Dell’Arresto di Luigi Desanctis

I calunniatori e gli infami del nostro tempo possono dividersi in due macro-categorie: i giornalisti e i delinquenti abituali delatori. Se ne possono ascoltare a decine, e le loro calunnie e le loro infamie sono spesso registrate e disponibili al pubblico su radio radicale. Perciò a chiunque è data la possibilità di prendere coscienza del livello della loro perversione e degenerazione. Ciò vale soprattutto per i cosiddetti giornalisti, perché non possono essere testimoni di nulla, visto che non sanno nulla e non hanno mai visto nulla, e le loro calunnie sono palesemente, chiarissimamente, frutto d’invenzioni anche assai male congegnate ed interpretate. E tuttavia la meccanica della gestione delle favole

li vuole considerare attendibili, perché essi servono gli scopi reconditi e gli interessi di chi beneficia delle finte emergenze

e delle conseguenti norme liberticide.

E mi pare che ci sia una certa continuità storica tra i metodi dell’oppressione degli uomini con le gonne e quelli di molte delle nostre preture contemporanee, ecco perché riprendo a citare Luigi Desanctis, gesuita pentito che ha pagato di persona per la propria intelligenza e la propria onestà, la quale non può essere che onestà intellettuale, perché l’intelligenza non esiste senza coraggio e per essere intelligenti bisogna essere necessariamente coraggiosi o ci si priva dell’onestà intellettuale, come fanno tutti i ruffiani e gli infami.

Ho conosciuto, tuttavia, molti anni fa, un certo Luca che era vigliacco ed intelligente allo stesso tempo, un tizio che non ha mai pagato di persona per la propria intelligenza. A distanza di anni e considerando la sua storia, successiva al tempo in cui lo credevo intelligente, si può ben vedere un progressivo decadimento sia nella qualità del suo pensiero che nella povertà di spirito di tutti i suoi atti e di tutte le sue omissioni. Potrei fare degli esempi ma non vale la pena di perdere altro tempo addosso alle persone vili. Volevo solo dire che l’intelligenza non resiste nel tempo contro l’ignoranza senza la pratica del coraggio.

E torniamo ai frammenti cavati dal libretto di Luigi Desanctis,

alla nota IV alla sedicesima lettera, delle “formalità usate nel carcerare un eretico”.

“….Il papa obbliga tutti i fedeli a denunziare chiunque appartiene ad una qualunque società segreta, ed il confessore non può assolvere il penitente se prima non abbia fatta la denuncia, si trattasse anche di dover denunciare il proprio padre, il figlio o il marito. È difficile ottenere cotali denuncie, ma in punto di morte pochi sono coloro che si ricusano di farlo, per assicurarsi il paradiso (ma dopo che è morto il confessore può dire di avergli sentito dire tutto ciò che gli pare, senza rischio d’essere smentito). Fatta la denuncia del liberale dal confessore, il S. Uffizio procede come delatore ed avverte la Segreteria di Stato, la quale manda la denuncia all’alta polizia cioè a quel ramo di polizia che si occupa dei liberali, e questa procede secondo che lo crede opportuno. Per riguardo agli eretici, il tribunale procede per accusa, o per inquisizione. Il procedimento per via di accusa si fa così: quando un tale è accusato come eretico, o come sospetto di eresia, il tribunale domanda all’accusatore testimoni, o indizi, per provare l’accusa. I testimoni possono essere parenti dell’accusato, “””possono essere anche persone infami, perchè in materia di eresia ogni testimonianza fa prova”””. Esaminato uno o due testimoni, si procede immediatamente all’arresto dell’accusato.
L’arresto si fa nelle prime ore della sera (ai giorni nostri si presentano in piena notte, per sbigottire gli indiziati). Due birri del S. Uffizio si presentano, arrestano l’accusato, suggellano tutte le sue carte, e siccome ordinariamente questi tali sono preti o frati, si biffa la porta della loro casa, nella quale il giorno dopo si fa perquisizione diligente.”

“Il processo per inquisizione si fa in questo modo: quando l’inquisitore ha dei sospetti sopra un individuo, gli mette attorno delle spie per osservare tutto ciò che fa e dice; le spie allora servono di testimoni fino a che l’inquisitore crede di avere abbastanza per formargli il processo, allora lo fa carcerare.”

Oggi tutto si fa con le cimici, che sono in ambienti, telefoni digitali e computer. Con il pretesto di un controllo e/o un’ispezione, gli sgherri della GdF piazzano le cimici negli uffici degli imprenditori. Si raccoglie una grande massa di conversazioni inutili e poi le si usa come finte prove, proprio perché nelle conversazioni inutili non si fa altro che dire scemenze. In tribunale, resta comunque difficile dimostrare l’inconsistenza probatoria di tali conversazioni inutili, per il solo fatto che sono presentate in quantità smodate, e sono poi trascritte da periti svogliati e mal-pagati, che presentano il lavoro in ritardo, mentre gli accusati, presunti innocenti, marciscono in carcere con il trucco dei termini sospesi della detenzione cautelare, e lo consegnano in migliaia di pagine, tutte da leggere, rileggere, dibattere, contestare, far leggere ai giudici, è un lavoro che non finisce mai. L’inquisitore usa dunque il trucco delle pile di carta, per intimidire il tribunale con la stupida minaccia di un lunghissimo ed inutile lavoro. Più alta è la pila di carta più è venduta per consistente la finta prova e più è difficile e laboriosa la contestazione e la formulazione della controprova. “Ecco le prove!” ti dico, sbattendoti sul tavolo una montagna di carte, “guarda quante ne ho, di prove” e, così facendo, da una parte uso la suggestione della quantità per far credere che di prove ne ho tante quanti sono i centimetri di carta che mostro con ostentazione, dall’altra, ti faccio capire subito che per te è più conveniente prendere per buona la mia tesi anziché stare lì a controllare e spulciare milioni di pagine di chiacchiere a vanvera.

Ai criminali che godono dei benefici per le proprie infamità non si applicano le stesse formalità che affliggono gli altri carcerati e ciò pure riflette un certo malcostume che storicamente appartiene agli uomini con le donne. Prendi ad esempio quelli che si fanno le batterie nei conventi e seducono tutte le “monachelle” più giovani, con il pretesto di fare i confessori. Il Desanctis ne accenna sempre nella nota lV alla sedicesima lettera.

“I sollecitanti sono coloro i quali abusano della confessione per sedurre il sesso debole. Questo delitto nella coscienza degli uomini onesti è un delitto orribile; ma per il S. Uffizio è cosa da nulla ed i sollecitanti trovano in esso molta indulgenza. Ecco come si procede contro costoro: la donna sedotta deve fare la sua denuncia, ed ognuno comprende quanto riesca difficile ad una donna onesta determinarsi a fare tal passo. Fatta la prima denuncia, il tribunale s’informa se la donna denunciante gode fama di onestà; se ciò è, la denuncia è messa in archivio, altrimenti si tiene come calunniosa. Dopo tre diverse denuncie provenienti da tre diverse donne oneste sedotte, se ne parla in Congregazione, e se il confessore accusato è persona di qualche importanza è avvisato acciò si salvi, ovvero acciò faccia la spontanea. La spontanea consiste in questo: il reo si presenta al S. Uffizio, confessa il suo peccato e ne domanda una salutare penitenza. Il S. Uffizio accoglie la sua confessione, gl’impone la recita dei salmi penitenziali per alcuni giorni, e tutto è finito.

Io ricordo due fatti in questo genere accaduti nel mio tempo in Roma. Il confessore delle monache di S. Dionigi, che è un monastero sotto la protezione della Francia, sedusse quasi tutte le monache giovani di quel monastero: il S. Uffizio, per non prendere brighe con la Francia, fece fuggire il confessore e tutto finì. Nel conservatorio della Divina Provvidenza a Ripetta, ove si educano più di cento ragazze, un confessore ne sedusse sedici, e siccome avea la protezione di un prelato, fu avvertito e fuggi. Quando un sollecitante è carcerato dal S. Uffizio, finisce per lo più il suo processo con una condanna di otto giorni di esercizi, e con la perdita della confessione; i sollecitanti però sono nelle carceri superiori, hanno buone stanze, passeggio, libri, conversazione fra loro e buon vitto.”

Oggi succede che quando un accusato cerca di difendersi, o sia inesatto nel suo racconto per la sbiadita memoria di dettagli sui fatti di molti anni prima, lo si accusi di voler “sviare le indagini” e queste sciocchezze si sentono tranquillamente dire dai procuratori nei tribunali. Vedi la continuità storica con le pretese del S. Uffizio, alla nota NOTA VI della sedicesima lettera, del verbale di carcerazione.

“…..Il verbale deve essere sottoscritto dall’accusato, ma ordinariamente questi si ricusa ed allora gli è contestata un’insubordinazione al S. Tribunale, e quel rifiuto è calcolato come un indizio di reità.”

Ai ladri di tacchini e agli zingari, accusati falsamente di reati di mafia, viene riservato un trattamento illecito di tortura speciale (il trucco del 41bis) che impedisce loro sostanzialmente di difendersi, perché non possono né partecipare di persona ai loro processi e né vedere, a distanza di centinaia di chilometri, i loro avvocati di fiducia. In questo senso, l’inquisizione moderna è anche peggiore di quella del S. Uffizio. Vedi la nota lX alla sedicesima lettera, sul diverso trattamento dei carcerati.

“Un’altra differenza essenziale nella maniera di trattare i prigionieri consiste in questo. I prigionieri per eresia non possono vedere nessuno, mentre i sollecitanti ed altri carcerati che devono escire poi da quelle prigioni, non solamente passeggiano e conversano fra di loro nello spazioso corridoio, ma i padri, compagni, i notai sostituti vanno spesso a visitarli. Si permette loro anche di ricevere qualche visita di parenti e di amici, si permette loro di
scrivere, insomma non manca loro nessuno dei conforti che si possono ragionevolmente desiderare in una prigione.”

“….Qui vi erano le relazioni degli osservatori, nelle quali erano descritte tutte le mie parole e tutte le mie azioni, molte delle quali erano esagerate, altre interamente inventate, e tutte confermate dal solenne giuramento dei delatori, i quali nella giurisprudenza del S. Uffizio sono persone degnissime di fede” (pagina 505).

Dalla lettera XVI, de “L’IMPRIGIONAMENTO”

“….Era il 5 aprile, il lunedì dopo la Pasqua: io era solo e tranquillo nella mia camera a studiare, quando circa le nove della sera due uomini mi si presentano, assai ben vestiti, che sembravano due gentiluomini. Uno di essi era alto e robusto, il quale dopo entrato richiuse dietro a sè la porta, e si fermò ritto come a custodirla. L’altro era piccolo di statura, tarchiato, piuttosto vecchio; ma di una fisionomia cosi sinistra che m’incuteva spavento. Costui si avanzò verso di me, facendomi delle riverenze, e quando mi fu vicino mi disse:
“È lei il signor Abate Enrico N. di Ginevra?” “Sono io per l’appunto,” risposi. “In questo caso riprese l’uomo dalla triste figura, farà grazia di venir con noi;” e traendo di tasca una carta la aprì e me la pose dinnanzi. Io vidi il suggello del S. Uffizio, e mi si levò il lume dagli occhi, dimodochè non potei leggerla: le mie ginocchia per un moto nervoso si urtavano fortemente fra loro, per cui era impossibile levarmi da sedere. Un freddo sudore sentiva che mi scorreva sulla fronte.

“Non tema di nulla, diceva quell’uomo ripiegando e rimettendosi in tasca il mandato: noi siamo due galantuomini, tutte le cose andranno bene, il santo tribunale è misericordioso: abbasso abbiamo la carrozza;” e seguitava a parlare con grande volubilità; ma le sue parole non mi giungevano alle orecchie che come suoni indistinti. Dopo alcuni minuti, vidi entrare nella mia camera il superiore del convento ove io aveva stanza, pallido e tremante. Ritornato alquanto in me, mi levai da sedere per seguire i due birri, che tali erano; ma essi aprirono la finestra della mia camera, per vedere se da essa vi potesse essere comunicazione alcuna, ed assicuratisi che non ve ne era, osservarono bene se oltre la porta vi potesse essere altro mezzo di penetrare dentro la stanza, ed assicuratisi anche di questo, chiusero la porta con la chiave che consegnarono al superiore involtata in un foglio, e suggellato quello col suggello del S. Uffizio. Poscia con una lista di pergamena che avevano portata, e sulla quale era scritto S. Uffizio, biffarono la porta, suggellando quella lista col suggello del S. Uffizio. Ciò fatto alla presenza del superiore e di un altro frate, che fecero sottoscrivere all’atto, i due birri m’invitarono gentilmente a scendere la scala, e montammo tutti e tre nella carrozza che ci attendeva.

Mentre eravamo soli nella carrozza, i due birri che mi conducevano si mostrarono per quello che essi erano. Non vi erano più parole melate, che erano in essi una vera ipocrisia: incominciarono a parlare fra loro con un certo gergo grossolano che io non comprendeva, e “””ridevano sgangheratamente”””. Sebbene però non comprendessi tutto quello che dicevano, pure, dai loro gesti e dal modo come mi guardavano, capii che si burlavano di me; ed io taceva. Poscia incominciarono apertamente e senza gergo ad insultarmi. Quegl’insulti mi scossero da quella specie d’abbatti- mento in cui era, e la mia dignità offesa si rilevò alla presenza di tanta viltà: guardai dignitosamente nel viso quegli sgherri; ma non perciò cessarono dall’insultarmi….”

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Pubblicato da economia, finanza e fisco

Come si gestisce l'impresa che sopravviva nel nostro sistema economico-giuridico? Cos'è il sistema economico e come funziona? Come funziona l'impianto giuridico-economico in Italia, in Europa e nel resto del mondo? Cosa studiano e a cosa servono gli economisti? Cosa studiano e a che servono gli insegnanti di economia politica? Come si controllano il sistema economico, i processi di produzione e consumo, di tutte le categorie di aziende? Come continuare ad ignorare il problema monetario, e il problema dell'alienazione del monopolio della sovranità monetaria, nonostante il tema sia stato oramai ampiamente descritto, spiegato, e le spiegazioni distribuite?

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