La frode internazionale della guerra del Viet-Nam

(L’esempio clamoroso della negazione dei finti auto-attentati, con i quali si ha la demolizione controllata delle 3 torri gemelle di New York, che certamente non può darsi senza quantomeno la complicità degli enti di stato della federazione statunitense, è la prova storica del fatto che i due ruffiani certificati, Noam Chomsky e Marco Travaglio, sono solo altri pupi della propaganda della fabbricazione del finto dissenso).

Abbiamo visto alcuni esempi sulle fabbricazioni degli stati di emergenza, dei falsi attentati terroristici, delle finte dittature comuniste, delle crisi e delle tensioni artificiali che servono a giustificare ed imporre: norme liberticide, confische di proprietà, oppressione fiscale, inflazione, controllo di capitali, controllo di prezzi e retribuzioni, guerre ed altri tipi di emergenze nazionali. Ora dobbiamo spendere ancora un po’ di tempo a considerare i fatti di alcune guerre, sia lontane che vicine, perché servono a collegare gli eventi delle tragedie contemporanee. Infatti, il monopolio dell’industria energetica, e di quella usuraria-monetaria, sono sistemi di controllo del pianeta e di dominio sulle vite dei suoi abitanti, che influiscono ogni giorno sui fatti della nostra vita e che lavorano in stretta cooperazione con l’industria della guerra.

 

Il legame fra la guerra e il monopolio monetario-energetico
È importante tenere sempre a mente che le tragedie degli stati di crisi e d’emergenza, assieme alle drammatiche recessioni economiche, sono, storicamente, delle fabbricazioni bastate su falsi impianti ideologici, che sono pre-impiantati; è altrettanto importante ricordare che le guerre, tutte le guerre, sono sempre originate da quelle stesse fabbricazioni e che le dittature, tutte le dittature, sono la loro conseguenza diretta. La competenza su questi fatti è importante, per amore di verità, ma soprattutto per spirito di sopravvivenza. Sapendo prima che l’impianto ideologico è una frode e che gli attentati terroristici, i sabotaggi, gli assalti dei nemici alle stazioni radio, sono orchestrati dagli stessi che ad essi rispondono, non prenderò parte alla risposta, non vorrò soggiacere alle nuove leggi dispotiche e non imbraccerò il fucile, né approverò che lo facciano altri, in nessun caso, per andare ad ammazzare vittime innocenti.

 

Della finanza che ingrassa con il genocidio
Perché distruggere solo il sud del Vietnam? Quali sono gli obiettivi della guerra del Vietnam? Il modello indonesiano del 1965, la retorica sul nazionalismo e sull’amore per la libertà, l’elemento economico come unico elemento veramente essenziale per ammazzare e distruggere, l’economia militare degli USA, il disegno “No-Win-War” dei pianificatori assassini della guerra in Vietnam, la strategia statunitense nella guerra del Vietnam: perché gli USA avrebbero perso? Wall Street ingrassa sul genocidio in Vietnam, le banche centrali europee finanziano il deficit USA per le stravaganti spese militari imposte con la guerra del Vietnam.

 

Delle ovvietà e della retorica sul Vietnam
Durante una delle tante presentazioni retoriche del MIT (che io titolo Ruffiani Travestiti da Dissidenti e che è seguita dalle domande dei convenuti inconsapevoli) con la quale si voleva fare una retorica commemorazione della guerra in Vietnam, Noam Chomsky e Ngo Ving Long rievocano gli orrendi assalti al sud del Vietnam, la totale distruzione del Viet-Nam del sud e l’assassinio dei contadini del Vietnam del sud (presi e ammazzati nei villaggi, prima, durante la “contro-insurrezione” e poi, semplicemente scaricando tonnellate di bombe e di agenti inquinanti che hanno mortificato tutta la terra del Vietnam del sud); però, mentre la critica sull’atrocità dell’aggressore (“noi” americani, dice lui) alla sua stessa domanda sul perché si insiste a distruggere il sud del Viet Nam e non si tocca il nord, Chomsky dà una risposta cretina (e molto ingenue appariranno poi anche le sue successive osservazioni sull’undici settembre 2001, con le quali egli sostanzialmente approva la versione ufficiale). Secondo Chomsky, poiché al nord ha sede la capitale, gli assassini aggressori avrebbero pensato:

“….non corriamo il rischio che una delle nostre bombe caschi sul tetto dell’ambasciata russa o di quella cinese (cosa che quando capita, a nessuno frega un fico secco), magari quelli poi se la prendono a male e potremmo avere una terza guerra mondiale…”

E questa è la spiegazione di Chomsky sul perché i bombardieri americani, che senza ragione apparente, senza dirlo e illegalmente, sganciano quantità smodate di bombe di ogni tipo su tutta l’Indocina, sul Laos, sulla Cambogia, sul Viet- Nam del sud, scegliendo sistematicamente obiettivi non strategici. Quando si tratta del Vietnam del nord, allora, chirurgicamente, non toccano “quel ponte”, non interrompevano “quel viale”, non danneggiavano “quel sentiero” e consentono, promuovono, la continuazione dei rifornimenti di armi, munizioni, vettovaglie, vino di riso, oppio, morfina, eroina e tutto il resto del supporto logistico ai guerriglieri impegnati nella lotta nel sud.

“Un errore troppo costoso per noi…un tentativo maldestro di fare del bene…”

La retorica degli altri intellettuali americani del tempo di Chomsky è più o meno inutile quanto la sua. Anthony Lewis scrive nel 1975 sul New York Times che la guerra è cominciata come un “tentativo maldestro di fare del bene“, ma che nel 1969 è chiaro che si tratta di un errore, un errore “troppo costoso per noi“. Nel 1969, la popolazione sondata negli USA, considera, al 70%, la guerra non solo un errore, ma una cosa fondamentalmente sbagliata ed immorale; questo risultato non risulta menzionato dalla stampa né dalla televisione. I risultati non sono mai pubblicati, perché chi pensa in opposizione rispetto alla linea ufficiale deve sentirsi isolato e impotente.

Il punto cruciale della sintesi Chomskyiana della tragedia del Viet-Nam è che gli Stati Uniti d’America, anche se “perdono”, come comunemente si crede in giro, l’obiettivo primario di quella guerra è stato raggiunto. L’illusione della vittoria possono anche lasciarla ai vietnamiti – chi se ne frega?” – che sono oggi anche convinti di aver vinto, nonostante che la loro terra sia stata, senza un motivo comprensibile, completamente devastata, distrutta, contaminata da agenti chimici violentissimi e permanenti; nonostante che, ancora senza motivo, a milioni sono stati ammazzati dalle bombe, dalle baionette e dai chimici; nonostante che si vedano nascere figli deformi, e che, sostanzialmente, non decidono per la determinazione del proprio governo oggi come non potevano farlo ieri e come, forse, non hanno fatto mai.

 

Dei finti obiettivi del governo statunitense
“L’obiettivo secondario” – secondo Chomsky – è quello di applicare all’Indocina il modello indonesiano del 1965.

 

Dello schema puerile venduto dal ruffiano Noam Chomsky
In Indonesia, elementi del governo USA istigano un colpo di stato guidato dal generale Suharto. Un milione di morti ammazzati, più o meno, contadini senza terra, presi uno per uno dai villaggi, perché compresi negli elenchi dei cosiddetti “terroristi” considerati “comunisti”. Dopo il bagno di sangue, ed eliminato l’unico partito politico al quale appartengono i “poveri”, l’Indonesia si apre allo sfruttamento degli occidentali. Questa, più o meno, è la sintesi propinata da Chomsky agli studenti del MIT. Ma, riguardando la storia, l’Indonesia era già aperta allo sfruttamento degli occidentali da molto prima del 1965; a questo aggiungiamo che, eliminato un milione di “poveri” ne rimangono almeno altri duecento (duecentocinquanta) milioni e quindi quel bagno di sangue deve servire altri scopi; poi, queste interferenze della CIA che organizzava colpi di stato e liste di “sovversivi” da purgare è un protocollo che si ripete più o meno ovunque nel mondo, e continuamente. Il modello indonesiano non c’entra per niente.

 

Della prima costruzione ideologica fuorviante di Chomsky
Purtroppo, purtroppo per gli aggressori americani di quel tempo, come cerca di venderla Chomsky, l’esperimento indonesiano non è stato ripetuto con successo in Indocina e, perciò, nell’imporre lo stesso modello indonesiano all’Indocina, gli Stati Uniti falliscono e perdono poi, per giunta, anche la guerra.

 

Della seconda costruzione ideologica fuorviante di Chomsky
Lo scopo principale dell’aggressore (“noi” americani, dice lui, che ritiene sé stesso – e tutti i suoi studenti – portatori, in quanto americani, della responsabilità degli eccidi) non è tanto quello di ottenere il controllo del Vietnam, come oggi capita in Iraq. Diversamente che in Iraq, gli Stati Uniti non hanno interesse al controllo; non c’è il petrolio in Vietnam, giusto? Allora l’obiettivo principale è solo quello di distruggere completamente il territorio (per ottime ragioni, aggiunge, senza spiegare quali) e in questo gli USA riescono a pieno. Ecco che si profila la costruzione articolata del pensiero fraudolento di chi finge di non aver capito, o la lezione inutile di chi, veramente, è giunto a quasi cento anni, senza aver capito un tubo.

“……..la distruzione totale del Vietnam era un fatto necessario, indispensabile, perché non si poteva permettere che un Vietnam indipendente prendesse una via di sviluppo che poi avrebbe potuto divenire un ‘modello’ (un altro modello?) che altri nella regione avrebbero potuto tentare di emulare. Il comunismo era un “virus” che avrebbe potuto infettare altri territori della regione…”

Con l’impianto ideologico e il linguaggio metaforico (sul virus), ancora una volta, un cialtrone dà la spiegazione di un fatto orrendo e complicato, senza andare mai a vedere chi ha finanziato quel fatto, chi ha interesse che quel fatto si verifichi e chi trae vantaggio da quel fatto, dopo che si è verificato. Poi, aggiunge Chomsky, per far anche più confusione, se possibile:

“…bisognava evitare che il virus comunista infettasse l’Indonesia (anche se ha appena chiarito che Suharto ha già sradicato il problema), le Filippine con Marcos (chissà che cavolo c’entrava Marcos?) e il medio oriente (dove si spinge la fantasia del ciarlone), perché è lì che ci sono le riserve energetiche… ”

Il vecchio opportunista revoca qui, in parte, le ciarle che afferma di sopra, dove sostiene che gli Stati Uniti d’America non hanno interesse al controllo del territorio vietnamita. Poi aggiunge altra confusione menzionando il Giappone, la seconda guerra mondiale.. ed è meglio non continuare il suo discorso perché ci sono già tutti gli elementi che dimostrano il depistaggio.

                                                 

Della retorica di Ngo Ving Long sul sottovalutato nazionalismo vietnamita
1) Ngo Ving Long trascorre l’adolescenza disegnando mappe per i soldati americani e accompagnandoli, per evitare che si perdano, nelle campagne del Vietnam del sud, dove questi, ai tempi della cosiddetta “contro-insurrezione“, cioè prima del falso incidente preso a pretesto per spingere gli USA in guerra ufficialmente, quando vanno nelle capanne dei contadini, fingendo di vaccinarli con l’equipe medica, perquisiscono le capanne, portano via i contadini sospetti e li fanno sparire nel nulla.

2) Dopo aver visto scomparire qualche decina di migliaia di connazionali, il giovane Ngo Ving Long viene colto da un leggerissimo dubbio circa l’efficacia di questo lavoro di epurazione comunista; in sostanza, si domanda, perché se lo chiedesse a loro non lo capirebbero, “non capite che ammazzando tutta questa gente date ragione ai comunisti? Non vedete che state facendo nascere del risentimento motivato fra questa povera gente che deportate e che trucidate in massa?“

3) Dopo che la guerra diventa ufficiale, Ngo Ving Long continua a collaborare con i soldati statunitensi, a rischio della vita, gli stessi americani che oggi gli danno una bella cattedra al MIT, dove insegna non si sa esattamente cosa, dato che nessuno comprende il suo inglese. La sua storia conclude con alcune considerazioni:

a) è, “precisamente” per amore di libertà che i vietnamiti vincono la guerra;

b) che al sud del Vietnam viene ordinato di non combattere, per un periodo molto lungo dall’inizio del conflitto, dalla capitale del nord; e non si sa perché;

c) la capitale del nord, concede tardivamente l’autorizzazione di rispondere al fuoco;

d) i contadini del sud, finalmente autorizzati, imbracciano i fucili e iniziano a difendersi;

e) non bisogna mai sottovalutare il nazionalismo di un popolo e il suo ‘amore di libertà e di indipendenza.

Come dire, “avete visto? Grazie al nostro amore per la libertà e al nostro nazionalismo, abbiamo vinto contro gli americani”; e la cosa anche più ridicola di questa visione puerile è che molti vietnamiti, effettivamente, oggi credono in questo.

 

Dei contadini e delle armi dei contadini
L’unico elemento veramente essenziale in ogni guerra e in ogni rivoluzione è il denaro. Analisi simili, circa l’idea che la micidiale combinazione di nazionalismo puro e di ideologia comunista estrema siano lì a spiegare il perché il Vietnam vincerebbe la guerra, sono ripetute nel tempo e in luoghi diversi anche da altri professori, intellettuali, commentatori, storici e sociologi ingenui, di ogni patria e bandiera. Nonostante la quantità di spiegazioni logiche, in queste analisi manca l’elemento essenziale di ogni guerra e di ogni rivoluzione: il denaro. L’amore per la libertà non si compra, ma per combattere ci vogliono armi costose, possibilmente moderne. Il nazionalismo è un elemento ideologico, può essere finanziato a sua volta e sollecitato in tanti modi, ma ci vogliono armi potenti, possibilmente moderne, per combattere e per resistere; le armi sono costose. Quando i vietnamiti hanno finalmente il permesso di combattere, “hanno imbracciato i fucili” – dice Ving Long -“e si sono difesi”- dove hanno presi i fucili?

I guerriglieri vietnamiti resistono dieci anni e più, perché sono nazionalisti, forse, perché sono comunisti, forse, perché amano la libertà e l’indipendenza, sì, certo, forse; ma con cosa combattono? Per tenere aizzate due parti in conflitto, i signori di tutte le guerre, le indottrinano con impianti ideologici contrapposti e fanno sì che essi vengano riforniti, più o meno regolarmente, di armamenti, vettovaglie, altri soldati preparati e supporto logistico. Sono cose che costano. Da una parte ci sono i comunisti russi che danno il supporto regolare, finanziati dalle stesse banche che finanziano i capitalisti; dall’altra parte ci sono gli imperialisti, che combattono per la libertà, per arginare il comunismo e per il dispendio delle risorse dei propri Stati, da consumare e da rifinanziare, attraverso le stesse banche che finanzano i comunisti rossi.

 

Della finta sconfitta statunitense in Viet Nam
Resta poi un’altra domanda, elementare e fondamentale, alla quale Chomsky e il suo portaborse non possono rispondere: com’è possibile che il colosso militare americano, lo stesso che ha distrutto tutta l’Europe e raso al suolo tutto il Giappone solo qualche anno prima, che ha cacciato i nazionalisti dalla Cina e ha regalato la Cina alla Russia, che ha centinaia di basi militari in tutto il mondo e migliaia di testate nucleari installate in tutte le regioni che occupa, non riesce a vincere contro una banda di raccoglitori di riso denutriti, avvelenati dai chimici defoglianti e male equipaggiati? Sono tutti nascosti nelle caverne e nei cunicoli? È questo il trucco che li proteggeva dal napalm? O è il nazionalismo, o l’amore per la libertà e l’assoluto bisogno d’indipendenza? O, per dirla con Francis Ford Coppola, perché: “…per Charlie c’erano due soli modi per tornare a casa: vincere….o morire”, ed è così che vincono?

 

Della riconversione industriale operata per ammazzare e distruggere
L’elemento materiale della guerra, quello che causa più morti, a Chomsky e Ngo Ving Long, sfugge completamente. E però è l’unico elemento veramente essenziale. Tutto il resto è “fumo negli occhi”. La guerra ufficiale in Vietnam, che inizia con la ridicola messa in scena del falso attacco da parte di una falsa vedetta vietnamita contro una vera nave da guerra americana, è decisa negli USA in seguito a sensibili pressioni da parte di una significativa parte dell’industria bellica e del mondo finanziario di New York. La necessità di sbarazzarsi degli armamenti, di utilizzarli in battaglia, e di riarmare completamente tutte le forze militari americane offre, ai soggetti interessati, guadagni enormi e anche il pretesto per iniziare una nuova corsa agli armamenti e una grande operazione di riconversione industriale verso verso l’industria bellica. Sempre di più, negli anni sessanta, l’economia statunitense viene trasformata in economia militare, in cui la guerra fredda contro il “pericolo comunista “artificiale viene usato per giustificare la spesa stravagante di trilioni di di dollari in beni e servizi prodotti specificatamente per distruggere altri beni e altri servizi, per assorbire risorse e ammazzare intere popolazioni, costituite perlopiù da vittime disarmate e inermi. Le spese militari sono diventate il supporto di tutti gli interessi della finanza e del petrolio dell’impero britannico del diciannovesimo secolo che hanno sede a New York, (con la veste anti-comunista del ventesimo secolo).

 

Della strategia statunitense ideata per perdere la guerra del Vietnam
La guerra del Vietnam si fa seguendo una strategia deliberatamente studiata per perdere. Sembra strano, ma i militari, anche quelli “amici”, o non “nemici”, sono carne da macello, oltre che assassini e macellai; anche loro sono mandati al massacro per un fine che non ha nulla a che vedere con quello che si dice in giro. Lo scopo non è necessariamente quello di vincere. Perciò, non deve sembrare illogico che una guerra la si faccia per perderla. Noi immaginiamo che le guerre un tempo le facevano i re, per accaparrarsi un territorio, le sue ricchezze, le sue risorse. Oggi pensiamo che funzioni allo stesso modo, ma non è così semplice.

 

Del potere di chi comanda solo in senso formale
Oggi, chi è al potere non comanda se non solo in senso formale. I capi di stato sono burattini, sono pupi che vengono rimpiazzati alla scadenza del termine. Ai tempi delle monarchie, i re non potevano essere sostituiti e questa è una delle ragioni per le quali le monarchie sono state quasi tutte eliminate in Europa. Ma i pupi, i capi di stato, eletti più o meno in modo organizzato da chi li comanda, sono soggetti all’influenza di chi li domina e li ricatta. Se eseguono, prendendosi tutte le colpe degli eventuali malcontenti, i comandamenti “suggeriti” da chi li influenza, bene; restano in salute, e al potere, guadagnano belle mazzette e possono anche avere il rinnovo dell’incarico, oltre alle promesse di cariche a vita in ambienti parlamentari o extra-parlamentari; se invece si intestardiscono su opinioni contrarie, allora vengono sputtanati dalla stampa internazionale, sempre in gradi do montare qualche scandalo, esautorati o anche ammazzati, come capita a Kennedy, al quale spaccano la testa come una zucca al sole, davanti a milioni di telespettatori, per dare la lezione più esemplare di come un presidente non conti nulla se si oppone ai comandi dei suoi padroni.

 

Del disegno “No-Win-War” dei pianificatori della guerra in Vietnam
La strategia della guerra del Viet Nam è prodotta dal Segretario della Difesa Robert McNamara, dal Consigliere per la Sicurezza Nazionale McGeorge Bundy, assieme ai pianificatori assassini del pentagono e ai consiglieri più importanti che gravitavano attorno a Lyndon Johnson. Il disegno è quello di una “no-win-war”, una guerra che non si può vincere fin dall’inizio, in modo da garantire un prolungato accumulo dei componenti economici prodotti dall’industria degli armamenti. Secondo il pensiero paranoide degli statisti di Washington, l’elettore statunitense accetta costi anche esagerati per la guerra, a condizione che producano posti di lavoro in impianti industriali per la produzione di beni destinati alla cosiddetta “difesa”, cioè armi di distruzione di massa; e accetta anche più di buon grado, sapendo che la nuova guerra è diretta ad arrestare l’espansione di “comunista” dei poveri contadini senza terra e senza riso. E chi s’interessa del deficit di bilancio del governo degli Stati Uniti?

 

Del finanziamento del deficit USA in più di dieci anni di guerra in Vietnam
Sfruttando il sistema Bretton Woods si può inflazionare il dollaro con enormi spese militari a deficit in casa, e Washington effettivamente può forzare l’Europa e gli altri partner commerciali ad assorbire il costo di questa guerra americana sotto forma di un dollaro deprezzato. Fino a che i poteri gestionali negli Stati Uniti d’America rifiutano di svalutare il dollaro rispetto all’oro, riflettendo l’effettivo deterioramento dei risultati economici degli USA dal 1944 in avanti, i cittadini degli stati europei devono pagare il costo accettando dollari americani agli stessi rapporti di vent’anni prima. Tregua fiscale per i valorosi americani impegnati nell’eccidio, quindi. Anziché aumentare imposte e tasse, l’allora presidente Johnson finanzia il disavanzo per le spese della guerra in Vietnam, e la Great Society degli anni sessanta, semplicemente stampando dollari e vendendo più titoli obbligazionari pubblici. Negli anni sessanta il deficit di bilancio degli Stati Uniti è di una media di 3 miliardi di dollari l’anno. Arriva a 9 miliardi nel 1967, mentre i costi della guerra aumentano, e, nel 1968, raggiunse i 25 miliardi.

 

Della solita domanda: cui bono?
Nello stesso periodo, le banche centrali europee, iniziano ad accumulare grandi quantità di valuta sui conti in dollari e usano quei depositi come loro riserva ufficiale, è la cosiddetta raccolta estera di eurodollari. Per ironia della sorte degli Stati dominati dall’ignoranza e dalla propaganda, nel 1961, Washington richiede ai suoi alleati europei e al Giappone, e cioè ad un aggregato di una decina di nazioni, di agevolare il drenaggio dell’oro dalle riserve statunitensi trattenendo i dollari in sovrappiù nei loro depositi di riserva che continuano ad aumentare, anziché riscattare il corrispettivo in oro dovuto, come previsto dagli obblighi sottoscritti con il sistema Bretton Woods. Le banche centrali europee guadagnano interessi su quei dollari che investono in buoni del tesoro statunitensi. L’effetto netto è che le banche centrali europee finanziano l’enorme deficit statunitense degli anni 1960 in Vietnam. I burattini di Washington imitano il disastroso esempio dell’Inghilterra nel periodo che precede il 1914.

 

JFK
Un po’ di tempo prima del massiccio impegno militare degli USA in Vietnam, mentre i banchieri delle banche d’affari di New York iniziano a incanalare fondi fuori dagli USA per la loro intensa opera di speculazione in Europa e in America Latina, il presidente Kennedy fa dei tentativi per ravvivare l’industria statunitense con l’impegno in nuove tecnologia; annuncia il programma fasullo Apollo sulla Luna, fa nascere la NASA e c’è una significativa maggioranza di statunitensi, attorno al 1962, che ancora crede possibile che la federazione degli USA trovi la propria via produttiva per uscire dalla crisi. Il presidente Kennedy viene ammazzato il 22 novembre del 1963, a Dallas. Sulle ragioni del suo omicidio si specula parecchio ma alcuni punti trovano tutte le fonti informative concordi:

a) secondo il procuratore distrettuale di New Orleans, Jim Garrison, che è anche giudice, l’assassinio è stato gestito dalla CIA e da altre associazioni di criminalità organizzata, per via delle quali emerge il nome di un tale Carlos Marcello;

b) Kennedy è sul punto di far rientrare i suoi “consulenti” (quelli che organizzavano le finte disinfestazioni nelle capanne dei contadini per prelevare i sospetti comunisti e farli sparire) militari dal Vietnam; ciò è testimoniato dal generale Douglas A. MacArthur e da un stretto collaboratore di Kennedy che si chiama Arthur Schlesinger.

Due anni prima di essere ammazzato, Kennedy fa visita a De Gaulle in Francia e cerca di fargli digerire, inutilmente, le motivazioni addotte alla politica estera statunitense in Vietnam. L’aver impiantato nel Vietnam del sud un pupo-dittatore, tale Ngo Dinh Diem, serve, secondo le favole di Kennedy, ancora una volta, a fermare l’espansione dei comunisti sovietici in Indocina….” De Gaulle cerca di dissuadere il giovane presidente, ma questa è storia che riguarda un altro lavoro. Qui, per il nostro ragionamento, non rileva, come non rileva l’attenzione che Kennedy dà alla persona di De Gaulle, perché, il 22 novembre del 1963, il giovane Kennedy viene crivellato di pallottole (che giungono da tutte le parti) e viene finito dall’autista della sua macchina, nonostante gli sia già stata fatta scoppiare la testa con un colpo di fucile che gli arriva in fronte e gli esce dalla nuca, il quale si gira, sparandogli a bruciapelo con la sinistra, davanti alla moglie, che non dirà niente in giro sulle modalità dell’assassinio si suo marito.

Il presidente Lyndon Johnson s’insedia subito dopo l’omicidio di Kennedy e applica alla lettera la lista della spesa che gli viene data dai suoi finanziatori, tutori degli interessi del potere finanziario di Wall Street, e provvede ad intensificare subito le guerre in corso. Il genocidio, condotto in precedenza solo dagli assassini selezionati fra i consiglieri della CIA e gli esperti addestratori militari, ora viene intensificato e la guerra viene fatta con impiego massiccio di risorse; 500 mila uomini in uniforme vengono subito inviati in quella minuscola striscia di terra e non si sa come fare a farli camminare senza farli sbattere fra loro. L’operazione costa decine di milioni di dollari in più rispetto a prima, il mercato delle obbligazioni di Wall Street è occupatissimo a finanziare la giostra, il debito del tesoro raggiunge limiti record solo per spese militari e tutte le altre incombenze logistiche collegate con la cosiddetta “difesa”, mentre alcuni conglomerati industriali selezionati vedono schizzare i loro profitti verso l’alto, con un andamento crescente, prepotentemente crescente e. La persistente stagnazione economica statunitense viene apparentemente risolta dal “boom” delle spese militari.

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Pubblicato da economia, finanza e fisco

Come si gestisce l'impresa che sopravviva nel nostro sistema economico-giuridico? Cos'è il sistema economico e come funziona? Come funziona l'impianto giuridico-economico in Italia, in Europa e nel resto del mondo? Cosa studiano e a cosa servono gli economisti? Cosa studiano e a che servono gli insegnanti di economia politica? Come si controllano il sistema economico, i processi di produzione e consumo, di tutte le categorie di aziende? Come continuare ad ignorare il problema monetario, e il problema dell'alienazione del monopolio della sovranità monetaria, nonostante il tema sia stato oramai ampiamente descritto, spiegato, e le spiegazioni distribuite?

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