Darby (President and CEO of In-Q-Tel);

David E. Jeremiah (Chairman of Wackenhut Services Inc. WSI, Board of Directors);

Anita K. Jones (Professor Emeritus of Computer Science at the University of Virginia);

A.B. “Buzzy” Krongard (Former Executive Director of the Central Intelligence Agency – CIA);

Jami Miscik (Vice Chairman and President of Kissinger Associates);

Elisabeth Paté-Cornell (Chair of the Department of Management Science and Engineering at Stanford University);

Ted Schlein (Managing Partner at Kleiner Perkins Caufield Byers);

Charles M. Vest (President Emeritus of Massachusetts Institute of Technology);

 

Delle fiabe e dei segreti: la manipolazione del dissenso
Il 7 maggio 2014, sul sito web di In-Q-Tel, alla pagina dei suoi partner commerciali (https:// http://www.iqt.org/about-iqt/), si legge che, anche se la CIA è, e rimane, il complice fondamentale associato nell’impresa, negli ultimi anni gli interessi della compagnia si sono allargati ad altre agenzie di spionaggio, per esempio:

National Geospatial-Intelligence Agency (NGA),

Defense Intelligence Agency (DIA),

Department of Homeland Security Science and Technology Directorate (DHS S&T).

Dovremmo fare attenzione anche qui agli effetti ambivalenti della negazione della privacy: le agenzie di spionaggio non hanno nessun pudore a dichiarare chiaramente quello che fanno. E, dato che, come si dice di sopra, i servizi segreti hanno interesse a restare tali soprattutto nei confronti dei loro nemici, che sono i loro concittadini e non i falsi bersagli dei finti nemici comunisti o musulmani, è logico concludere che dovrebbero tentare di celare i loro scopi e le loro attività; e però, è come se il sistema non consentisse neppure a loro di mantenere il segreto su sé stessi. Essi appaiono sugli elenchi dei telefoni, sulle pagine gialle, sulla rete internet e saranno sicuramente classificati nei registri ditte, nelle camere di commercio, negli albi professionali degli agenti a contratto, come lo sono tutti gli altri componenti del sistema, compresi i capi delle famiglie dei grandi usurai internazionali. E allora la segretezza in cosa consiste? Come fanno i servizi segreti a restare segreti e a celare tutte le proprie vergognosissime magagne? Io credo che non facciano nessuno sforzo, perché, a un certo punto del loro percorso, devono aver capito che non è necessario. Essi sono pedine del grande capitale; il grande capitale controlla anche la comunicazione; quando una notizia non passa attraverso giornali e TV, oppure attraverso Google e Facebook, è come se non esistesse. Questo ragionamento vale anche all’inverso: quando una notizia che sembra andare contro il sistema monopolistico risuona grassa in televisione, sui giornali o sulla rete, è molto probabile che sia manipolata. Per esempio, tutti gli attivisti che ciarlano sull’importanza della libertà della rete internet, quando allarmano il pubblico sui rischi dello spionaggio, spostano, sistematicamente, l’attenzione sul falso rischio che certe informazioni o certi sistemi di spionaggio possano capitare nelle “mani sbagliate” (quelle dei cinesi, dei russi, dei terroristi islamici o di qualsiasi altro feticcio del momento), come a dire che le loro sarebbero “mani giuste” e che l’attività di spionaggio in sé non sarebbe deprecabile. Ogni volta che si individua un “cattivo” lontano, o un gruppo di “cattivi” lontani, si assolve la cattiveria dei presenti. Le verità, quindi, non è necessario metterle in cassaforte; possono anche essere esposte davanti agli occhi di tutti, purché non se ne parli, oppure se ne parli facendo confusione; la confusione si crea con facilità, i volontari della confusione sono numerosissimi, sono presenti in ogni conglomerato umano e sono sempre disponibili, anche gratis, senza soluzione di continuità. La miriade di favole, miti e frottole, propagate dai volontari della confusione, sostituisce qualunque traccia del vero e circola con tale velocità ed impeto da impedire l’indagine sulla sua genesi. Alcuni progetti idioti della rete internet valgono a dimostrare come sia facile, sul piano internazionale, per chi ha i capitali, acquistando solo qualche pedina, manipolare il dissenso esattamente come si manipola il consenso, facendo confusione e spostando l’attenzione sui falsi bersagli. Le mille voci contrarie al sistema sono subito pronte a sottomettere le loro competenze critiche all’autorevolezza dei nuovi martiri feticci.

 

4) WIKILEAKS

Fra le molte frasi intelligenti attribuibili ad Aldous Huxley, ho trovato questa:

“i banchieri del mondo possono far crescere o distruggere intere economie, con delle semplici leve che controllano i flussi monetari. Controllando poi i comunicati stampa relativi a fatti di strategia economica, possono determinare congiunture e andamenti nazionali. Le élite al potere possono, non solo tenere salda la stretta attorno alla gola della struttura economica di questa nazione (credo si riferisca al Regno Unito), ma possono estendere questo controllo a livello mondiale. Coloro che posseggono questo potere, preferiscono logicamente restare dietro le quinte, invisibili al cittadino medio.“

Wikileaks viene accolto come una svolta nella battaglia contro la disinformazione dei media e le menzogne del governo statunitense. Senza dubbio rilascia una serie di documenti che costituiscono un’importante e preziosa banca dati. Le relazioni iniziali di questo progetto si concentrano sui crimini di guerra (che è già essa stessa un crimine) delle forze armate statunitensi in Afghanistan (luglio 2010), su questioni attinenti i diritti civili e la militarizzazione del territorio nazionale degli Stati Uniti, (vedi Tom Burghardt, Militarizing the “Homelandin Response to the Economic and Political Crisis, , global Research, 11 Ottobre 2008). Nel mese di ottobre del 2010, WikiLeaks è stato segnalato per aver pubblicato circa 400.000 documenti segreti sulla guerra in Iraq, che coprono gli eventi dal 2004 al 2009. Queste rivelazioni contenute nel Wikileaks Iraq War Logs forniscono un’ulteriore prova del ruolo del Pentagono nella tortura sistematica di cittadini iracheni da parte del regime post-Saddam installato dai burattini del governo statunitense. Le organizzazioni progressiste elogiano gli sforzi del progetto Wikileaks. Le cosiddette “leaks” (o fughe di notizie) vengono sbandierate come vittorie incommensurabili contro la censura dei media corporativi. Ma c’è sempre qualcosa in più rispetto a ciò che l’occhio vede in superficie. Anche prima del lancio del progetto, i canali tradizionali della stampa di regime contattano Wikileaks. Taluni scambi di posta elettronica sono pubblicati; Wikileaks, fin dall’inizio del progetto, nel gennaio 2007, contatta e cerca la consulenza di Freedom House, che viene anche invitata a far parte del comitato consultivo di Wikileaks. Anche se non ci sono prove che Freedom House (FH) supporti il progetto Wikileaks, FH è un’organizzazione, basata a Washington, che “promuove la libertà” in giro per il mondo; è presieduta da un tale William H. Taft IV, che è consulente legale del dipartimento di Stato durante l’amministrazione di G.W. Bush e Vice Segretario della Difesa con l’amministrazione Reagan. Wikileaks intraprende anche negoziazioni con una serie di fondazioni d’impresa con lo scopo di assicurarsi i finanziamenti. Il fulcro della rete finanziaria di Wikileaks è Wau Holland Foundation, in Germania. – “Siamo registrati come una biblioteca in Australia, siamo registrati come una fondazione in Francia, siamo registrati come un giornale in Svezia“, dice Julian Assange. Wikileaks ha due organizzazioni caritatevoli esentasse negli Stati Uniti, note come 501C3s, che – “agiscono come un fronte” per il sito web – aggiunge. Rifiuta di fare i loro nomi, dicendo che potrebbero “perdere un po ‘dei loro finanziamenti, per ragioni di sensibilità politiche.” Il signor Assange dice anche che WikiLeaks riceve circa metà del suo denaro in donazioni modeste, inviate al suo sito web, e l’altra metà da “contatti personali“, tra cui “persone con alcuni milioni che si rivolgono a noi ….” L’acquisizione di finanziamenti occulti da agenzie di spionaggio è, secondo gli scambi di posta elettronica, contemplata assieme alle altre possibilità. All’inizio del 2007, Wikileaks riconosce che il progetto è “fondato da dissidenti cinesi, matematici e tecnici, dagli Stati Uniti, Taiwan, Europa, Australia e Sud Africa …. [ Il suo consiglio consultivo ] include i rappresentanti delle comunità di espatriati russi e tibetani rifugiati, giornalisti, un ex analista (spia) degli Stati Uniti e crittografi. Wikileaks ha formulato la sua missione, sul suo sito, così : “Wikileaks sarà una versione incensurabile di Wikipedia. I nostri interessi principali sono i regimi oppressivi in Asia, l’ex blocco sovietico e l’Africa sub-sahariana e del Medio Oriente, ma ci aspettiamo anche di essere di aiuto a coloro che in Occidente desiderano svelare comportamenti non etici nei loro governi e società“, (CBC News – Website wants to take whistleblowing online, January 11, 2007).

Questa missione è confermata anche da Julian Assange in un’intervista al The New Yorker, del 7 giugno 2010: “I nostri obiettivi primari sono quei regimi molto oppressivi in Cina, in Russia e in Eurasia centrale, ma ci aspettiamo anche di essere di supporto a coloro che in occidente desiderano svelare comportamenti illegali o immorali dei loro governi o delle loro imprese.” Assange fa anche intendere che “pubblicizzando fatti segreti” si potrebbero far cadere anche amministrazioni che celano le verità, compresa quella degli Stati Uniti. Inizialmente, l’attenzione sui cosiddetti “regimi oppressivi” in Eurasia e in Medio Oriente collima con gli obiettivi di politica estera dei burattini statunitensi, specialmente quelli messi a capo delle varie agenzie incaricate di ribaltare i regimi delle altre nazioni. Sputtanare i governi stranieri, prima di sovvertirli o di bombardare i loro territori, è perfettamente in sintonia con le pratiche delle “operazioni segrete” e con la complicità sistematica della stampa tradizionale e della televisione.

Oltre a ciò, Wikileaks non è propriamente un tipico esempio di mezzo di comunicazione di massa alternativo. Il The New York Times, il The Guardian e il Der Spiegel sono direttamente coinvolti nella redazione e selezione dei documenti trapelati; e anche il London Economist svolge un ruolo importante. Mentre il progetto e il suo editore, Julian Assange, dichiarano un impegno e una preoccupazione costante per amore di verità e per la sua impossibile rappresentazione attraverso i media, le versioni più recenti di Wikileaks delle comunicazioni trapelate dalle ambasciate, sono state accuratamente “redatte” dai media tradizionali, in collegamento con il governo degli Stati Uniti (Leggi l’intervista con David E. Sanger , Fresh Air , PBS , 8 dicembre 2010). Questa collaborazione tra Wikileaks e i media tradizionali selezionati non è casuale ; fa parte di un accordo tra diversi grandi giornali americani, europei e Julian Assange.

La domande importanti sono:

a) chi controlla e supervisiona la selezione, la distribuzione e la modifica dei documenti rilasciati al vasto pubblico?

b) Quali obiettivi di politica estera degli Stati Uniti vengono perseguiti attraverso questo processo di selezione ?

c) Wikileaks è parte di un naturale processo di risveglio dell’opinione pubblica, di una battaglia contro le menzogne e le falsificazioni che appaiono quotidianamente sulla stampa e in TV?

d) Se sì, come può questa battaglia contro la disinformazione mediatica essere condotta con la partecipazione e la collaborazione degli architetti aziendali di quella stessa disinformazione mediatica ?

Wikileaks arruola gli ingegneri della disinformazione e della propaganda dei media, per combattere la disinformazione e la propaganda dei media: una procedura incongrua che, se si ha in buona fede, è quantomeno autolesionista. I media corporativi americani, e più di tutti il The New York Times, sono parte integrante del sistema economico-finanziario che fa capo alle famiglie dei grandi usurai, hanno collegamenti intimi con i più pericolosi studi legali si Wall Street, di Washington e con il CFR (di cui parleremo fra un po’). Inoltre, i media statunitensi alimentano rapporti di lunga data con gli apparati di spionaggio internazionale. Anche prima che il progetto Wikileaks decolli, le imprese della comunicazione del cosiddetto “mainstream” sono coinvolti con i suoi lavori. Un ruolo preciso è definito e concordato per i grandi media, non solo nel rilascio, ma anche nella selezione e modifica delle “notizie trafugate”. Con amara ironia , i “media professionali” , per usare le parole di Julian Assange in un’intervista con “The Economist“, sono partner del progetto Wikileaks fin dall’inizio. Come se non bastasse, giornalisti di consolidata notorietà, collegati con i pianificatori della politica estera e con i sistemi di sicurezza e di spionaggio degli Stati Uniti, lavorano a stretto contatto con Wikileaks, nella distribuzione e diffusione dei documenti trapelati. Il “The New York Times“, che ha costantemente promosso la più sistematica disinformazione per decenni, è accusato di cospirazione quando pubblica talune fughe di notizie ottenute da Wikileaks. Una sorta di inchiesta farsa? Sotto inchiesta per rivelare la verità o per manipolarla? Il ruolo di “redattore” tenuto dal NYT (The New York Times), nella gestione delle fughe di notizie di Wikileaks, viene candidamente ammesso da David E. Sanger, corrispondente capo del NYT di Washington, che sostanzialmente afferma di aver analizzato tutte le informazioni trafugate, facendo le dovute correzioni sul materiale che può essere lesivo di persone o cose, rivelare operazioni in corso, e di aver poi sottoposto il materiale all’approvazione degli enti di stato competenti del governo statunitense, per consentire ai loro esperti di procedere con ulteriori modifiche, tagli e altre forme di manomissione del materiale (PBS Interview; The Redacting and Selection of Wikileaks documents by the Corporate Media, PBS interview on “Fresh Air” with Terry Gross: December 8, 2010). Lo stesso Sanger, poi, retoricamente, dichiara: “È responsabilità del giornalismo americano, fin da quando è stata fondata questa nazione, di provare a cimentarsi con i problemi più difficili del giorno e di farlo in modo indipendente dal governo.”

 

Del ruolo di “redattore” tenuto dal NYT
David E. Sanger non può essere descritto come un giornalista indipendente modello; è membro del Council on Foreign Relations (CFR) e del Strategy Group del Aspen Institute, che raggruppa artisti del calibro di Madeleine K. Albright, Condoleezza Rice, l’ex segretario alla difesa William Perry, un famigerato ex capo della CIA, tale John Deutch, il presidente della Banca Mondiale, Robert. B. Zoellick e persino il prestigiatore nazionale della Casa Bianca, Philip Zelikow, ex direttore esecutivo della Commissione d’inchiesta sull’undici settembre, tra le altre figure istituzionali di spicco. (Si veda anche F. William Engdahl, Wikileaks: A Big Dangerous US Government Con Job). C’è poi da ricordare che molti giornalisti statunitensi appartenenti al CFR intervistano Wikileaks continuamente e fra questi non mancano Richard Stengel, Time Magazine 30 novembre 2010 e Raffi Khatchadurian. Storicamente, il “The New York Times” serve gli interessi della famiglia Rockefeller, nel contesto di una relazione di lungo periodo. Il suo presidente, Arthur Sulzberger Jr. membro del CFR, è figlio di Arthur Ochs Sulzberger e nipote di Arthur Hays Sulzberger, che è stato amministratore della Fondazione Rockefeller. Ethan Bronner, vice caposervizio per gli esteri del “The New York Times“, come pure Thomas Friedman, fra gli altri, sono membri del CFR. (Vedi la lista dei membri del CFR – Council on Foreign Relations). A loro volta, i Rockefeller sono azionisti con quote rilevanti di molte imprese dedicate all’informazione televisiva e della carta stampata.

 

Dell’attenzione mal diretta di Wikileaks
A questo punto non deve sorprendere che David E. Sanger, assieme ai suoi colleghi cialtroni del NYT, si sia concentrato su una selezione dei cablogrammi, diffusi con Wikileaks, e non su altri. Non si possono mica pubblicare tutti. È la selezione che serve il meccanismo dell’attenzione mal diretta, è con la selezione che si fa la censura. Non è necessario celare fatti rilevanti; basta parlare d’altro; per esempio, si può discutere di ciò che si vorrebbe promuovere con i canali tradizionali; cosicché si dice la stessa cosa, ma.. “non l’ho detta io, l’ha detto Wikileaks“. Focalizzando l’attenzione sugli stessi temi di politica estera dei burattini posti al governo degli Stati Uniti d’America, si può usare la “voce” dei finti oppositori di quella stessa politica estera, precisamente per favorirla. È la tecnica del doppio gioco, del triplo gioco e del quadruplo, che insegna egregiamente l’ordine dei padri gesuiti. Chi lavora sotto copertura può stare da una parte o dall’altra, indifferentemente, e potrà sempre giustificare i suoi crimini dicendo che lavorava a fin di bene. L’attenzione sui cablogrammi di Wikileaks è selettiva e predilige argomenti che di fatto sostengono gli interessi di politica estera che stanno perseguendo i burattini alla Casa Bianca: il preteso programma nucleare iraniano, la pretesa invasione degli Stati Uniti da parte della Corea del nord, il preteso sostegno dell’Arabia Saudita e del Pakistan ai pastori nomadi di Al Qaeda (che poi è un altro giocattolo della CIA), e via così. Gli spunti che si cavano dalle analisi dei cablogrammi che Wikileaks farebbe trafugare dalle ambasciate, vengono poi elaborati in articoli ed editoriali specifici sul NYT; saranno poi subito ripresi dalla catena dei giornalisti-ripetitori della TV e della carta stampata del resto del pianeta. Le notizie trapelate sono filtrate e selezionate. Non è una massa continua di comunicazioni successive, come ci si dovrebbe aspettare dalla nuda esposizione dei cablogrammi di un’ambasciata. È un semplice esercizio di propaganda: da una lista di comunicazioni selezionate, possono scegliere quelle dei temi cari ai fatti di politica estera statunitense, al momento della cernita; dopo averle selezionate, correggono i testi e, casualmente, taluni messaggi innocenti finiscono per giustificare, indirettamente o direttamente, la politica estera statunitense, decisa dalle dai capi delle famiglie che controllano petrolio, emissione monetaria, finanza, armamenti e industria dell’intrattenimento, e promossa dai loro ripetitori del The New York Times; un esempio emblematico è la farsa del programma nucleare iraniano, che è il bersaglio di molte comunicazioni interne del Dipartimento di Stato americano; un altro è la frottola del supporto dell’Arabia Saudita al fantasma del “terrorismo islamico”.

 

Del programma nucleare iraniano
La corrente mediatica tradizionale promuove le falsità e le fabbricazioni dei burattini al governo degli Stati Uniti d’America. Però, non tutti si bevono le frottole dei media corporativi. Chi non crede ai media della corrente tradizionale, cava le sue informazioni da fonti alternative, per esempio Wikileaks. E, paradossalmente, proprio su Wikileaks, trova subito, raccontate con parole diverse, le prove, cavate da comunicazioni segrete che sono state trafugate, della bontà di ciò che si dice sui media della corrente tradizionale. Chi non si fida di stampa e TV, può trovare le stesse ciarle dimostrate su Wikileaks: “il fantasma nucleare iraniano esiste!” Se una puttanata è pubblicata dal “The New York Times“, può essere considerata, da taluni, poco attendibile e di parte, essendo che riporta al CFR e alla dinastia Rockefeller; se però la stessa puttanata viene divulgata da Wikileaks, quella puttanata diventa una prova di cui si ha riscontro. Altresì, il fatto che Wikileaks non menziona mai le fabbricazioni del “The New York Times” a proposito del fantasma nucleare iraniano, e che non si trovi traccia di quell’attività fraudolenta di fabbricazione dei cialtroni che scrivono sul “The New York Times“, è la prova che Wikileaks non è affatto attendibile. Il piano di guerra Stati Uniti+NATO+Israele diretto contro l’Iran viene così promosso sia dal NYT che dai mezzi di comunicazione che si vendono come “indipendenti”; il resto è automatico, perché i giornalisti-ripetitori di tutto il mondo, volenti o non volenti, in buona fede o in cattiva fede, non fanno altro che ripetere ciò che viene messo loro sul tavolo, già bell’e tradotto e bell’e scritto, senza mai studiare o approfondire alcunché. David E. Sanger gioca un ruolo cruciale nella grande frode comunicativa; nel 2005 il NYT pubblica un suo articolo titolato “Relying on Computer, U.S. Seeks to Prove Iran’s Nuclear Aims”. L’articolo si riferisce a misteriosissimi documenti segreti, trovati in un computer portatile rubato in Iran, che conterrebbero dei disegni di missili e veicoli da trasporto missili, che potrebbero dimostrare il fatto che il governo dell’Iran non ha – come ha riconosciuto immediatamente il portavoce della Casa Bianca, che si è subito organizzato una conferenza stampa – non ha, dicevamo, fabbricato delle armi nucleari, ma potrebbe avere intenzione di farlo (infatti sono disegni di missili, e non missili). Se il governo dell’Iran sta tentando in segreto, e noi non sappiamo di chi è quel computer e chi l’ha rubato a chi, di disegnare qualche missile, vuol dire che la sua insistente pretesa che il proprio progetto nucleare sia pacifico non è sincera; quei disegni illustrano missili che potrebbero anche raggiungere Israele. Tanto basta al consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, altro organo di proprietà delle famiglie della grande usura, per emanare provvedimenti d’embargo contro l’Iran; queste buffonate, oltre a infierire ingiustamente e inutilmente sulle popolazioni che le subiscono in medio oriente, hanno una drammatica influenza sull’andamento del prezzo del petrolio, sull’indebitamento pubblico e sulla recessione degli Stati del mondo; il fine della guerra contro l’Iran, che si voglia fare sul serio o no, è quello di creare instabilità, terrore, impennate di prezzi e speculazione; la speculazione quadruplica i guadagni netti senza dover fare altro lavoro che raccontare frottole sui media (tradizionali e non), lo abbiamo visto con la finta crisi dei finti missili di Cuba, con la finta crisi petrolifera degli anni 70, con i finti viaggi sulla Luna e le finte passeggiate nello spazio, con il finto problema dell’AIDS, con il finto problema del surriscaldamento del globo e con molte altre finzioni. Il denaro che ingrassa la speculazione è tutto guadagno netto ed è tutto sottratto alle classi dei lavoratori produttivi dell’economia reale, quale che sia il loro livello e la loro classe sociale. Anche se sapevamo già che la storia del computer rubato in Iran è un’altra frottola, un tale Gareth Porter, giornalista investigativo, lo dimostra poi con un lavoro che si può trovare su: Exclusive Report: Evidence of Iran Nuclear Weapons Program May Be Fraudulent, Global Research, November 18, 2010). Non si dà notizia su giornali e TV di quest’analisi di Porter, e quindi è come se non esistesse. Da qui si cava una regola generale: quando una notizia ha il massimo risalto da parte dei media tradizionali, sia che parlino bene di un dato argomento o che ne parlino male, è da considerare subito una notizia sospetta. I vari promotori di verità e indipendenza giornalistica, che si promuovono come vittime perseguitate dalle potentissime agenzie di spionaggio americane, sono illuminati da riflettori troppo potenti; non si giunge a tanta notorietà senza grandi finanze alle spalle. E tanto basta a sospettare fortemente che i vari: Julian Assange, Jacob Applebaum ed Edward Snowden, non siano altro che dei fantocci. Essi rilasciano qualche informazione utile, qua e là, di quando in quando, ma continuano a sfruttare il fenomeno dell’attenzione mal diretta di: cittadini, giornalisti-ripetitori, deputati, burattini ai governi e senatori. La provata falsità delle frottole di Wikileaks e la conclamata falsità delle bugie dette dagli organi d’informazione tradizionale, sommate, dimostrano chiaramente che tutta la cagnara fatta attorno al programma iraniano è, un’altra pericolosissima frode internazionale; ciò comporta per conseguenza diretta che le sanzioni dell’organizzazione delle cosiddette Nazioni Unite sono illegittime e dovrebbero essere immediatamente revocate. Iinvece, le balle di Wikileaks, non solo servono a far credere che il tema centrale della disinformazione sia sopravvalutato, ma, addirittura, che la politica estera, genocida e terrorista, dei burattini ai governi anglo-americani-israeliani sia corretta e inevitabile, perché anche i media non tradizionali non prospettano alternative. Ora si ha che il NYT cita addirittura Wikileaks come fonte, per rendere più credibili le sue frottole sull’Iran che acquista missili dalla Corea del nord e le (ancora più incredibili) menzogne terroristiche sulla presumibile gittata di quei missili, i quali, anche se non esistono, potrebbero giungre a colpire le città europee, o Mosca e, chissà un giorno dove potranno arrivare (vedi WikiLeaks Archive — Iran Armed by North Korea – NYTimes.com, November 28, 2010). Altre frottole diffuse da Wikileaks attribuiscono persino ad altri stati arabi la “preoccupazione” sul programma nucleare fantasma iraniano e il segretario di stato, la diabolica Hillary Clinton, prende subito tutte le palle, al balzo (Tehran Times : WikiLeaks promoting Iranophobia, December 5, 2010).

 

Della finta guerra al terrorismo con Wikileaks
Abbiamo visto che Wikileaks serve gli interessi di chi promuove le tensioni in giro per il mondo e in medio oriente; oltre a ciò, il progetto diffonde notizie “trapelate” – che sono note e documentate già a tutti, e da decenni – circa i finanziamenti, o altre forme di sostegno, da parte di stati arabi, fra i quali l’Arabia Saudita, a diverse organizzazioni terroristiche composte da fondamentalisti islamici, o da altre figure fabbricate. Questa è una parte della verità, un’altra parte se la dimenticano. La parte che tralasciano, solitamente, è che i servizi cosiddetti di “intelligence” statunitensi fanno incanalare il loro supporto materiale ai terroristi pseudo-islamici, che loro stessi fabbricano in tutto il mondo, proprio attraverso il Pakistan e l’Arabia Saudita. (Vedi Michel Chossudovsky: “America’s War on Terrorism, Montreal, 2005). I cosiddetti terroristi islamici sono inventati, formati, finanziati e coordinati da impiegati – sotto copertura – delle agenzie di spionaggio statunitensi, finanziate con denaro dei contribuenti americani. Le operazioni segrete e speciali consistono prevalentemente in questo: creare cellule terroristiche, o infiltrarle – che è poi la stessa cosa – cosicché, con il sangue degli innocenti, si alimentino odio e tensioni, e che, versando altro sangue di altre vittime innocenti ed ignoranti, odio e tensioni si protraggono a tempo indeterminato, per decenni, per secoli, finché, finalmente, vengono scoperti ed esposti; e allora, quando vengono scoperti ed esposti, possono dire di lavorare sotto copertura, perché stanno infiltrando i nuclei terroristici e commettono delitti a fin di bene, come accade sistematicamente, anche in Italia, fino alla fine degli anni ’80. Wilkipedia contribuisce a scagionare i servizi segreti americani e i loro alleati funzionali degli enti di stato esteri che collaborano con loro in tutto il mondo; serve a dare l’illusione che non sia la CIA a finanziare le reti terroristiche che forma, attraverso i suoi canali finanziari in Arabia e nel Golfo, no, sono gli stessi stati arabi a finanziare Al Qaeda, i Talebani, Lashkar-e-Taiba, e altri; nei fatti, questi canali finanziari arabi non fanno altro che eseguire le istruzioni dei loro padroni, rappresentati dagli agenti dei servizi segreti anglo-americani. I rapporti di Wikileaks sono inoltre usati per pubblicare notizie false e per giustificare il successivo invio di quei velivoli famigerati e radioguidati, i “drone“, per ammazzare folti gruppi di persone non riconosciute colpevoli di alcunché da nessuna Corte del pianeta, scelte non si sa in base a quale criterio, che vengono falsamente accusate di finanziare il terrorismo. Julian Assange, e gli altri ciarloni che lavorano con lui, sono quindi complici di omicidio e strage, oltre che di diffondere notizie false e tendenziose, truffando e sfruttando la credulità popolare degli abitanti del pianeta che non si fidano dei canali d’informazione tradizionali. I media delle corporazioni usano e interpretano le frottole fatte “trapelare” da Wikileaks per sostenere e confermare due miti:

1) L’Iran ha un programma nucleare che comprende armamenti e quindi minaccia la sicurezza del resto del pianeta;

2) l’Arabia Saudita e il Pakistan finanziano Al Qaeda e le organizzazioni del cosiddetto “terrorismo islamico”, il cui intento sarebbe quello di attaccare gli Stati Uniti d’America e gli stati delle colonie anglo-americane, cioè quelli compresi nella NATO.

 

Della CIA e dell’industria dell’informazione
Il “The New York Times” ha rapporti documentati molto stretti con le agenzie di spionaggio statunitensi, con il Pentagono e con il cosiddetto Department of Homeland Security. Quindi, anche questa agenzia, la CIA, finanziata con denaro dei contribuenti statunitensi ma orientata dai fini di imprese private sia americane che estere, si interessa di come dare la sua parte d’influenza alla stampa nazionale ed internazionale; un progetto storico su questa linea è l’”Operation Mocking Bird”, lanciato negli anni ’50 da un ufficio dell’agenzia, l’OSP (Office of Special Projects); l’obiettivo principale è quello d’influenzare i canali della comunicazione interni ed esteri. Dagli anni ’50 in poi, membri dei media statunitensi sono regolarmente arruolati dalla CIA. Tra i dirigenti che prestano la loro collaborazione all’Agenzia ci sono: Williarn Paley della Columbia Broadcasting System, Henry Luce di Tirne Inc., Arthur Hays Sulzberger del The New York Times, Barry Bingham Sr. del LouisviIle Courier-Journal, e James Copley di Copley news Service. Altre organizzazioni che collaborano con la CIA sono:

la American Broadcasting Company,

la National Broadcasting Company,

l’Associated Press,

la United Press International,

Reuters,

Daily Hearst,

Scripps-Howard,

la rivista Newsweek,

il Mutual Broadcasting System,

il Miami Herald,

il vecchio Saturday Evening Post

e il New York Herald-Tribune.

(Vedi: “The CIA and the Media”, di Carl Bernstein).

Ai giorni nostri la relazione fra i mezzi di comunicazione di massa e le agenzie di spionaggio è assai più complessa che prima; siamo in presenza si una gigantesca rete propagandistica che coinvolge parecchie agenzie governative. La disinformazione è istituzionalizzata, le fabbricazioni e le menzogne sono sfacciatissime. I mass media sono sostanzialmente i portavoce della politica estera statunitense (che, a sua volta, è tutta manovrata dalle famiglie, americane e non, dalla grande usura internazionale); le frottole della disinformazione vengono sistematicamente consegnate da elementi delle agenzie di spionaggio alle redazioni dei principali quotidiani, delle riviste e dei canali televisivi; ai corrispondenti più strettamente collegati, consegnano i cosiddetti scoop, che ottengono la copertura dei cosiddetti mainstream, in cui i parametri del dibattito sono impostati e la “realtà ufficiale” è consacrata per gli alimentatori collocati più in basso nella catena distributiva delle notizie (vedi Chaim Kupferberg, The Propaganda Preparation of 9/11). Persino il distratto e confuso segretario alla difesa nel 2001, Donald Rumsfeld si è costituito il proprio centro di disinformazione strategica, che si chiama Office of Strategic Influence (OSI) e che vorrebbe impiantare frottole nei centri distributivi delle notizie degli stati esteri, per tentare d’influenzare l’opinione pubblica in giro per il mondo (vedi Michel Chossudovsky, War Propaganda). Tutto l’apparato mediatico del pianeta è una macchina di propaganda di guerra, come lo sono i mass media degli Stati coinvolti dalle due guerre mondiali prima e durante quelle guerre; e allora, perché uno dovrebbe credere alla nozione cretina secondo la quale il “The New York Times“, d’un tratto, motivato da alti ideali di verità e di giustizia, vuole promuovere la cosiddetta “trasparenza” nella comunicazione delle notizie false e decide di assistere Wikileaks nella sua opera di “divulgazione” o nel fare passa-parola delle trovate che dice di trafugare? Non è tutto già abbastanza ovvio in questa relazione morbosa con il NYT, o c’è bisogno di un’istruttoria? In superficie non c’è nulla che provi il fatto che Wikileaks sia un’operazione sotto copertura della CIA; però, dati tutti i collegamenti diretti che ci sono fra i singoli giornalisti e gli apparati militari e di sicurezza nazionale, date le sciocche argomentazioni sulla selezione delle notizie trapelate, data la coerenza con la politica estera statunitense e data l’incredibile pubblicità che si fa al personaggio, assolutamente mediocre, di Julian Assange, pensare che Wikileaks sia ciò che dice di essere è un po’ come rientrare a casa, trovare la moglie con un altro uomo fra le gambe e pensare di non essere cornuti. L’incredibile visibilità che si dà al sito web di Julian Assange, e allo stesso Julian Assange, un mentecatto che il mondo reale non conosce, merita altre due righe di considerazioni; nessuno si sa chi sia; però, d’un tratto, come succede allo stesso Obama nelle elezioni del 2008, è rincorso da Hillary Clinton che, isterica, con le pantofole in mano, impreca davanti a tutte le televisioni del mondo di volerlo vedere trascinato in catene; e, nuovamente sotto i riflettori di tutto il mondo, viene denigrato dallo stesso burattino Obama, che ne parla come fosse un pericolo vevente per la sicurezza nazionale; poi, perseguitato, ma non arrestato, dalla magistratura internazionale; sempre seguito dalle telecamere delle maggiori televisioni del pianeta, trova scampo e asilo in qualche ambasciata sudamericana; salvato dai capi di stato sudamericani, egli continua indisturbato la sua azione giornalistica di “controinformazione”, restando alla ribalta. Per gli utenti medi della rete internet, e per quelli leggerissimamente più evoluti che studiano tecnologia e ingegneria informatica, si vende anche la notizia dell’imposizione a PayPal di non accettare più trasferimento di fondi per Wikileaks; il fatto, probabilmente, accade nella realtà, e tutto il mondo della rete internet inizia a criticare l’azione di forza delle agenzie di governo USA, priva di qualsiasi giustificazione legale e di carattere giurisdizionale, e l’obbedienza supina di PayPal. Ciò che si ottiene, ancora una volta, è che la cosa sembra più vera. Se la sono bevuta tutti, anche Richard Stallman, come pure si sono bevuti l’idea secondo la quale il mondo dei movimenti volontari per le libertà e i diritti civili è così generoso che, grazie a PayPal, il bravo e onesto Julian Assange, riceve centinaia di migliaia di dollari solamente per poter portare avanti la sua missione, pubblicando le verità nascoste che la stampa non vuole pubblicare. La vicenda della chiusura del conto PayPal di Assange è probabile che sia vera; può essere stato un errore di un ente di stato americano, non sono tutti perfettamente coordinati; può essere stato un agente qualunque che, avendo sentito imprecare la Clinton e l’Obama, ha pensato di fare qualcosa contro il male; può essere stato un errore di un impiegato di PayPal; può anche darsi che Assange si sia dimenticato la password per accedere al conto. Sia come sia, se anche questa vicenda è vera, non cambia proprio nulla di ciò che abbiamo visto di sopra; il marito che, rientrando a casa, trova la moglie con un uomo fra le gambe, non ha ancora la prova definitiva dell’essere cornuto, ma un dubbio dovrebbe farselo venire, a dispetto di tutte le questioni su PayPal; non dimentichiamo, infine, che per aprire un nuovo conto PayPal ci vogliono cinque minuti; quindi, anche questa cagnara che si fa sul conto PayPal è, a sua volta, ulteriore motivo di dubbio e sospetto. L’eccesso di pubblicità fatta ai dissidenti che trovano asilo politico in lussuosi palazzi delle ambasciate non statunitensi è un altro elemento che genera sospetto; questo vale non solo per Assange, vale anche per Snowden e Appelbaum, i feticci dell’anonimato in rete che non esiste, perseguitati dagli enti di sicurezza, solo perché collaborano a diffondere lunghe sequele di ovvietà con il Der Siegel, che è solo uno dei tanti organi di propaganda dello stesso regime.

 

Della relazione illegittima di Wikileaks con il “The Economist”
Wikileaks ha anche una relazione stretta e contraddittoria con il “The Economist“: Julian Assange riceve il premio New Media Award dal The Economist nel 2008, e il The Economist ha un rapporto simbiotico con le élite finanziarie del Regno Unito. È una grande industria per la produzione di notizie, supporta la partecipazione del Regno Unito nell’invasione dell’Iraq e il suo direttore, John Micklethwait, è stato identificato fra i partecipanti della conferenza Bilderberg del 2010. Oltre a ciò, il The Economist ha anche lo stampo dei Rothschild; Sir Evelyn Robert Adrian de Rothschild è presidente della rivista dal 1972 al 1989, sua moglie Lynn Forester de Rothschild, è tuttora parte del suo consiglio d’amministrazione e la famiglia ha consistenti partecipazioni azionarie del rotocalco. Andrew Stephen Bower Knight, un editore del The Economist dal 1974 al 1986, è l’attuale presidente della fondazione J. Rothschild Capital Management Fund e viene anch’egli identificato come membro del Steering Group (1986) del gruppo Bilderberg. C’è poi da rilevare un altro elemento importante: l’avvocato di Julian Assange, Mark Stephens, dello studio Finers Stephens Innocent (FSI), che è uno dei più prestigiosi studi legali londinesi, è pure consulente legale per la Rothschild Waddesdon Trust. Ancora una volta, questi fatti non provano direttamente e inequivocabilmente la manipolazione e la contraffazione delle notizie “trapelate” che vengono dispensate da Wikileaks, come pure il marito che trova la moglie con un altro uomo fra le gambe non ha ancora la prova fisica del fatto di essere cornuto; ma un certo stato di malessere dovrebbe assalirlo assieme ai dubbi circa la fedeltà di sua moglie in generale; nel caso di Wikileaks, considerando la cricca dei suoi amici più stretti, e cioè NYT, the CFR, The Economist, Time Magazine, Forbes, Finers Stephens Innocent (FSI) eccetera, vogliamo continuare a prendere per validi i suoi sforzi per la maggior gloria del “vero” giornalismo investigativo?

 

Della fabbricazione del dissenso
Qualcuno ricorderà un libretto interessante del rinnegato Noam Chomsky, titolato “Manufactoring consense” (cioè, la fabbricazione del consenso), in cui egli menziona i maestri della propaganda moderna e le loro tecniche (tecniche pavloviane che però la chiesa di Roma – assieme alle sue diramazioni apparentemente concorrenti nel resto del mondo – conosce e pratica con successo già da molti secoli prima di Pavlov) per indurre masse di individui ad accettare e condividere determinati impianti ideologici; Bernays, sorprendentemente, nota che gli individui, una volta indotti a credere buono un certo impianto ideologico, non solo mantengono fede in esso, ma diventano dei promotori spontanei, volontari e gratuiti, di quell’impianto, e ne diffondono le ideologie come possono, dove possono, dibattendo arditamente per il loro successo, con la stessa forza con la quale ognuno litiga e si batte per la “propria” opinione, quando si trovano confrontati da correnti contrarie. Wikileaks è la dimostrazione di un ulteriore livello di sofisticazione della manipolazione dell’informazione; gli studiosi degli esperimenti di Pavlov sui suoi poveri cani, Bernays e Walter Lippman, osservano la manovrabilità dell’opinione pubblica e cercano di fabbricare in essa il consenso; altri studiosi delle torture praticate da Pavlov sui suoi poveri cani, anziché lavorare per fabbricare il consenso, fabbricano e manipolano il dissenso; alimentano cioè le fantasie morbose di chi resiste al luogo comune del consenso con i luoghi comuni del dissenso, con una serie di falsi atteggiamenti contrari che servono poi a far ingurgitare le stesse menzogne dette con parole diverse, e a far sposare gli stessi impianti ideologici. Ovviamente, chi pratica questo gioco, deve gettare qualch’esca senz’amo in pasto ai pesci, e allora pubblica immagini e video di soldati americani che sparano su passanti senza motivo, torturano prigionieri nelle carceri, pisciano sui cadaveri delle loro vittime civili, ammazzate come cani in strada e altre cose del genere; per quanto crudi, volgari e violenti, questi fatti sono tutti meno rilevanti rispetto al problema centrale, come irrilevante è il resto delle notizie che pubblica, a meno che non siano utili per promuovere gli interessi che protegge la politica estera anglo-americana. I veri crimini di guerra delle froze statunitensi d’invasione, della NATO e dei burattini dei governi anglo-americani, restano trascurati. Una volta che il progetto Wikileaks viene immesso e integrato nella corrente principale dei flussi di notizie dispensate dagli organi del giornalismo tradizionale, viene usato come un mezzo di disinformazione di massa, esattamente come tutti gli altri. “Da qui, si cava una regola generale che mai o raramente falla”:

è interesse delle élite al potere di accettare il dissenso e la protesta, come caratteristiche proprie del sistema, purché essi non minacciano l’ordine sociale stabilito. Lo scopo non è quello di reprimere il dissenso, ma, al contrario, quello di forgiare e manipolare i movimenti di protesta, proprio per impostare i limiti esterni del dissenso. Per mantenere la loro legittimità, le élite economiche favoriscono limitate e controllate forme d’opposizione. Per essere efficace, tuttavia, il processo della fabbricazione del dissenso deve essere attentamente regolato e monitorato da coloro che costituiscono l’oggetto stesso del movimento di protesta.

(Michel Chossudovsky, “Manufacturing Dissent”: the Anti-globalization Movement is Funded by the Corporate Elites, Settembre 2010)

 

Dei finti pacifisti contrari alla guerra in genere ma non a “questa guerra”
I segretari di stato e i capi di governo sono burattini sacrificabili; ci vuole poco a sostituirli; ciò che bisogna preservare e proteggere sono gli interessi delle élite economiche, le quali controllano l’intero apparato politico, militare e finanziario del pianeta da dietro le quinte. Nel caso di Wikileaks, i fatti e le informazioni sono contenuti in una banca dati; quelli che riguardano stati esteri possono servire gli interessi della politica estera anglo-americana; gli altri tenderebbero a screditare il governo degli Stati Uniti. Le informazioni che riguardano un particolare istituto finanziario, o un particolare gruppo d’istituti finanziari, possono essere strumentalizzate da gruppi concorrenti, via Wikileaks, per mandare in bancarotta le banche bersagliate. I fatti e le informazioni di Wikileaks sono selezionati e analizzati dagli operatori che servono gli interessi delle élite. Anche se i frammenti delle informazioni contenute nella banca dati di Wikileaks sono accessibili (e in quantità smodata) a chiunque, il vasto pubblico, e la maggior parte dei lettori critici, non si prendono il tempo, né il disturbo, di consultare e analizzare tutto l’indice della banca dati di Wikileaks; ciò che resta, e di cui si ha nota e memoria, sono solo i frammenti di notizie, selezionati e manipolati, che vengono poi interpretati e diffusi su larga scala dai media principali; tutto il resto, è come se non esistesse. Quando si vuole presentare un quadro particolarmente fazioso, si fa accettare la sua versione redatta dalla pubblica opinione perché la notizia proviene da “fonte attendibile”, cioè, dalla voce dell’opposizione al regime, dai giornalisti veri, quelli che si battono per la libertà e la giustizia; in realtà, ciò che viene presentato nei maggiori quotidiani e in televisione non è altro che una distorsione, contorta con cura, della verità. Il dibattito critico è accettato e benvenuto, purché non si mettano in discussione le premesse fondamentali sulla politica estera anglo-americana e la tragica burla della “guerra al terrorismo”. Il sistema è collaudato e funziona sempre; tutti i movimenti pacifisti del mondo sono contrari alla guerra, ma non alla “guerra al terrorismo”. E non è sempre andata così nella storia? I pacifisti sono sempre contrari alle guerre, alle altre guerre in generale, ma non a quelle in corso, quelle sono giuste, umane, e, soprattutto, inevitabili. La grottesca farsa di Wikileaks si completa con la campagna agguerrita che fanno gli enti di stato e le agenzie di spionaggio americani contro Wikileaks. Una campagna che non esclude azioni legali e l’adozione di atti normativi che vietino comportamenti come quello di Wikileaks, perché sono “pericolosi per la sicurezza nazionale“. La cricca degli amici (che paiono nemici) di Wikileaks ottiene due vantaggi immediati dagli interventi legali contro di loro (come per esempio il 1917 Espionage Act): per prima cosa, rendono la posizione di Assange più credibile; e, secondariamente, se riescono ad avere a disposizione nuove norme per censurare il dissenso a piacere, possono utilizzarle alla bisogna, per fermare eventuali dissidenti veri, o per manipolare ulteriormente la rete internet. Per questo motivo, l’azione persecutoria di Assange negli Stati Uniti appare un fatto assai realistico e forse è bene che si eviti il precedente di una sua condanna, la quale soddisferebbe entrambi gli scopi.

 

Degli idoli e dei martiri intoccabili
Un’ultima considerazione, elementare, che induce al sospetto, la dobbiamo fare, prima di chiudere questa tediosa pagina sulla questione dello spionaggio digitale. Quando sono presenti a sé stessi, gli scellerati diffidano di quei loro colleghi delinquenti che, dopo essere arrestati, vengono rilasciati in pochissimo tempo; li fiutano subito come delatori, come infiltrati che si sono venduti ai loro aguzzini. Perché Assange, Applebaum e Snowden, che praticano attività di spionaggio come i loro concorrenti ufficiali, che sono gli avversari più ricercati da tutto l’apparato di sicurezza e controspionaggio dei burattini Obama e Clinton, perché, dicevamo, queste vittime innocenti della forza bruta dei poteri forti, circolano così liberi e felici (come per decenni ha fatto Osama Bin Laden, prima che ne fosse dichiarata la morte, per omicidio, una terza volta), mentre, a loro vergogna, si vede una moltitudine di storici e ricercatori, studiosi veri – non attori – arrestati e trascinati in catene, seppur colpevoli di nulla se non di aver pubblicato i loro lavori, giungendo a conclusioni leggermente diverse da quelle ufficiali a proposito della storia dell’ultimo secolo?

 

Pubblicato da economia, finanza e fisco

Come si gestisce l'impresa che sopravviva nel nostro sistema economico-giuridico? Cos'è il sistema economico e come funziona? Come funziona l'impianto giuridico-economico in Italia, in Europa e nel resto del mondo? Cosa studiano e a cosa servono gli economisti? Cosa studiano e a che servono gli insegnanti di economia politica? Come si controllano il sistema economico, i processi di produzione e consumo, di tutte le categorie di aziende? Come continuare ad ignorare il problema monetario, e il problema dell'alienazione del monopolio della sovranità monetaria, nonostante il tema sia stato oramai ampiamente descritto, spiegato, e le spiegazioni distribuite?

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