Della Scienza e delle favole della scienza

Come si mantengono le strutture organizzate attorno alle favole?

La chiesa di Roma mostra il suo splendore fisico da subito, a qualunque viandante che voglia visitarla. Quel fasto, esagerato e spudorato, comporta certamente delle spese molto corpose. Come faranno gli amministratori, del paradiso fiscale extraterritoriale dello stato Vaticano, a mantenere tutto il sistema, la sua burocrazia, i suoi palazzi e i suoi banchetti? Dio certamente non dà loro denari, come non li dà a nessuno, gli uomini con le gonne non lavorano, non producono e non commercializzano alcunché. Dunque come giustificano le loro entrate? Se si potessero vedere i libri contabili degli uomini con le sottane, si otterrebbe materiale più che sufficiente per incriminazioni e sequestri di tutte le delizie e di tutta la roba che, con la rapina, l’omicidio, la frode e l’estorsione, i buoni padri hanno accumulato negli anni e nei secoli. Lo stato si vanta dei sequestri illeciti che compie a danno dei ladri di polli, degli zingari che crocifigge e accusa falsamente di mafia, o delle persecuzioni ai danni di giudici onesti, ma nessun magistrato e nessun ente di stato si azzarda a considerare le ipotesi di reato a carico degli uomini con le gonne e dei ruffiani delle banche centrali, che sicuramente e reiteratamente comprendono i reati di truffa aggravata, falso in bilancio e riciclaggio. Perché? Su cosa si basa tutto questo potere dissuasivo dei falsari del S. Uffizio e delle banche centrali? Sulle favole, si basa tutto sulle favole. Viviamo in un mondo di pazzi che, non importa quali sia il loro grado d’istruzione e quali siano i mezzi che hanno a disposizione, insistono pervicacemente ad inseguire le favole.

Considerando la questione nella microeconomia europea, lo spionaggio industriale non clandestino oggi è monopolio delle banche centrali che, dirette da altre banche centrali, a loro volta dirigono gli sbirri che spiano le attività economiche delle comunità produttive. Per esempio, in Italia c’è la UIF, che è presso la Banca d’Italia e gli analfabeti della GdF sono coordinati dall’UIF, e cioè da un ufficio o un reparto della banca centrale. La Banca d’Italia, come si sa, si è oramai involuta in una “costola” della BCE che, come si sa, per un certo periodo storico è diretta da un noto ruffiano che si chiama Mario Draghi, il quale, come si sa, è pure dirigente della Goldman Sachs ed è, in precedenza, pure governatore della stessa Banca d’Italia. L’esempio suo calza perché egli evolve la sua turbata e molestata pubertà proprio dietro ai cancelli dei buoni padri gesuiti, come suo padre prima di lui e anche suo padre, proprio come lui, con il favore dei suoi subdoli amici in sottana, ottiene favori e cariche altrettanto ben retribuite. Quando vi è una buona mancia, non è certo la coscienza che impedisce ai ruffiani dello spionaggio moderno di commettere indecenze a danno di chi lavora e paga le imposte.

Dato che le banche centrali hanno il monopolio dello spionaggio industriale, come si dice di sopra, “esse” non ammettono di essere spiate dagli enti di stato, sono loro, piuttosto, a controllare quelli. Ai segreti del S. Uffizio non accedono gli sgherri della GdF e nessuno accede ai segreti delle banche centrali. Gli unici che non possono avere segreti, che devono essere messi a nudo e sempre trattati come colpevoli, sono quelli timorati di dio e degli enti di stato, che lavorano e pagano le imposte per mantenere le caste parassitarie dei loro oppressori, nonostante sappiano benissimo che i fantocci al governo siano solo dei pupi, privi di competenze e di voglia di fare le cose secondo coscienza. E però, anche quelli, inseguono le favole.

Il circo dei ruffiani dedicati alla propaganda con la stampa e la televisione intrattiene i contribuenti del mondo, raccontando favole, proprio come fanno gli uomini con le gonne e però, addosso alle favole, si costruiscono delle colossali strutture parassitarie per l’assorbimento della ricchezza prodotta, capaci di mantenere enormi burocrazie di uomini e cose, costantemente impegnati a produrre il nulla o il semi-nulla. Come fanno?

Con le favole religiose si opprime il sapere di molti ma non di tutti. Chi si occupa di quelli che non sono direttamente manipolati dagli uomini con le gonne? I ruffiani in camice si occupano delle favole della scienza oncologica della finta lotta contro il cancro e della favola dell’AIDS per praticare la guerra batteriologica con i vaccini, i ruffiani in giacchetta opprimono e sfruttano i contribuenti dagli uffici delle banche centrali, raccontando le favole della finanza, i ruffiani dell’industria aerospaziale e delle compagnie dei telefoni vendono le favole dei satelliti e dei finti viaggi spaziali, i ruffiani della finta scienza informatica vendono la truffa di Microsoft e dei suoi deplorevoli derivati. Come fanno? Come fanno a trattare da ingenui anche i loro specialisti, come suggestionano le greggi dei loro operatori in camice o in giacchetta? L’ingegnere aerospaziale crede nella favola dei finti viaggi spaziali, l’oncologo crede nella favola della cellula fantasma autolesionista, la frottola ripetuta per un secolo “dell’anomalia riproduttiva cellulare”, il programmatore di computer e l’esperto di radiofrequenze credono nella favola dei satelliti geostazionari e molti di loro ancora usano i prodotti dei degenerati programmatori di Microsoft, nonostante i sistemi Windows e i suoi derivati siano, storicamente, i più scadenti, corrotti e pervertiti sistemi operativi in assoluto. Come si fa a tenere assieme un castello di favole tanto incredibili quanto credute, in modo tale da fare arricchire, e mantenere bello grasso, il sistema parassitario che sulle favole (e quindi sull’inganno, sulla frode) si fonda?

A giorni alterni mi veniva il dubbio che il linguaggio delle favole dovesse essere persino necessario, inevitabile, perché il volgo pareva rifiutarsi sistematicamente di ragionare. A giorni alterni dubitavo financo della malafede degli inventori della propaganda, degli uomini con le gonne. Pur sempre senza giustificarli, mi pareva di comprenderli perché, se invece di raccontare le loro panzane si fossero messi a dire il vero, nessuno li avrebbe ascoltati e, per coloro i quali governano un comune, un’impresa o una nazione, il fatto di non essere ascoltati, nel tempo diventa problematico. In ogni caso, se pure potevo comprendere la logica delle favole, data la rozzezza e la miseria del fatto nudo e crudo, non potevo spiegarmi come si mantenessero così bene, ingrassati e organizzati nel tempo, le colossali strutture operative che sulle favole si costruivano. Gli specialisti, come domandavo di sopra, della scienza medica, aerospaziale, informatica eccetera, quelli, come si convincono della bontà delle favole, che sono l’oggetto preciso e fondamentale della loro stessa cooptazione? Con le mance? Non tutti. Molti sono ruffiani (o sprovveduti) volontari e credono nelle finte verità delle loro finte missioni, come gli esperti di radio frequenze che sono effettivamente convinti di ricevere segnali radio dai finti satelliti. Forse i medici, quando è il loro turno di prendere l’AZT, il vaccino o la chemioterapia, forse solo allora, e forse solo inconsciamente, resistono alle favole. Ma a livello cosciente, nella pratica quotidiana della loro finta scienza, essi credono alle fandonie e non si preoccupano d’investigare i problemi. Come lo spiegavo? Pochissimi intelligenti, contenuti in un ristrettissimo numero, numero esiguo che tende ancora a restringersi, che poi ogni tanto dicono panzane pure loro, e moltissimi stupidi?

Ci vuole una grandissima testardaggine e una buona dose di arroganza per insistere a considerarsi parte del ristrettissimo numero di persone intelligenti e convincersi che, tutti gli altri, fessi, credono alle favole. E però, anche così fermi e convinti, il mondo appare tristissimo e privo di luce. Sennonché, leggendo il Desanctis, mi pare che la meccanica alla base della gestione dell’apparato delle favole si spieghi con parole migliori delle mie e mi pare pure che, secondo la sua idea, è la meccanica fraudolenta dei gesuiti che prevale sull’intelligenza e non la maggioranza degli stupidi. Se un buon cristiano viene catechizzato fin da piccolo, come succede per esempio a Mario Draghi, vedrai che quel cristiano sarà parte della meccanica delle favole fino alla fine dei suoi giorni e, se avrà una specialità nell’organizzazione di quelle frottole, non importa più se intimamente egli creda a quelle balle oppure no, l’importante è che non riveli mai la verità in pubblico e che non la riveli neppure ai suoi complici. Il criminale di livello e di lungo corso si ammanta di finta bontà e di finta spiritualità, anche in presenza degli altri criminali. Come si ottiene tutto ciò? Con l’esercizio (per esempio con gli esercizi di S. Ignazio).

Ma ora è tempo di citare le parole del Desanctis, gesuita “pentito”, ecco sotto solo alcuni frammenti.

Del frammento della nota quinta della quattordicesima lettera
“Il monopolio del sapere in mano del clero, ci ha condotti a quello scetticismo necessario nella critica; per cui è difficile di conoscere la genuinità de’ codici. Il clero ci ha regalata la famosa donazione di Costantino, le false decretali, le leggende; cose tutte inventate dal clero nel tempo del suo monopolio del sapere. È chiaro dunque che la conoscenza non solo non è frutto del Cattolicismo romano, ma è da esso avversata. Il cattolicismo romano abbisogna d’ignoranza, e cerca tutti i mezzi di propagarla. Se vi è qualche prete veramente dotto è anatematizzato: ed ai nostri tempi abbiamo gli esempi di Lamennais, Gioberti, Rosmini, P. Ventura, ed altri ancora…..”

Dei frammenti della quattordicesima lettera
“….dobbiam cercare che tutti gli uomini divengano cattolici, e che niuno di essi ci sfugga. Ma, per ottenere questo fine, di quali mezzi ci dobbiam servire? I mezzi sono indifferenti: la ignoranza, per esempio, è il mezzo sovrano per ritenere gli uomini nel Cattolicismo; quindi essi (i gesuiti) si fanno un dovere di mantenere e fomentare la ignoranza ne’ popoli; ed un Gesuita di buona fede vede ne’ progressi delle scienze la rovina della religione. Ma è un’ardua impresa mantenere la ignoranza ai nostri tempi e non si può fare svelatamente: quindi “””essi mantengono l’ignoranza sotto l’aspetto di scienza”””; quindi essi ed i loro affigliati vogliono

“””il monopolio dell’insegnamento, per inviluppare la scienza in metodi inestricabili, ed occupare gl’intelletti in vane questioni“””,

anzichè nella solidità della scienza. Che se qualcuno de’ loro scolari a loro dispetto si solleva sugli altri, per la potenza ch’essi hanno, costui è perseguitato o calunniato o come eretico, o come liberale, secondo i paesi ov’egli dimora; e ciò per la maggior gloria di Dio, acciò non distragga gli altri dalla via di salute.

Per attirare o mantenere i popoli nella religione romana, bisogna ispirare e fomentare “””la superstizione“””:
la superstizione sarebbe cosa cattiva; ma diviene buona, se è abilmente usata, e se conduce al fine. Ed ecco il perchè tutte le moderne superstizioni hanno origine da’ Gesuiti: ma siccome vi sono degli uomini i quali aborriscono tutto ciò che in religione è moderno; così si ricorre alla “””pia frode”””, facendo credere, e predicando, e stampando che quelle devozioni sono antichissime. Che se uomini dotti e sinceri smentiscono evidentemente la impostura, allora i Gesuiti, alla maggior gloria di Dio, li dichiarano eretici, giansenisti, increduli, secondo i luoghi ed i tempi (oggi li chiamano “complottisti”).

….In Roma i Gesuiti agiscono manifestamente e senza timore: sono in casa loro. L’intera società romana di tutte le classi è nelle loro mani. Per quello che riguarda la istruzione, essi hanno il Collegio Romano, ove circa mille giovani ricevono da essi istruzione gratuita: hanno il Collegio Germanico, ove un centinaio di giovani tedeschi, prussiani, ungheresi, bavaresi e svizzeri sono sotto la loro disciplina; e, finita la educazione, sono mandati ai loro paesi missionari, parrochi ed anche Vescovi. Hanno i collegi Irlandese e Scozzese, nei quali si educano giovani per essere poi mandati bene ingesuitizzati ne’ loro paesi. Hanno il “””Collegio della Propaganda”””, ove si educano più di trecento giovani di tutti i paesi, per poi rimandarli gesuitizzati ai loro paesi.

Hanno il Collegio de’ nobili, ove quasi tutti i figli della nobiltà romana sono educati gesuiticamente. Per la istruzione delle donne vi sono le dame del S. cuore che educano le nobili; le monache del Buon Pastore, per il ceto medio; e le Maestre Pie, per il basso popolo.

Tutti gli scolari de’ Gesuiti sono obbligati di confessarsi dai Rev. Padri: e qui è la gran messe de’ Gesuiti. Quei giovani, educati da loro, che sentono sempre le loro prediche, le loro istruzioni, non possono ricusar nulla a quegli uomini che esercitano una influenza magnetica su di loro. I Gesuiti poi destinati ad ascoltare quelle confessioni, sono scelti con grande abilità dai superiori: sono quegli che hanno il particolare dono d’insinuarsi ed impadronirsi dell’animo de’ giovani: essi non si contentano di ascoltare la confessione de’ peccati di quei giovinetti; ma, fingendo interessarsi sommamente di essi, fanno con sì bella maniera tante e così svariate interrogazioni, che vengono a sapere dal giovane che si confessa tutto “””lo stato della famiglia“”” (come oggi fa la GdF per conto della Banca d’Italia), la condotta de’ suoi parenti, l’andamento della casa, le persone che la frequentano, i discorsi che vi si fanno; e così il giovanetto inesperto diviene spesse volte, senza avvedersene, “””l’accusatore dei propri parenti“””.

È questo uno dei mezzi di cui si servono i Rev. Padri per la loro polizia segreta.
Questo solo mezzo non raggiungerebbe il loro scopo: ad essi non basta conoscere i segreti delle famiglie; essi vogliono tutto dirigere a loro modo, cioè per la maggior gloria di Dio: ed hanno perciò inventate tante congregazioni, per potere sotto l’aspetto di religione dominare tutta la società. L’abate P. mi rammentava le congregazioni spirituali che hanno stabilite solamente in Roma i Gesuiti, oltre la casa di esercizi di S. Eusebio, di cui ho parlato nella mi prima lettera, quando vedeva le cose nel senso dei Rev. Padri; ma l’Abate mi spiegò quegli esercizi nel loro vero senso. Oltre questo mezzo, e quello della confessione degli scolari, i Gesuiti dirigono in Roma le seguenti congregazioni.

Nella chiesa sotterranea del Gesù vi è una congregazione di nobili, alla quale sono aggregati tutti i nobili romani: i Gesuiti sono i loro direttori, confessori e predicatori; ed eccoli con questo mezzo padroni dell’aristocrazia.

Hanno in una cappella al piano terreno della casa del Gesù una congregazione di mercanti, alla quale sono aggregati quasi tutti i negozianti di Roma: i Gesuiti ne sono i confessori, i predicatori, i direttori; e così per mezzo di questa congregazione essi non solo sono al giorno “””di tutti gli affari””” (oggi sanno “di tutti gli affari” perché infiltrano le banche centrali, vedi la figura del prete mancato Mario Draghi e, per conseguenza, anche la GdF), ma in gran parte li dirigono.

In una cappella interna del Collegio Romano vi è una congregazione chiamata prima primaria, alla quale sono aggregati bottegai ed artigiani romani, diretti sempre da’ Gesuiti.

Nella Chiesa di S. Vitale vi è una congregazione di contadini; e così essi sono al giorno degli affari dell’agricoltura.

Nei bagni di Castel S. Angelo, ove sono i condannati, essi hanno e dirigono una congregazione spirituale di galeotti; ed ecco nelle loro mani la polizia delle galere.

Nelle carceri de’ malfattori hanno un’altra congregazione spirituale, e tutte le domeniche e feste passano delle ore con que’ prigionieri a segreti colloqui, per salvare la loro anima, bene inteso.

“””I carabinieri“”” sono stati posti sotto la direzione spirituale dei Gesuiti, ed ogni anno debbono fare gli esercizi spirituali sotto la loro direzione.

Ma fino ad ora non abbiamo parlato del sesso devoto per eccellenza: forsechè le donne sono abbandonate da’ Gesuiti? Tutt’altro: anzi sono la loro parte più cara (e fanno con loro le corse nei corridoi dei conventi). Nell’oratorio del Caravita vi è una congregazione di dame, alla quale appartengono tutte le dame romane, e sono sotto la direzione dei Gesuiti.

Nello stesso oratorio vi è una congregazione di semidame, della quale fanno parte le signore romane appartenenti al ceto medio;

vi è la congregazione delle missioni, della quale fanno parte i più bigotti fra gli artigiani, i servitori, i cuochi, le serve, e le vecchie bigotte.

Sicchè tutte le classi della società sono in mano de’ Gesuiti.

Non tutti però appartengono a queste congregazioni: bisogna dunque, per la maggior gloria di Dio, cercare anche gli altri; e si cercano nelle missioni e ne’ confessionali. I Gesuiti sono “””assidui al confessionale”””: la loro chiesa del Gesù ha una quantità di confessionali, e sono sempre tutti occupati: vi sono i confessori della mattina e quelli del dopopranzo: la sera, al Caravita e nelle cappelle delle congregazioni, vi sono confessori per gli uomini.

I confessori dei vari ceti di persone sono destinati da’ superiori, secondo i loro talenti. Coloro che sanno meglio insinuarsi nell’animo dei giovanetti, sono destinati a confessori della scolaresca: i nobili o almeno coloro che sanno i modi aristocratici, sono destinati confessori de’ nobili: coloro che sanno introdursi nelle grazie, sempre però spiritualmente, del bel sesso, sono destinati alle congregazioni di donne, ed ai confessionali in chiesa, ove ordinariamente non vanno che donne.

Così ogni classe di persone trova fra’ Gesuiti abilissimi confessori, ed essi alla maggior gloria di Dio sanno bene trarre profitto dal concorso.

L’Abate P., che per tanti anni era stato gesuita, volle darmi una idea del loro governo: io te ne darò un cenno. Il governo gesuitico è eminentemente monarchico: uno è il loro capo che si chiama Generale: egli può fare quello che vuole; la sua carica è a vita, e non deve rendere ragione a nessuno, purchè cammini secondo lo spirito dell’istituto, cioè diriga tutti gli ordini alla maggior gloria di Dio: se si allontana da questo scopo, può essere deposto dagli assistenti, i quali convocano la congregazione generale per eleggerne un altro; ma questo caso non si è mai verificato. Ecco come il P. Generale ha in mano il governo di tutto il mondo cattolico romano…..”

Dalla nota V alla quattordicesima lettera

“Istruzione che dànno.
Abbiamo già detto nella nota I, alla lettera duodecima, perchè il clero voglia la ignoranza del popolo. Finchè essi han potuto, han predicato e predicano che la scienza è la rovina della religione e della società. Ma quando la corrente del progresso ha talmente ingrossato; essi non hanno potuto più impedire il suo libero corso, e si sono messi a correre con lei per guidarla, e giungere così a dominarla ed arrestarla.

Un fatto poco avvertito nella storia è il seguente. Fino al secolo XVI, il clero non aveva mai pensato alla istruzione del popolo; ma quando il principio della riforma religiosa, proclamò la necessità di leggere la Bibbia; quando si aprirono le scuole popolari, rese possibile per la invenzione della stampa; quando i riformatori per i primi si servirono della stampa per pubblicare operette ad uso del popolo; allora il clero, non potendo più reggere contro la corrente, finse secondarla, per prendere egli il monopolio dell’insegnamento.

Si videro allora sorgere nuovi istituti religiosi che avevano per iscopo l’istruzione: allora vennero i gesuiti, il cui scopo primitivo era insegnare il catechismo ai bambini ed ai contadini, per tenerli fermi nella ignoranza. Non poterono arrestare la corrente, e cangiarono scopo; s’introdussero nelle università, aprirono collegi, e tentarono impadronirsi della pubblica istruzione. Non bastando soli a tanta bisogna, sursero gli Scolopi, poi i Somaschi, poi i Dottrinari; poi finalmente gl’Ignorantelli, e le monache Orsoline, e quelle del S. Cuore, e quelle del Buon Pastore; per impadronirsi quanto più potevano della istruzione, per dirigerla al loro scopo.

Ma quale è lo scopo della istruzione che dà il clero? Eccolo. Fino al secolo XVI, il clero si era servito del poco sapere che era esclusivamente a lui riservato, per stabilire le dottrine della Chiesa romana: quelle dottrine sono condannate ad un inevitabile naufragio per i progressi del sapere.

Scopo del clero fu salvarle da quel naufragio; e, per giungere a tale scopo, si servì di due mezzi: il primo di fare di tutto per sostenere quelle dottrine: ma ciò era impossibile alla scienza; quindi si usò la forza della coscienza ingannata.

Si disse che la scienza se non è guidata dalla religione (e per religione si deve intendere il papismo) è eccessivamente dannosa: a tale effetto se si sollevava sopra il clero uno scienziato, era condannato; esempio il nostro Galileo. Si fece l’indice de’ libri proibiti, e si fulminò scomunica contro chiunque leggesse o ritenesse semplicemente un libro notato in quell’indice; il quale conteneva e contiene quanto di buono, quanto d’istruttivo è stato pubblicato, non conforme agl’insegnamenti di Roma. Allora s’inventò la condanna delle proposizioni estratte da’ libri; allora si fecero gl’indici espurgatori, ne’ quali si guastarono tutte le opere degli antichi, compresi i santi Padri, togliendo tutto quello che era contrario a Roma, e falsificando, ed aggiungendo.

L’altro mezzo di cui servì e si serve il clero insegnante per giungere al suo scopo è l’insegnamento intralciato ch’egli dà. Chi conosce le scuole del clero sa che per l’insegnamento ricevuto in esse non esce mai un vero scienziato. Osserviamo i Gesuiti: vi è fra loro un qualche uomo celebre nelle matematiche, vi sono de’ celebri teologi: ma dove è fra essi un filosofo, un geologo, un uomo profondo nelle scienze naturali?

“””Inoltre il loro insegnamento non è diretto a sviluppare le facoltà intellettuali, ma ad avvilupparle ne’ metodi del medio evo, ed a disgustare i giovani della conoscenza vera, facendoli contenti di una conoscenza falsa, ma inorpellata di vero.””””

Esaminiamo brevemente il metodo d’insegnamento che usano in Roma i Gesuiti nel celebre loro Collegio Romano, cioè nella Università Gregoriana.
Sono ammessi in quella scuola i fanciulli della età di sette anni, appena san- no un poco leggere e scrivere, e sono subito messi allo studio del latino. Si pone loro in mano la grammatica del P. Emanuele Alvaro, con la quale s’insegna il latino per mezzo del latino. Il povero ragazzo è obbligato a studiare alla guisa de’ pappagalli senza comprendere una parola. Se il ragazzo lavora molto, dopo un anno passato nella prima scuola che si chiama infima, passa alla seconda che si chiama infima superiore. Seguendo lo stesso metodo, può, facendo grandi sforzi, cosa che riesce a pochissimi, dopo un altro anno, passare alla media. Il quarto anno, se ha molto faticato, passa alla suprema, ove bisogna che vi passi ordinariamente due anni. Ed ecco cinque lunghi anni perduti per un poco di grammatica latina! ed è a notarsi ancor questo, che dalle scuole del Collegio Romano non è ancora uscito un buon latinista. I latinisti che sono in Roma, non sono gli allievi de’ Gesuiti.

Il sesto anno si passa in umanità, ove si sta due anni, studiando, cioè traducendo in italiano ed imparando a memoria, le elegie di Ovidio, alcuni libri dell’Eneide, e qualche altro classico. Il secondo anno di umanità, si ripete quello che si è fatto nel primo. L’ottavo anno di studi si passa in rettorica, ove si spiegano le istituzioni del P. Decolonia, le orazioni di Cicerone, e qualche ode di Orazio. In rettorica parimente si resta ordinariamente due anni: così si passano nove lunghissimi anni nello studio della lingua latina. Non mai in tutto quel tempo s’insegna nè la lingua italiana, nè la geografia, nè la storia, nè i principii di geometria, nè i principii di storia naturale; nè altro: basta avere appreso un po’ di latino.

Così si passa in filosofia. Cosa deve apprendere in filosofia un povero giovane, il quale crede saper molto perchè sa recitare degli squarci di Cicerone e di Virgilio; ma che in sostanza non sa nulla perchè mancante di que’ principii elementari che guidano alla scienza, perchè il suo intelletto è stato mutilato da quegli stupidi studii preparatorii? Egli si trova in una confusione, e non può orizzontarsi un poco, che dopo alcuni mesi, se ha buone disposizioni.

La filosofia s’insegna da’ Gesuiti in questo modo. Il professore detta in latino per mezz’ora la lezione di quel giorno, per un’altra mezz’ora ne fa, sempre in latino, la spiegazione. Ogni settimana, si fa un giorno di esercizio accademico in latino; ed ogni mese, un esercizio più solenne al quale intervengono i professori. L’esercizio consiste più in giuochi di parole che in sostanza; perchè deve essere fatto nella rancida forma sillogistica del medio evo. Le scuole di filosofia durano due anni, dopo de’ quali si riceve la laurea, e que’ poveri gio- vani credono di essere filosofi. Cosa s’insegna in que’ due anni? Molto, ed ap- punto per ciò nulla: è una illusione per mutilare la scienza, acciò non porti dan- no alla religione. Ecco quali sono le cose che s’insegnano in que’ due anni. La logica, o a meglio dire la dialettica; perchè non s’insegna l’arte di ragionare, ma l’arte d’inviluppare il raziocinio nelle forme sillogistiche del medio evo: la metafisica, che consiste nella psicologia, e teologia naturale. La psicologia si occupa a provare la spiritualità, la libertà, e la immortalità dell’anima; la teolo- gia naturale, la esistenza di Dio, la provvidenza, e la necessità della religione: e questa è la metafisica.

S’insegna oltre a ciò l’etica, ossia la filosofia morale, la fisica, la fisico-chi- mica, la fisico-matematica, la chimica, la geometria, la trigonometria, la meccanica, l’algebra, la matematica, l’astronomia, il calcolo differenziale, il calcolo integrale: tutte queste cose s’insegnano in latino, e nello spazio di due anni se ne diviene dottori. Chi conosce la scienza giudichi se non è questo il modo d’insegnare allo scopo di propagare la ignoranza, fingendo insegnare la scienza!…..”

Desanctis spiega, nella prima nota della dodicesima lettera:

“Perchè i preti vogliono la ignoranza?
Si fa generalmente un delitto per i preti di volere che il popolo sia ignorante; ma se la ignoranza de’ popoli è la ragione essenziale della loro esistenza, se fomentando la conoscenza essi si suiciderebbero, vorrete ascrivere loro a delitto se non vogliono suicidarsi? Fate che la ignoranza religiosa sia bandita; che il popolo si persuada che la vera religione non può venire che da Dio, e che in conseguenza che essa non si trovi che nel libro di Dio; date in mano al popolo la Bibbia, lasciate che il popolo s’istruisca in essa; e poi mi saprete dire cosa diviene la religione de’ preti. Fate che il popolo sia istruito nelle scienze naturali, secondo la sua capacità; eppoi mi saprete dire cosa divengono le Madonne che aprono gli occhi, le immagini che sudano, e tanti altri miracoli inventati da’ preti. “La fede, diceva il cardinal Bellarmino, consiste nella ignoranza.” Il fervente Cattolico, diceva bene il nostro abate, deve essere semplice; vale a dire deve credere a quello che dicono i preti.

Ma i preti, ci si dirà, sono quelli che nel medio evo han salvato e le lettere e le scienze. Sarebbe peccare d’ingratitudine se non si riconoscesse che i preziosi manoscritti dell’antichità ci sono stati conservati dai monaci; ma non prendiamo per tutt’oro quello che in gran parte non è che orpello. Il clero ne’ tempi barbari aveva preso invero il monopolio della conoscenza, ma il popolo a che era ridotto? Ad un gregge di schiavi, che per vivere bisognava che dipendesse in tutto e per tutto dal clero. E la conoscenza cosa era divenuta nelle mani del clero? quali progressi essa faceva? I progressi del gambaro.

Citeremo alcuni documenti per dimostrare quale fosse la scienza de’ chierici, allorchè tutto il sapere era esclusivamente nelle loro mani.

Il Concilio Toletano VIII, tenuto nell’anno 653, lamenta che i preti erano così ignoranti che non sapevano neppure quello che si facevano quando esercitavano il loro ufficio; quindi ordinò che nessuno fosse più promosso ad una dignità ecclesiastica, se non sapessero leggere il salterio, gl’inni e il rito del battesimo. E per coloro che si trovassero già nelle dignità ecclesiastiche, o si sottomettessero spontaneamente, o si costringessero ad imparare a leggere “è cosa assurda ammettere alle dignità ecclesiastiche coloro che no conoscono la legge di Dio e non sanno almeno mediocremente leggere.”
(Sacros. Concil. studio Philip. Lbbaei, et Gabr. Cossartii, tom. VI, pag. 403, ediz. di Parigi 1671).

Mezerai, istoriografo di Francia, nel suo compendio cronologico, parlando de’ tempi di Carlo M. dice: « L’ignorance etait affreuse parmi les Evêque, puisq’on les obligait d’etendre l’oraison Dominicale, e que Charlemagne, après tant de reformations, eut bien de la peine à leur faire seulement quelque exhor- tations aux peuples. »

Il Concilio di Troia (Francia), tenuto nell’anno 909, lamenta che innumerevoli ecclesiastici erano giunti alla loro vecchiezza senza avere imparato ancora le cose le più necessarie della fede, e senza sapere neppure il simbolo degli Apostoli e la orazione domenicale (Labbaei, tom. IX, pag. 571).

Ecco i dotti del medio evo, i custodi della scienza!

Il Fleury nella sua Storia ecclesiastica, libr. 61 all’anno 1072, cita un passo di S. Pier Damiano, nel quale dice che la ignoranza del clero era tale che ve ne erano di coloro che non erano capaci di leggere due sillabe di seguito.

Roberto Testagrossa, vescovo di Lincoln, nel decimoterzo secolo, scriveva che vi erano molti preti i quali non sapevano esporre neppure un articolo di fede, non un solo comandamento di Dio.

Nell’ottavo secolo, Bonifacio vescovo scriveva a papa Zaccaria, domandan- dolo se era valido il battesimo amministrato da un prete in nomine Patria, Filia et Spiritu sancta: il papa risponde che era validissimo, a cagione della ignoranza: e questo decreto è nel diritto canonico, 3 p. de consecr. dist. 4, cap. Retulerunt.

I capitolari di Carlo M. ordinano che i preti devono comprendere il loro messale, e l’orazione domenicale.

Alfredo il grande re d’Inghilterra, verso la fine del secolo nono, lamenta che in tutto il suo reame non vi era un sol prete che avesse una qualche idea de’ suoi doveri, che comprendesse la liturgia, e che fosse capace di tradurre dal latino in inglese una benchè piccola porzione delle S. Scritture.

Che se all’epoca del rinascimento si sono ancora trovati nelle biblioteche de’ monaci preziosi manoscritti, ciò è dovuto alla provvidenza, la quale non ha permesso che i monaci distruggessero interamente que’ tesori che erano a loro insaputa nelle loro biblioteche.

L’abate Muratori nelle sue Antichità Italiane del medio evo, tom. 1 p. 1296, ci ha conservato un prezioso fatto su questo proposito scritto da Benvenuto da Imola, il quale dice averlo sentito raccontare dal suo maestro Boccaccio, come accaduto a lui nel famoso monastero di Montecassino, che gode la fama di essere uno di que’ monasteri che ci ha conservato il più gran numero di codici.

Lo riporteremo ne’ suoi termini originali.
“Dicebat enim (Boccaccius de Certaldo) quod dum esset in Apulia, captus fama loci, accessit ad nobile monasterium Montis Cassini… et avidus videndi librariam, quam audiverat illic esse nobilissimam, petivit ab uno monacho hu- militer, velut ille qui suavissimus erat, quod voleret ex gratia sibi aperire bibliothecam. At ille rigide respondit, ostendens sibi altam scalam: Ascende quia aperta est. Ille laetus ascendens, invenit locum tanti thesauri sine ostia vel cla- vi: ingressusque, vidit herbam natam per fenestras, et libros omnes cum bancis coopertis pulvere alto. Et mirabundus coepit aperire, et volvere nunc istum librum nunc illum, invenitque ibi multa et varia volumina antiquorum et peregrinorum librorum. Ex quorum aliquibus erant detracti aliqui quinterni, ex aliis recisi margines chartarum, et sic multipliciter deformati. Tandem miratus labores et studia tot inclitorum ingeniorum devenisse ad manus pertitissimorum hominum, dolens et illacrymans recessit. Et occurrens in clau- stro, petivit a monacho obvio, quare libri illi pretiosissimi essent ita turpiter de- truncati. Qui respondit, quod aliqui monachi volentes lucrari duo vel quinque solidos, radebant unum quaternum, et faciebant psalteriolos, quos vendebant pueris: et ita de marginibus faciebant brevia, quae vendebant mulieribut. Nunc ergo, o vir studiose, frange tibi caput pro faciendo libros!”

Ecco come erano custodite le librerie più celebri de’ monaci! senza chiave, senza porta, altissima polvere fino a formarsi in esse la terra vegetale e le erbe: i monaci radevano le pergamene per venderle a pochi soldi; inguisachè quello che ci è restato, ci è restato per opera della provvidenza, non per la cura de’ monaci.

Il monopolio del sapere in mano del clero, ci ha condotti a quello scetticismo necessario nella critica; per cui è difficile di conoscere la genuinità de’ codici. Il clero ci ha regalata la famosa donazione di Costantino, le false decretali, le leggende; cose tutte inventate dal clero nel tempo del suo monopolio del sapere. È chiaro dunque che la conoscenza non solo non è frutto del Cattolicismo romano, ma è da esso avversata. Il cattolicismo romano abbisogna d’ignoranza, e cerca tutti i mezzi di propagarla. Se vi è qualche prete veramente dotto è anatematizzato: ed ai nostri tempi abbiamo gli esempi di Lamennais, Gioberti, Rosmini, P. Ventura, ed altri ancora….”

Della nota XI della quattordicesima lettera – I contadini ed i Gesuiti.
“…Il Romano non si crede avvilito se domanda la elemosina, o ruba; ma si tiene avvilito se dovesse andare a zappare. Perciò per i lavori della campagna, vanno a Roma dai piccoli paesi, specialmente dalla Marca di Urbino i contadini per occuparsi a que’ lavori. Essi da’ Romani sono chiamati, non so perchè, burrini. Nell’estate, il loro alloggio è sui gradini delle chiese; nell’inverno si accomodano nelle rimesse, ed ecco in che modo. Si mettono in una rimessa quanti ve ne possono capire: il loro letto è il terreno, e poggiano la testa sopra una corda tesa da un muro all’altro. Essi sono presi al lavoro giorno per giorno.

Vi sono quattro piazze ove i padroni vanno ogni mattina prima di giorno a cercare i loro burrini: la piazza della Madonna de’ Monti, la piazza Montanara, Campo di Fiore e S. Giacomo Scossacavalli. Prima di giorno, vanno tutti alla messa nella quale si dice il rosario. Quando escono dalla messa, i padroni scelgono, pattuiscono, e conducono alla loro campagna i burrini.

Essi hanno uno strano privilegio, ed è questo. Quando sono tre giorni conti- nui di pioggia, ne’ quali non han potuto lavorare, saccheggiano i forni e ne portano via il pane, e non possono essere puniti. Bisogna però spiegare que- st’uso. Un signore lasciò un vistoso legato al governo coll’obbligo di dare gra- tuitamente il pane ai contadini quando accadesse (ed in Roma accade sovente) una simile circostanza. Il governo accettò il legato, assunse l’obbligo; ma spesso si scorda di adempierlo. Il luogo della distribuzione del pane è il Colosseo. I burrini al terzo giorno di pioggia vanno al Colosseo, e se non trovano il pane, saccheggiano i forni.

Fra questi contadini, i gesuiti possono fare una gran messe per la maggior gloria di Dio, ed essere istruiti di quello che si fa, si dice, si pensa nelle vigne, negli orti, nelle campagne. Inoltre, tornando essi ai loro villaggi, ove non sono i gesuiti, que’ poveri burrini fanno il loro interesse: perciò hanno stabilita per essi una congregazione nella chiesa di S. Vitale che è una chiesa tenuta da’ gesuiti, ed è posta in un luogo in mezzo agli orti, e solitaria….”

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Pubblicato da economia, finanza e fisco

Come si gestisce l'impresa che sopravviva nel nostro sistema economico-giuridico? Cos'è il sistema economico e come funziona? Come funziona l'impianto giuridico-economico in Italia, in Europa e nel resto del mondo? Cosa studiano e a cosa servono gli economisti? Cosa studiano e a che servono gli insegnanti di economia politica? Come si controllano il sistema economico, i processi di produzione e consumo, di tutte le categorie di aziende? Come continuare ad ignorare il problema monetario, e il problema dell'alienazione del monopolio della sovranità monetaria, nonostante il tema sia stato oramai ampiamente descritto, spiegato, e le spiegazioni distribuite?

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3 commenti

  1. Ciao, nel caso ti fosse sfuggito ti mando questo link dove puoi vedere la Dott.sa Gatti in un programma della tv australiana.

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    1. Ciao Davide, grazie. Non l’ho visto prima. A) (13:29) la gattona dice “siamo stati finanziati per ALTRI 3 milioni di Euro…”) Mortacci, e quanti ne hanno presi prima degli ALTRI? E allora perché il maritino piange sempre le collette per la restituzione del patetico microscopio elettronico di Grillo? B) I genitori con i figli che lavorano per le forze armate che piangono a fare? Quando i loro pargoli vanno a bombardare il Kossovo vedi che non piangono. Non è morto facendo il pecoraio. C) (22:13) Un giornalista confronta i 72 giorni di bombardamento ininterrotto in Kossovo con i 40 anni e più di bombardamenti del poligono sardo…e però i miliziani morti in Kossovo sono pure quelli che non ci sono andati, perché, assieme a quelli che ci sono andati, si sono vaccinati. D) (23:56) Il ruffiano Francesco Riccobono organizza la raccolta di un paio di batuffi assieme ai giornalisti per dimostrare che le loro bombe fanno poco male…patetico (e complice di genocidio per uno stipendio misero). F) E dunque questo video è caricato direttamente sui server di facebook? Si vede molto bene.

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