Degli Avvocati dei Sistemi Complessi

Della professione del medico e dell’avvocato
Quale che sia il livello di generosa onestà offerta da un medico o da un avvocato, è probabile che il loro cliente abbia un problema ed abbia bisogno di aiuto. Il medico e l’avvocato non sono come il notaio, l’ingegnere e il commercialista, sono persone che trattano con altre persone che, talvolta, spesso, sono in grave difficoltà e hanno bisogno di aiuto. Pensa all’oncologo che incontra il malato di cancro e all’avvocato che deve salvare il ladro di tacchini dalla violentissima reazione giustizialista che lo vuole a tutti i costi crocifiggere al 41bis. L’avvocato e il medico si trovano a gestire rapporti difficili con persone che hanno bisogno di essere aiutate e, possibilmente, magari, anche salvate. Se questa è l’ipotesi, come si può concepire un avvocato che considera il suo cliente una vacca da mungere? E come posso accettare l’idea del medico che guadagna in rapporto percentuale ai veleni “chemio-terapici” e alle radiazioni ionizzanti che riesce ad infliggere alle sue vittime?

Degli avvocati scrupolosi presenti in Italia
Esistono in Italia alcuni avvocati, soprattutto in ambito penalistico, che sono personaggi operosi, intelligenti, coscienziosi, scrupolosi e che, perciò, sono professionisti eccellentissimi e creature umane meravigliose. Questa paginetta non parla di loro, perché non c’è proprio niente da aggiungere al buono e al giusto, senza rischiare di dire ovvietà o stupidaggini, qui ragioniamo assieme sulle altre categorie.

Degli avvocati stupidi e superficiali che fanno danni in Italia
In Italia, purtroppo, operano più o meno 270 mila avvocati, la maggioranza dei quali è costituita da soggetti superficiali, impreparati, stupidi o sprovveduti. Non serve sbattere contro il muro per capire che è duro e che non si sposta, quindi non serve che stia qui a sottolineare il fatto elementare dei danni prodotti dall’avvocato ingenuo e/o cretino e/o impreparato e/o disattento eccetera, perché quei danni possono essere solo uguali o maggiori rispetto ai danni che produce un avvocato deliberatamente disonesto contro il suo cliente.

 

 

Degli avvocati confidenti di questura
Vale però la pena di accennare ad un problema che riguarda soprattutto gli avvocati civilisti e “amministrativisti” che succhiano il sangue ai contribuenti in Italia, in Europa e in un centinaio di altre nazioni del mondo, la tragedia del decretaccio-truffa numero 231 del 2007 e delle sue successive indecenti modificazioni. Senza andare nei dettagli, ricordo solo che in base a queste norme (A) gli avvocati compiacenti devono spiare l’attività economica dei loro clienti e riferirla all’UIF, che è un ufficio della banca centrale dedicato allo spionaggio industriale che dà incarichi alla GdF e che, con la GdF, lavora per conto delle banche centrali. (B) La cosiddetta evasione fiscale, l’elusione fiscale e tutti i malintesi fiscali imposti dall’erario ai dissanguati contribuenti sono forzatamente fatti rientrare nei reati di riciclaggio e/o antimafia. Quindi, se il buon padre fi famiglia fa una dichiarazione dei redditi e l’erario dice che dal conto mancano 10 mila euro e, per la stessa somma, il buon padre di famiglia compra un regalo alla sua amante o a sua figlia, vanno, possono andare, tutti sotto procedimento penale per riciclaggio ai sensi del 231/2007. In ogni caso i loro atti sono considerati alla stregua dei delitti di riciclaggio della cosiddetta criminalità organizzata. (C) La vera criminalità organizzata, cioè le banche centrali, è totalmente immune, gode di totale impunità e immunità extraterritoriale, dimostrando così che il decretaccio 231/2007 non ha proprio nessuna funzione correttiva sul sistema legale nel suo complesso (e del resto non servono a nulla di buono neppure tutti gli altri decretacci di questi venti vergognosissimi anni). Si cerca solo, con successo, di stabilire il monopolio. Le banche centrali possono continuare a riciclare a piacere, i narco-dollari, i petro-dollari e quant’altro, e ai contribuenti che lavorano si controllano i conti correnti in tempo reale, senza dover prima ottenere il permesso dall’autorità giudiziaria.
(D) Gli avvocati, i commercialisti e i consulenti paghe, assieme ad altre categorie di consulenti ed operatori economici, sono quindi obbligati a sorvegliare tutte le attività dei loro clienti e a riferirle. Questa loro attività di spionaggio industriale è obbligatoriamente segreta. Se un professionista si permette di avvisare il suo cliente che sta per spifferare in giro sui suoi affari, commette un delitto e viene perseguito penalmente. Certo, se non fossero una canaglia di pusillanimi, i ruffiani sotto la toga avrebbero già dovuto fare anni di sciopero, per rifiutare queste imposizioni di altri forzosi soprusi.

 

 

Della scelta dell’avvocato
Capire in anticipo se un avvocato è cretino è difficile. Purtroppo ognuno di noi ha un metro, più o meno collaudato, per valutare l’efficienza dell’operato degli altri, tuttavia è un metro soggettivo che, se pure funziona per certe categorie, può non funzionare per quella dei professionisti. Esistono persone che hanno apparenze disastrose eppure qualità straordinarie e, ovviamente, esistono pure molte facce-di-bronzo che sono assai prestanti in apparenza ma che non combinano mai niente di utile dal punto di vista pratico. Ciò nonostante, leggendo gli atti prodotti da un avvocato, nel tempo, si capisce se e quando i suoi errori sono sviste significative oppure sviste determinanti. Nel tempo, in poco tempo, si può osservare con che livello di compiacenza tratta e ciancia con gli avvocati di controparte, per un altro esempio, e se è troppo condiscendente, troppo ruffiano o troppo sottomesso e maldestro, non ci vuole molto a comprenderlo. Quando ciò si capisce, è già il momento di revocare immediatamente il mandato e conferirlo ad altri, anche se non se ne hanno sotto mano, tanto siano persone presentate, reputate e raccomandate oppure no, vanno sempre provati, prima di poter dire che vale la pena di fidarsi di loro.

 

Dell’utilità dell’avvocato cretino
Esistono avvocati cretini che, nonostante siano cretini, riescono quasi brillantemente, come per magia, a fare ugualmente gli interessi dei loro clienti. Questo non dovrebbe sorprendere chi segue i processi. Infatti, incredibilmente, ai processi vengono assai sovente presentati testimoni assolutamente fuori di testa che, dicendo scemenze e facendo confusione, in finale portano acqua al mulino di chi li usa, perché non importa cosa dicano, l’importante è che continuino a parlare, anche a vanvera, tutto serve, più parlano e più risulta laborioso riscontrare la massa incredibile e lunghissima di scemenze che mettono assieme. Quando si va in aula, non importa, non sempre, quantomeno, che si dicano cose intelligenti. Anche parlare a vanvera, divertire con aneddoti stupidi, alzare i toni con polemiche inutili, insulti e/o piagnistei, e più generalmente fare confusione, serve. Alla fine, tutti stanchi e/o appagati e/o annoiati, propendono sempre per l’atto che meglio serve l’avvocato cretino, un rinvio, una perizia, un’altra perdita di tempo, eccetera. Oltre a ciò, bisogna considerare che la gente, in genere, ascolta poco o niente, con attenzione e questo vale anche per i giudici popolari, sicuramente, e forse pure per molti di quelli togati (se non fosse così, dovrebbero cacciare fuori a calci-in-culo quei pubblici ministeri che si presentano con certi finti testimoni nei finti programmi di protezione, ai quali offrono anche vitto, alloggio, stipendio ed auto a spese dello stato). Immagina dopo ore di udienza, quanto resta nella zucca vuota di un giudice o di un giudice popolare. Ecco perché valgono le scemenze, perché vengono messe sullo stesso piano delle prove dimostrate e delle argomentazioni logiche prodotte, portando tutto sullo stesso piano, quello della confusione, dalla quale si ottiene che nessuno è più sicuro di nulla e che, in definitiva, o si rimanda ad altra data oppure si decide a cavolo, sempre però coerentemente con ciò che spingono i giornali e la televisione.

 

Degli avvocati italiani in Asia
Gli strapagati incompetenti dei consolati italiani all’estero dirottano i babbei che si volgono inutilmente ai loro servizi e quelli che, anche più inutilmente, sperano di ottenere una qualche forma di protezione consolare in casi di emergenza, ai finti studi legali italiani presenti in Hong Kong, Pechino, Shanghai, Manila, Jakarta, Singapore, Seul e in altre località meno importanti. All’italiano che non ama perdere tempo inutilmente, e soprattutto che non ama sprecare il poco denaro che ancora non gli è stato estorto dalle ganasce dell’erario, dico subito che, come regola generale, è bene tenersi lontano dagli enti di stato italiani e soprattutto da quelli italiani collocati in paesi esteri. Detto questo, bisogna anche apprendere una tragica verità, la quale è fondamentale se non si vuole perdere tempo: nessun avvocato, se privo della cittadinanza di una qualunque delle terre menzionate di sopra, può operare per procura in una di quelle terre menzionate di sopra. In Cina comunista, per esempio, gli studi professionali legali stranieri (per l’Italia c’era una volta Birindelli, che è morto, poco prima o poco dopo aver venduto i suoi finti studi legali a Chiomenti), sorgono e si distribuiscono come funghi ma non possono operare, non possono rappresentare nessuno davanti al giudice, fanno invece solo da tramite tra la vittima, il procuratore e l’avvocato vero, che è un avvocato cinese.

In fatto di procedure, né l’avvocato occidentale né quello cinese capiscono o sanno niente di niente, le cose s’imparano strada facendo, a mano a mano che il giudice decide, e il giudice ha pure poche procedure generali da seguire, perché decide tutto da sé, in base a come gli gira; con il tempo, gli avvocati apprendono le cose e le passano, in parte, ai clienti, che apprendono assieme a loro. C’è poi da dire che la figura dell’avvocato in Cina comunista conta quasi niente, soprattutto nelle procedure penali, ed è solo un intermediario in più da retribuire; perciò se si fa a meno dell’avvocato ci si risparmia almeno di fare un’ulteriore inutile spesa. Quanto si dice qui vale per le altre nazioni asiatiche ma vale solo in peggio, perché la Cina comunista quantomeno ha un sistema corrotto ma che funziona, a differenza del resto della regione asiatica, dove tutti sono corrotti e però non possono mantenere le loro promesse perché nei loro sistemi disorganizzati non funziona un fico secco.

Oltre a perdere tempo con avvocati incompetenti, che sono ignoranti, che non parlano la lingua e che, in terra aliena, sono pure privi di qualunque capacità operativa, se si vuole andare alla lite in tribunale, ci si ritrova a pagare due volte per lo stesso servizio. Questo non basta però, perché il solo avvocato cinese, magari, pur essendo costoso, è sempre meno costoso dell’avvocato italiano che si finge avvocato in terraferma cinese. Quindi si viene a pagare più del doppio di ciò che si pagherebbe il solo avvocato cinese, accompagnati magari da un qualunque interprete capace e retribuito, pagato molto meno, per il solo fatto della traduzione.

Pagare il doppio per ottenere il doppio potrebbe ancora essere accettabile ma chi crede che andare in causa in una nazione del sud est asiatico sia più agevole che andare in causa in Italia, s’inganna. L’unica differenza rilevante tra la lite in tribunale italiano e quella del tribunale asiatico è la velocità. In Cina e in Hong Kong una causa non dura più di 6 mesi. E però le spese e i costi sono assai più elevati nel loro breve periodo che nel lungo periodo italiano. Perciò, in definitiva, non ci sono vantaggi al confronto e, anzi, i sistemi asiatici delle liti civili sono assai più pericolosi di quelli italiani, perché esistono procedure che consentono ad una delle parti d’incidere sulla libertà personale dell’altra, nonostante il procedimento sia propriamente e squisitamente civilistico. Un esempio: un fornitore cinese può chiedere ed ottenere dal giudice che s’impedisca al suo cliente di espatriare fino a che la causa non è conclusa, con il risultato che l’imprenditore straniero è costretto a rimanere per 6 mesi, circa, sul territorio della terraferma cinese, non potendo andare a fare i suoi affari a Hong Kong, a Singapore o a New York o non potendo tornarsene a curare i suoi affari e la sua famiglia in Italia. I finti avvocati stranieri che hanno i loro finti studi legali in terraferma cinese non sanno niente di ciò e ancora meno ne sanno gli analfabeti strapagati che scaldano le poltrone nelle ambasciate e nei consolati italiani.

 

Della convenienza della mediazione extragiudiziale
Gli asiatici vivono felici e leggeri come automi in sistemi che hanno poco o nessun significato logico, dal punto di vista aristotelico. La roba ha valore tanto quanto la vita e la libertà non ha più valore della roba. E però è sempre possibile e molto più conveniente trovare un accomodamento con controparte ed evitare d’impuntarsi per dimostrare di avere ragione a tutti i costi. La controparte asiatica sarà sempre più ragionevole del giudice e dell’avvocato e non mancherà mai di essere disponibile alla soluzione amichevole. La ragione non esiste, non esiste come principio, soprattutto in Asia, e tutto ciò che si può fare, cioè i miracoli, si fa con la mediazione, sempre e comunque. Non voglio dire con ciò che le cause si perdono tutte, no, la lite può anche funzionare. Ma alla fine, anche vincendo, c’è il rischio assai palpabile d’incorrere in spese che sono vergognosamente esagerate rispetto a ciò che si vuole ottenere litigando e anche vincendo. L’interferenza di polizia, enti di stato, avvocati ed altri funghi patogeni è sempre da evitare, in Asia, anche se si va in cerca di una consulenza, perché, nella migliore delle ipotesi, si devono spendere inutilmente assai più denari.

 

Degli avvocati tedeschi in oriente
Con sorprendente consolazione, chi opera da imprenditore in Cina e in Asia scopre che gli avvocati tedeschi sono tanto stupidi e tanto ignoranti quanto quelli italiani. L’idea che gli avvocati tedeschi debbano essere più scrupolosi, meno ignoranti e/o quantomeno specializzati o preparati è da mettere definitivamente in archivio. In condizioni di disperazione, la vittima italiana, vedendo che gli avvocati, italiani e/o simili, non risolvono e/o neppure gli rispondono, dopo averne provati 40, tutti indicati dal consolato italiano, si rivolge all’avvocato tedesco. Non serve a niente e non cambia proprio niente, con la sola differenza che l’avvocato tedesco è meno maleducato e che almeno si degna di rispondere in tempi brevi alle chiamate e alla posta elettronica. I problemi però non li risolve, quindi tanto vale farne a meno e risparmiare tempo e denaro. Chi ha problemi, quali che siano, li potrà meglio risolvere sempre e comunque tentando una mediazione, per quanto duri, con la controparte. Ci deve essere sempre una ragione, e di solito c’è, che renda conveniente anche per la controparte il non coinvolgimento degli enti di stato e dei relativi funghi patogeni. Quindi bisogna avere pazienza e continuare a trattare, aspettare, trattare, aspettare, trattare..fino a che la cosa non si risolve amichevolmente. È snervante, stressante, richiede l’impegno del giorno e della notte, delle settimane senza sonno, ma è ancora sempre meglio che coinvolgere gli enti di stato e i loro micidiali funghi velenosi.

 

Degli avvocati anglo-americani in oriente
Con sorprendente desolazione, l’imprenditore italiano che crede di fare il furbo a Hong Kong, prima o poi deve andare a sbattere contro i voracissimi funghi di Hong Kong, e scoprire che gli avvocati britannici, con i loro assistenti russi e statunitensi, sono anche più stupidi e bugiardi e incapaci di quelli italiani. Il sistema legale di Hong Kong è quello del Common Law e gli avvocati cinesi, come quelli italiani e tedeschi, presenti a Hong Kong sono, come si vede anche di sopra, dei finti avvocati che scaldano sedie in finti studi legali. Di fatto non possono rappresentare nessuno in tribunale. Però, per ovvi motivi, negli studi legali di Hong Kong è pieno di teste vuote britanniche, operatori del Regno Unito, che si chiamano tecnicamente “solicitors“. All’alta corte non ci si può presentare il “solicitor“, ci deve andare il “barrister“. Uno che cerca di evitare di spendere i mille dollari americani di costo orario per il “barrister“, si rivolge al “solicitor“, il quale a sua volta lo fa risparmiare perché fa redigere e leggere le pratiche, a cascata, da una serie di assistenti meno qualificati che, a mano a mano che si scende di grado, hanno un costo orario inferiore. Diciamo che, se si tiene basso con le spese, spende subito 3000-4000 euro, per iniziare la pratica, al primo incontro con la prima assistente, che può essere anche una russa o una polacca con passaporto statunitense. Appena ricevono l’acconto, gli avvocati ti chiamano. Il “solicitor” ti telefona e ti dice che ti conviene…fare cosa non dice ma..in sostanza, controparte ha la causa già vinta in mano e quindi…” E quindi cosa? Non potevi dirlo prima di prendere i 4000?” No. Hanno la sfacciataggine di mostrare la propria inettitudine e la propria ignorante cupidigia subito dopo che hai messo in loro mano l’anticipo. Ma siccome hai pagato li mandi a lavorare, giusto? E loro lavorano. L’assistente ti prepara le pratiche, ti manda in giro a fare autentiche di firme, ti fa perdere un sacco di tempo per le varie risposte cretine che la procedura ti obbliga a dare alle domande cretine di controparte e poi, e poi è il giorno della prima udienza. All’udienza ci andrà comunque un “barrister“, quindi dovrai comunque pagare altri mille dollari l’ora per lui, oltre a quelli che paghi per il resto della cricca, e quello, in udienza, decide per te, sapendo che, per lui, ogni udienza rimandata sono mille dollari all’ora, mille dollari che non guadagnerebbe stando in ufficio a farsi le seghe al computer, e prende di fatto mille dollari in cinque minuti, perché in cinque minuti quelli ti rimandano l’udienza di un paio di mesi per la mancanza di un timbro; altro non fanno, per fortuna. In una causa del valore di centomila dollari, che comunque va davanti all’alta corte, nel giro di pochi mesi entrambe le parti pagano almeno 50 mila ai loro rappresentanti fungini, solo di spese legali. Si dirà che la causa dura solo 6 mesi ma questo dipende da quando la vogliamo fare iniziare. Prima di andare davanti all’alta corte ci sono almeno altri 6 mesi di scambi epistolari tra gli avvocati delle parti e quelli sono 6 mesi che si aggiungono al conto. Dopo i primi sei mesi si iniziano le pratiche e passano altri 3-6 mesi. Dopo un anno inizia dunque la causa che si chiude in altri 6 mesi. Fai i conti a mille dollari all’ora per il “barrister” che appare in corte per pochi minuti come un fantasma e che però sa già tutto su ciò che deve decidere in nome e per conto tuo, a poco meno di mille dollari l’ora per il “solicitor“, che non fa niente e non deve fare niente, e a 300 dollari l’ora per l’assistente, che deve passare le ore sulle carte, quanto riesci a spendere in 18 mesi, sia a torto che a ragione. Per le società registrate ad Hong Kong non è possibile difendersi senza avvocato o chiedere il gratuito patrocinio. Per i privati chiamati in causa ad Hong Kong è possibile chiedere il gratuito patrocinio ma bisogna poter dimostrare di non potersi pagare un avvocato e il fatto di non avere una lira in tasca non prova un fico secco. Bisogna presentare le ultime dichiarazioni dei redditi e questa è l’ultima burla del sistema. Hong Kong è un centro finanziario offshore. Solo uno che ci fa l’impiegato, forse, ha una dichiarazione dei redditi. Ma l’imprenditore straniero che ha registrato la ditta offshore a Hong Kong, che redditi esentasse vuoi che dichiari, per dimostrare che non ha redditi? O non ne ha sul serio, e allora non farà la dichiarazione dei redditi, oppure li ha, offshore, e allora sono redditi che non giustificano per il governo di Hong Kong la necessità di accollarsi le sue spese.

 

Degli avvocati disonesti, e cioè incapaci
Un avvocato incapace fa più danni di uno disonesto. Da qui discende logicamente che l’avvocato impreparato è quantomeno anche disonesto e, dall’esperienza di anni ed anni di pratica, discende che moltissimi degli avvocati e dei finti avvocati che fanno i funghi in Europa e in Asia sono impreparati, incapaci, inetti e perditempo, e quindi sono anche disonesti.

 

Degli avvocati che odiano i propri clienti o li disprezzano
Molti avvocati sbarcano il lunario facendo altro che il mestiere dell’avvocato; i più noti di questi sono evidentemente quelli che fanno le conferenze che poi pubblicano in rete, come il pusillanime avvocato Marra, il veggente dei tarocchi, che si dice ex avvocato, Gianfranco Carpeoro, Solange Manfredi e il suo socio Paolo Franceschetti, ex istruttore di culturismo che si è perso appresso alle terrine di spaghetti, ed altri, come il tale Federico Baccomo, detto “Duchesne”, che ha scritto “studio illegale”, dal quale hanno poi tratto anche uno stupido film. Questo Duchesne, una decina d’anni fa, scriveva le sue novelle su di un blog che doveva essere letto proprio da altri avvocati-frustrati come lui, perché erano paginette di sarcastica ed indiretta critica della inutile e tediosa vita di certi avvocati che fanno gli schiavi-praticanti presso gli studi affermati che ne possono impiegare a decine. Chi ha letto alcune di quelle paginette dovrebbe aver colto il senso di repulsione descritta dal Duchesne nei confronti dei clienti del suo studio. Li considera degli insistenti rompi-coglioni, dei mezzi furfanti che quando devono fare il loro, cercano di non pagare o di pagare di meno ma che non si trattengono mai dal disturbare il lavoro dei poveri avvocati, sollecitandoli, ricordando loro i loro impegni, le loro inutili e vane promesse, i loro doveri deontologici, e facendo sostanzialmente perdere loro tempo, tempo che molto più volentieri spenderebbero a tirarsi gli aeroplanini di carta da una scrivania all’altra, oppure a rinchiudersi in bagno, per starsene in intimo isolamento qualche decina di minuti, raccogliere la testa vuota tra le mani, accarezzarsi i pochi capelli unti e cercare di fare assopire, con fantasie di tenere coccole, la disperazione e lo squallore delle ore inutilmente sprecate in quelle odiosissime stanze.

Quella disperazione è ben giustificata dalla noia mortale di chi fa le cose che non lo interessano, che non lo interessano perché sono faccende che interessano gli interessi d’altri, in particolare dei loro precettori-padrini, dei loro ospiti associati, degli avvocati affermati che danno loro accoglienza in cambio del loro lavoro di segreteria non retribuito. Ma questa condizione di disperazione dovrebbero sfogarla contro i loro sfruttatori, magari, oppure andando a puttane durante l’orario di lavoro, o scegliendo di fare un altro mestiere, anziché proiettare tutto il loro malanimo sui clienti, come se fossero i clienti la causa della loro miseria morale e materiale e non lo spirito e il disinteresse con cui trattano le loro pratiche, che non interessando per forza nutre la noia, o i loro colleghi, che li sfruttano, per farli diventare un giorno come loro, e cioè gente scaltra ed indolente che sfrutta altri colleghi, facendoli soffrire, chiusi in stanze semi buie e senz’aria, come cani tenuti al guinzaglio pure dentro casa, ai quali si permette di uscire per pisciare solo un paio di volte al giorno, in giorni che durano circa 12-14 ore ciascuno. E invece il malanimo si riversa sui clienti, sugli odiati clienti, che “non dicono tutta la verità” e che “non vogliono pagare come dovrebbero” e che però telefonano per rompere il cazzo, per chiedere spiegazioni o per sollecitare un minimo d’intraprendenza. Le ragioni di questa inversione dell’indirizzamento del malanimo dell’avvocato, che pratica nello studio d’altri avvocati più affermati di lui (o di lei), sono almeno tre:

1) sul cliente ci si può vendicare senza pagare, perché il cliente è una vittima meno preparata, rispetto al vero nemico, l’avvocato sfruttatore dello studio affermato;

2) essendo vilissimo, il praticante sceglie evidentemente la via meno pericolosa, cioè quella di vendicarsi, con errori ed omissioni, sulla vittima che non si può difendere e che non può neppure sapere di essere odiato dal proprio avvocato; quindi la seconda ragione risiede nella viltà del praticante;

3) effettivamente il cliente talvolta si fa sentire e sollecita atti che diversamente potrebbero aversi dopo mesi, anni, oppure potrebbero non aversi affatto; quando una persona ignorante riceve la chiamata di un cliente, la considera una rottura di palle, per il semplice fatto che comporta un aggravio di lavoro, il tempo di sentire cosa vuole, un aggravio di sforzo, lo sforzo di provare ad ascoltare cosa ha da dire, e l’interruzione della lettura delle pagine sportive dell’inutile quotidiano che ogni giorno si consegna allo studio, per abbonamento. La terza ragione risiede quindi nell’ignoranza dell’avvocato e del praticante; essi non sanno che il cliente è quello che paga le loro minestre e che senza cliente non avrebbero proprio ragione di essere lì a scaldare le poltrone dietro le scrivanie. Purtroppo questa è una mentalità che persiste anche negli uffici di quasi tutti gli enti di stato italiani e che si è diffusa alle imprese private contaminando anche ampi settori dell’economia produttiva.

 

Degli avvocati che considerano i loro clienti come vacche da mungere
L’avvocato lungimirante non prende nulla in anticipo, salvo forse qualche spicciolo per le spese iniziali, e guadagna proporzionalmente sul risultato del proprio lavoro. Più è elevato il risultato finale e maggiore è la sua, diciamo, ricompensa. Purtroppo nella vita le cose vanno diversamente, in generale. Molti avvocati, e più di tutti i giovani avvocati, sono stupidi e credono di dover guadagnare tutto subito, di diventare ricchi senza lavorare più di tanto. L’aver conseguito il titolo e superato l’esame di abilitazione per loro è un punto di arrivo, non di partenza. Non aspettano quindi di arrivare a fondo causa, devono pretendere di spremere il più possibile il loro cliente con anticipo e in corso di causa, perché l’esito della causa potrebbe, come spesso è, data la loro imbecillità ed incompetenza, risultare negativo. E allora lavorano di contabilità più che di diritto e sollecitano anticipi su anticipi, accampando varie scuse, e lasciando passare tempo senza far niente, tanto “la prossima udienza è tra mesi”, “la posta è lenta”, “aspettiamo che sia la controparte a farsi sentire”, “il perito deve rifare la perizia..” eccetera. Il cliente allora non è visto come una persona da aiutare, perché attraversa un calvario, è visto come una gallina da spennare, e lo si affronta con la stessa cattiveria con la quale si cerca, o si dovrebbe cercare, di ottenere il massimo del risarcimento da parte della controparte. Certi avvocati sono talmente cretini, e non solo quelli giovani e inesperti, purtroppo, che, dopo aver ottenuto poco e niente, da controparte, in dieci anni di causa, pretendono a pagamento l’importo totale del risarcimento liquidato al loro cliente. Se, dopo dieci anni, il giudice stabilisce che una parte deve pagare all’altra, diciamo 14 milioni, l’avvocato della parte che riceve i 14 milioni, fa al suo cliente una fattura da 14 milioni (che non tiene conto degli anticipi già versati durante i passati dieci anni). In quella fattura, evidentemente, quell’avvocato può sbizzarrirsi a trovare tutte le voci giustificative che vuole e tutte saranno giudicate legittime in caso di controversia ma si dimentica di fare a se stesso una domanda fondamentale: perché non c’è nessuna relazione proporzionale tra il risultato raggiunto, cioè l’entità misurabile di quel risultato, di quel risarcimento, e la tariffa da pagare all’avvocato? Si dovrebbe stabilire una percentuale e pagare solo quella. Diciamo un cinque o un dieci per cento; se si ottengono 100 milioni, all’avvocato ne andranno 5, o 10 ma, se se di milioni se ne ottengono 14, allo stesso avvocato, proporzionalmente alla miseria dei risultati che egli ha prodotto, vanno liquidati 1,4 milioni, se s’era concordato il 10%, oppure 700 mila se s’era detto il 5%. E invece lui calcola il suo dovuto in base al suo “lavoro”, non in base ai suoi risultati, ed è anche tanto cretino da meravigliarsi e risentirsi quando, meritatamente, non viene pagato.

Del malcostume degli avvocati di passare diretti sul merito e/o sui fatti di causa
Gli avvocati, comportandosi anche peggio dei carabinieri, dei poliziotti e degli inquisitori della procura, vanno quasi sempre dritti “al sodo” delle questioni e hanno quasi tutti il malcostume di andare direttamente a considerare solo i fatti di causa, ignorando le fondamentali questioni formali. Facciamo due esempi: una Tale società per azioni licenzia un certo dipendente Tizio, mandandogli la lettera di contestazione con un mese di ritardo rispetto ai limiti previsti dallo statuto dei lavoratori (la legge 300 del 1970, prima che sia stuprata dalla cricca Renzi-Fornero). Il motivo del licenziamento, come si cava dalla lettera di contestazione, è l’accusa di aver favorito la sparizione di qualche bene aziendale. A questo punto, gli avvocati di Tizio vanno direttamente a cercare di capire i fatti di causa, e cioè a vedere come possa l’azienda circostanziare che quei beni sono effettivamente spariti e dimostrare che siano spariti per responsabilità di Tizio ed infine a vedere se, anche fosse vero che Tizio ha una qualche responsabilità in quella presunta sparizione, se ciò possa costituire giusta causa per un licenziamento in tronco per giustificato motivo soggettivo.

Dov’è l’errore strategico e fondamentale di quei fessi degli avvocati di Tizio?

Tizio lo dice subito: “guardate che, in base alla legge 300/1970, il licenziamento è nullo se non si segue la procedura (la procedura di licenziamento, appunto) intimando la lettera di contestazione entro il limite che la legge stabilisce…” e l’avvocato più stupido dei due è sempre il primo a rispondere “Ma no, non mettiamola sul piano formale, sennò sembra che vogliamo negare le nostre responsabilità…” come se avessimo qualcosa da nascondere? E che me ne frega? Se la norma dice che il licenziamento è nullo, superati i limiti temporali per intimare la lettera di contestazione, per vincere la causa non bisogna fare altro che presentare al giudice la ricevuta firmata della raccomandata con la quale si irroga la contestazione e il licenziamento in tronco per giusta causa. I fatti risalgono a un mese e mezzo prima, tanto basta, il licenziamento è nullo, in automatico, perché tanto prescrive la garanzia procedurale di legge. Che mi frega di andare a discutere i fatti di causa se so già che la forma, la forma che prescrive la legge proprio per tutelare il lavoratore, non viene rispettata e che tale mancato rispetto della forma produce l’annullamento automatico (che comunque deve statuire un giudice ma lo farà sulla base delle richieste che gli presentano gli avvocati) dell’atto dell’azienda? Purtroppo i fessi avvocati insistono a dibattere sui fatti di causa e una causa del genere, proprio perché deve essere discussa, con testimoni e altri perditempo, giunge anche a conclusione positiva, ma dopo 8 anni, durante i quali gli avvocati fessi sono sostituiti con altri avvocati anche più fessi.

Lo stesso malcostume lo rilevo con gli avvocati britannici e statunitensi che scaldano le poltrone nei finti studi legali di Hong Kong. Prendiamo quindi il secondo esempio, quello di Caio che, essendo amministratore unico dell’impresa XYZ, società per azioni, ed essendo unico azionista della stessa azienda, tiene la proprietà del pacchetto azionario di quella ditta per conto di Sempronio, con contratto fiduciario. In qualunque momento, Sempronio può riappropriarsi del pacchetto azionario, perché così dice il contratto fiduciario che Sempronio ha firmato con Caio. Qui c’è subito un altro problema formale. Il contratto fiduciario non è l’unico documento societario. Ogni società di capitali ha perlomeno uno statuto e un atto costitutivo. Può capitare, capita nel nostro esempio di Caio e Sempronio, che lo statuto della società XYZ preveda che, in caso di cessione di una o più azioni della società da parte dei soci proprietari di quelle azioni, tale cessione non si può avere senza il consenso arbitrario dell’amministratore, il quale decide senza dover neppure dare una motivazione circa la sua volontà. Ora, Caio è azionista per conto di Sempronio, Sempronio può riprendere la proprietà delle azioni quando vuole, a condizione, però, che l’amministratore sia d’accordo, e l’amministratore è ancora Caio.

Questo semplice cavillo contrattuale, che non è stato messo nello statuto per sbaglio o per caso, consente all’amministratore di fare quello che gli pare, a prescindere da ciò che vuole fare l’azionista. Sempronio, evidentemente, non si è dato la pena di leggere lo statuto ma gli avvocati suoi e quelli di Caio dovrebbero farlo. E invece non lo fanno, neppure se li solleciti, scansano completamente la questione formale e vanno dritti dritti sulla questione di merito, che comporta le solite interminabili discussioni sulle lunghe serie di contestazioni alle quali, tutte, per procedura, bisogna rispondere, singolarmente. Ogni ora che quella canaglia passa a discutere sui fatti di causa, mentre una semplice clausola contrattuale chiuderebbe la questione, è un’ora che ti costa 1000 dollari americani, e tuttavia non so ancora se è per questo che lo fanno oppure se è perché sono davvero cretini e ignoranti come sembrano.

 

Del dilemma tra il salvare e il guadagnare
Per lavorare, sia l’oncologo che l’avvocato, devono adattarsi a campare in un sistema più o meno complesso ed a sfruttare le relazioni più o meno articolate di quel sistema. Questo, in pratica, significa che l’oncologo deve avvelenare i propri pazienti e l’avvocato deve spennarli, spiarli, denunciarli e mandarli alla rovina. Chi non si adegua, è fuori dal sistema e deve cercare di trovare soddisfazione in ciò che fa senza le comodità e la gloria offerte dal sistema. Il dottor Tullio Simoncini, per esempio, scrive sul suo libro “Cancer is a Fungus” che, ai tempi in cui pratica presso il reparto oncologico, vedendo crepare tanta gente ed essendo posto in condizioni d’impotenza davanti al loro male, decide di lasciare il reparto e si turba davanti alla prospettiva di dover “abbandonare la carriera medico-universitaria”. Con il tempo decide di continuare per la sua strada, decide di cercare, e di trovare, soluzioni per guarire i malati, le trova, li cura, e viene radiato dall’ambiente medico italiano, oltre che crocifisso in tribunale, sempre italiano, e sputtanato dai vilissimi vermi, analfabeti e cretini, dai parassiti ruffiani della televisione e della cartaccia stampata. Sembra che tutti cooperino perché la gente continui a crepare soffrendo. In tribunale sembra accadere lo stesso, ad ogni vittima pare che il sistema tutto gli lavori contro, il giudice, la controparte, ovviamente, e pure il proprio avvocato, lavorano tutti contro.

 

Del malcostume degli avvoati di richiedere provvedimenti d’urgenza ex art. 700
Un’altra prova ineluttabile dell’ignoranza e della stupidità di molti avvocati è data dal goffo tentativo di chiedere al giudice il provvedimento d’urgenza sulla base di motivazioni che, e lo sanno, non sussistono. Nella norma, il giudice li rigetta e il procedimento prende la via ordinaria, dopo che si è fatto perdere tempo al giudice, al cliente, che paga altre spese per questo, e al resto della banda. Quando ciò accade, l’avvocato cretino che ti dice? Dice “..beh, diciamo che questo rigetto non è pregiudiziale, perché è molto raro che il giudice conceda il provvedimento d’urgenza..noi ci proviamo comunque…” e non viene in mente a questi idioti che il giudice li rigetta perché sa già, e lo sanno anche loro, che le motivazioni non sono sufficienti ma che loro ci provano “comunque”? A che cosa serve “provare” a fare i furbi a tutti i costi quando si è cretini? A che serve la manipolazione della procedura per il proprio comodo, quando dall’altra parte c’è gente che ha già capito il trucco da qualche decennio? E se sai che te lo rigettano che cavolo lo fai a fare? Serve a fare perdere tempo alla gente e ad aumentare le spese del cliente, oltre che ad alimentare il delirio della stupidità di certi avvocati.

 

Delle ditte che gestiscono gli avvocati
Chi va in causa da privato, e si mette nelle mani di un avvocato, finisce sempre meno bene di come si vorrebbe augurare. E però non vale lo stesso per tutti. Ci sono alcuni privati che hanno la fortuna di trovare avvocati che rappresentano eccezioni, ma allora sono avvocati che si sono ribellati al trucco del DLgs 231 del 2007, perché basta solo quello per provare se un professionista è in buona fede oppure no, e poi c’è da considerare che quel professionista deve operare in un sistema organizzato per fottere il suo cliente in ogni caso, quindi, lui, il professionista, o partecipa alla festa e spolpa il cliente lavorando di concerto con gli altri contro di lui, oppure si ritrova povero e solo.

Tuttavia ci sono imprese che, dovendo gestire molte vertenze in tribunale per molti anni, imprese che impiegano diversi dipendenti, hanno il proprio reparto che si occupa di questioni legali e possono permettersi di GESTIRE i loro avvocati. Gestire l’attività dell’avvocato è cosa buona e giusta e tutti dovrebbero imparare a farlo, come tutti dovrebbero imparare a non mettersi nelle mani del medico e/o dell’oncologo. E però per il privato è difficile gestire il proprio avvocato, e il medico, perché:

1) il privato non conosce tutte le procedure;

2) il privato tende a farsi consigliare dal professionista, si affida ad un altro soggetto che considera più saggio di lui, anche per scansare il gravoso onere di andare ad indagare ciò che serve sapere per affrontare i problemi, gestendoli direttamente;

3) anche se il privato conosce le procedure e non si fa consigliare, il professionista si sbatte le palle di quello che dice il privato e continua a fare di testa sua (l’esempio pratico più ricorrente ed evidente è quello di trascurare sistematicamente le questioni formali, tecnico-legali fondamentali, proprio loro che sono avvocati, per andare a perdere tempo sui morbosi fatti di causa, come si dice di sopra).

Le imprese hanno più facilità a gestire l’avvocato, se i loro dirigenti ne hanno voglia, perché ci sono anche molte imprese che danno la procura ad uno studio legale e non si curano affatto di quante centinaia di milioni in più devono andare a spendere, proprio a causa della cialtroneria dei loro avvocati.

Le imprese capaci, quelle con il reparto legale interno, usano l’avvocato solo quando gli serve per le questioni procedurali, perché la legge italiana non consente, de facto, a nessuno di difendersi da sé. Quelle imprese, di volta in volta, sanno a quale tribunale rivolgersi, a seconda del grado di ragione che possono dimostrare. Se ne hanno tanta vanno al tribunale veloce, se non ne hanno o ne hanno poca, mandano il loro impiegato in aereo in Roma o in qualche altro tribunale dove le cause si rimandano per mesi e per anni, giocando sulla competenza del giudice, che possono decidere di volta in volta, avendo la sede legale in una città e la filiale interessata in un’altra. Queste aziende hanno in seno marpioni esperti che sanno come gestire l’attività degli avvocati e, per assicurarsi che quegli avvocati eseguano, li scelgono giovani e poco preparati, così possono contare sulla loro obbedienza e sulla loro disposizione a lavorare per una paga minimale ma continuativa. In tanti anni di osservazione, credo che questa sia l’unica soluzione funzionale, nei rapporti con gli avvocati civilisti e con i professionisti in genere, che possa servire sia gli interessi del professionista che quelli del cliente, senza che si debba per forza fottere o mandare alla malora il cliente sempre e a tutti i costi.

 

Degli studi legali di Wall Street
Gli avvocati degli storici studi legali di Wall Street meritano la paginetta loro e ne parleremo magari un’altra volta. Basti dire qui che non rientrano, genericamente, in nessuna delle categorie accennate di sopra.

Pubblicato da economia, finanza e fisco

Come si gestisce l'impresa che sopravviva nel nostro sistema economico-giuridico? Cos'è il sistema economico e come funziona? Come funziona l'impianto giuridico-economico in Italia, in Europa e nel resto del mondo? Cosa studiano e a cosa servono gli economisti? Cosa studiano e a che servono gli insegnanti di economia politica? Come si controllano il sistema economico, i processi di produzione e consumo, di tutte le categorie di aziende? Come continuare ad ignorare il problema monetario, e il problema dell'alienazione del monopolio della sovranità monetaria, nonostante il tema sia stato oramai ampiamente descritto, spiegato, e le spiegazioni distribuite?

Unisciti alla discussione

2 commenti

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...