Dei Vini Italiani in Cina e in Oriente

 

Dell’oppressione Fiscale
Il regime parassitario italiano è il vincitore assoluto della classifica mondiale delle tirannidi in rapporto all’indice dell’Oppressione Fiscale OCSE (Oppressione Contribuenti da Saccheggiare con l’Estorsione).

Sono proprio i ruffiani dell’OECD a dichiararlo, oltre che a fare poi la morale ogni anno alle nazioni, e soprattutto ai pupi ai governi in Italia, per scoraggiare “de facto” qualunque iniziativa lenitiva nei confronti dei dissanguati e vituperati contribuenti.

Perché motivo gli analfabeti che vanno in Tv danno retta alle scemenze della cosiddetta OCSE?

Quella è una delle tante fondazioni spontanee transnazionali che, non invitate, spuntano come i funghi dalla notte al giorno per avvelenare con le loro tossine il lavoro e la salute di chi produce, eliminare fisicamente chi lavora, esaurendo la sua linfa vitale, e portare via la roba che rimane.

Non fatevi prendere per il culo come quei fessi che vanno a dire scemenze in televisione.

La OCSE non lavora per livellare un bel niente tra le nazioni, i piani OCSE sono volti alla protezione totale delle politiche dei governi ad alta oppressione fiscale. Oltre a ciò, è evidente che l’introduzione delle norme liberticide (che si dicono “liberiste” ma che di “liberista” non hanno nemmeno l’odore e che la libertà l’annientano fino pure al livello culturale) in Italia e nel resto del mondo è contaminata anche dai loro veleni predatori.

Delle Vane Illusioni della Vendita della Gastronomia Italiana e della Vendita dei Vini Italiani in Cina e in Estremo Oriente

 

Le imprese italiane sono destinate, da secoli, a soffrire la frode e l’estorsione sistematica dell’erario (che un tempo era nelle ganasce dei pericolosissimi ruffiani della chiesa di Roma) e alla tragedia della distruzione premeditata e trentennale dell’industria italiana. Non bastasse ciò, altre sofferenze sono imposte alla tragedia della distruzione dell’industria italiana e all’effetto di trascinamento fiscale del 70% (che obbliga tutti a lavorare 8 mesi all’anno senza essere pagati) per esempio quelle dei falsari della propaganda dei burocrati degli enti di stato italiani, campioni certificati a livello internazionale di cialtroneria super-lusso e della più assoluta poltroneria strutturale. L’esempio del vino italiano e della gastronomia italiana è calzante ma è solo uno dei tanti, perché le orde dei parassiti sono vaste e operano in tutti gli ambiti delle attività produttive in cui ci sia da arraffare qualcosa, qualsiasi cosa, più che si può, senza pagare e senza lavorare.

 

Dei vini italiani in estremo oriente
Sia dove sia, da Pechino, a Saigon, a Hong Kong, a Jakarta, Kuala Lumpur e a Singapore, la presenza del vino italiano s’inchioda al 4% dell’offerta totale e se arriva al 4% è grasso che cola.

Il vino francese distribuito nel sud est asiatico, invece, nonostante non vada bene neppure per lavarsi i piedi, rappresenta il 35% dell’offerta totale; un altro 35% lo rappresenta il vino australiano e il resto se lo dividono gli altri, Sudafrica, California, Argentina, Nuova Zelanda, Spagna, Portogallo, Cile, Italia e persino i produttori interni, che vendono i loro sciroppi comprando mosti di terzo livello sia da importatori senza olfatto che dai produttori locali (per esempio della regione cinese dello Shiquan).

Per dirla in poche parole, il vino francese ha mercato in Asia perché ha la sua reputazione storica (forse meritata, ma solo per alcune terre specifiche e per alcuni prodotti specifici, che si trovano a 1500 dollari a bottiglia all’ingrosso); il vino australiano ha la sua meritata fetta di monopolio, perché è il miglior vino da bere che si possa cavare dalla distribuzione del sud est asiatico e perché la sua gestione appare logisticamente più agevole rispetto alle nazioni produttrici del resto del mondo.

I vini cileni ed argentini si vedono in Asia perché costano meno, almeno in principio, e tutti gli altri produttori sgomitano, senza successo, per accaparrarsi qualche centimetro di scaffale presso la grande distribuzione mica-tanto-organizzata, e portano a casa assai poco guadagno.

Per quanto riguarda i vini italiani, in generale, chiunque abbia pensato di venderli sui mercati asiatici ha “fatto fiasco”.

I piccoli e medi produttori devono soffrire per la propria ignoranza e per l’inettitudine degli enti di stato per il commercio italiani, che danno solo informazioni sbagliate, quando le danno, e non sono capaci di organizzare un solo evento che possa favorire i commerci nazionali. Ricordo la patetica scena che hanno fatto al finto Vinitaly organizzato a Shanghai nel periodo 2004-2006, in cui non si è visto nemmeno un singolo visitatore straniero e gli unici presenti erano gli espositori italiani, i quali si ubriacavano dei propri

campioni di vino per consolarsi e per evitare di riportarseli in Italia. Ma a Shanghai c’è anche la rappresentanza di GrateWall, una delle più grandi cantine cinesi (25 milioni di bottiglie all’anno) e stai sicuro che ci sono anche gli altri grandi, che hanno le loro belle rete distributive, e i loro rappresentanti locali avrebbero visitato molto volentieri la finta fiera se qualcuno li avesse solo informati. Come può essere che gli scalda-poltrone milionari degli enti di stato italiani, i più pagati e i più inutilmente pagati del mondo, organizzano a Shanghai il “Vinitaly” senza neppure informare i produttori e i distributori locali, che hanno poi gli uffici a pochi passi dalle loro lussuosissime e del tutto improduttive strutture operative e commerciali?

 

Degli esportatori italiani
Zonin è forse l’impresa italiana che più e più a lungo ha investito in Cina e in Asia. È possibile trovare qualche bottiglia di Zonin in qualche negozio di Shanghai, di Hong Kong, di Singapore e di Jakarta, ma di solito se ne vede al massimo una per negozio. In Shanghai i vini di Zonin dieci anni fa erano distribuiti da Torres, che pure credeva di sfondare in Cina, come tutti quelli che imparano le leggi di economia aziendale leggendo le scemenze scritte sulle riviste specializzate. Curioso tuttavia è il fatto che il venditore di Torres di allora in Shanghai era un ragazzo italiano e non spagnolo. Grazie alla capillare distribuzione di Torres in Cina popolare, Zonin poteva contare sulla presenza di una sua bottiglia anche su qualche scaffale di qualche negozio in Canton e di un’altra sua bottiglia su qualche scaffale di qualche supermercato di Pechino.

Un altro operatore relativamente noto (ma solo in piccola percentuale rispetto a quel 4% e solo a Jakarta e Singapore, se non solo a Singapore) è Pio Cesare, che veniva di persona a Jakarta (ma non mi pare di averlo mai visto a Shanghai) per rifarsi gli occhi con le batteria di puttane e pagare la cene ai distributori locali, facendoli ubriacare assieme le loro bagasce in quel finto ristorante italiano che s’incastrava stoicamente (e purtroppo penso sia ancora lì) nel sottoscala dell’hotel Mulia.

I venditori italiani di Pio Cesare si disponevano tutti in un’unica tavolata (perché gli italiani devono sempre stare per cazzi loro, tra di loro, e non si sentono molto a proprio agio a stare a tavola con i loro clienti stranieri, dovendo intrattenerli con le loro amenità in lingua inglese) e, per conseguenza sfortunata, Pio Cesare si trovava nel mezzo dell’altra tavolata, da solo, unico italiano, in mezzo ai suoi potenziali distributori indonesiani, simpaticissimi, ed alle loro accompagnatrici allegrissime (e scatenate, dopo il primi tre quarti di litro di vino).

Ma che razza di cena di lavoro era quella? (Per fortuna gli indonesiani non si formalizzano troppo, quando si tratta di mangiare e bere a scrocco, e però perlomeno Pio Cesare si poteva risparmiare l’inutile spesa dei biglietti aerei e di soggiorno e trasferta per la sua banda di scioperati).

E poi neppure lui, Pio Cesare, era capace di dare il buon esempio. Appena accortosi che era in mezzo agli stranieri e che i suoi impiegati erano tutti nella tavolata dietro la sua, a farsi i cavoli loro, anziché attirare loro al suo tavolo, per farli lavorare, è andato lui al loro. Che

personalità, che “leadership” e che poca voglia di fare, sia di lavorare che di rimorchiare donnine allegre. (Niente da fare, gli italiani devono stare tra loro ed è ben dura capire il perché, visto che non sanno fare altro che dispensare stupide barzellette, chiacchiere inutili e tediose riguardo al vestire, alle scarpe, al caldo, alla prossima collezione autunno-inverno, alla macchina che si vogliono comprare, ma che non si comprano, eccetera).

Chi altro c’era? Cavit, naturalmente, uno degli imbottigliatori-esportatori più produttivi d’Italia, i cui vini, tutti prodotti dagli zappaterra e pesta-uva delle valli del Trentino Alto Adige, e quindi non da Cavit, che imbottiglia senza produrre un fico secco, sono certamente più buoni e salubri della varechina-Soave proposta da Zonin e dell’aceto balsamico annacquato venduto per Cabernet da Pio Cesare.

E però anche Cavit ha fatto le sue tristi esperienze in Cina. (E se non ingrani in Cina è anche più inutile e infruttuoso credere di avere successo nel resto dell’estremo oriente).

La prima volta che Giacomini (o si chiamava Giacometti o Giacomelli?) ha fatto un contratto in Cina per un paio di miliardi di lire si è fatto subito fottere tutto il malloppo.

Chi dice di ricordare qualcosa sulla vicenda è un tale che si chiama Ivo Raggi e che, senza saper leggere né scrivere, sembra mettere il naso in tutte le frodi operate in Cina a danno degli italiani, frodi però sempre organizzate proprio da altri italiani (perché se sei italiano, chi ti frega in Cina non è il cinese, è l’italiano). Il

fatto sta che Giacometti, o come cavolo si chiamava, che oramai dovrebbe essere in pensione, per fortuna, dopo aver comandato imperiosamente l’impresa per quasi un secolo, dopo essersi fatto fottere il miliardo, o i due miliardi, certo non verrà a confessarvelo lui di persona, a un dato momento, ha deciso di lasciar perdere con la Cina comunista, giustamente, e per sempre.

Sennonché, dopo dieci, o forse vent’anni, un altro salame di nome Romano Prodi se ne andava in Cina comunista con una delegazione di bambini dell’asilo, tra i quali certo c’era anche il noto analfabeta Massimo D’Alema con il suo stuolo di ruffiani, a far finta d’iniziare ad intrattenere rapporti commerciali con l’impero comunista cinese, attorno al periodo 2006-2008, poco prima delle tragiche olimpiadi, e quando oramai era tutto inutile, perché la Cina aveva già vissuto e finito la sua rivoluzione economica.

I media di regime hanno dato una certa risonanza a questi viaggi in Cina di Stanlio e Ollio (D’Alema e Prodi) e il risultato è stato il solito progetto a “compartecipazione” statale con il quale un consorzio d’aziende si forma per finanziare a metà un’impresa che per l’altra metà è finanziata dei ruffiani degli enti di stato nazionali. Per quanto riguarda i vini italiani, in uno di questi progetti, è rientrata Cavit e Giacometti, suo malgrado, ha dovuto scottarsi un’altra volta giocando col fuoco, e sputtanando altri miliardi, prima di farsi finalmente da parte.

Diciamo che il progetto aveva un nome cretino simile a questo: “piazza Italia” e non era altro che l’idea di aprire

una gastronomia di 3000 metri quadrati, a Pechino, dove si potevano vendere 1500 “referenze”, come diceva l’allora direttore del progetto in Cina, all’uopo assunto per 200 mila euro all’anno, Bruno Arquati.

Il 7 marzo 2007, i quotidiani italiani strombazzavano:

“SUPERMERCATI – La Crai in Cina vetrina dei prodotti italiani.”

I protagonisti di questa impresa che ha preso i fondi e li ha sputtanati senza riuscire a partire, erano:

Crai, appunto,
Cavit, appunto,
Consorzio Grana Padano (quando mai vedrai un cinese che si mangia il formaggio?),
Conserve Italia (conserve senza conservare i fondi)… Consorzio del Prosciutto San Daniele,
SIMEST, finanziaria pubblica per lo sviluppo delle imprese all’estero, he he..

Il partner cinese in Cina, perché hanno anche un socio cinese, si chiama National Silk (e dal nome si capisce subito che non ha un cavolo a che fare con l’agroalimentare), ente di stato per il coordinamento della produzione di seta.

Il progetto prevedeva, PRIMA dell’inizio delle olimpiadi del 2008, l’apertura di 4 super-negozi, due a Shanghai e due a Pechino, per l’apertura (nessuno è stato aperto) dei quali venivano stanziati inizialmente 9 milioni di EURO succhiati dal sangue dei lavoratori contribuenti. Il giro d’affari immaginato dai sognatori CRAI era di 45 milioni di Euro annui, per principiare, e poi di 700 milioni di euro annui in una seconda fase. Il direttore della cantina (Cavit), Giacinto Giacomini, dopo aver finito l’ennesimo giro di degustazioni commenta per il corriere della sega: “Abbiamo aderito con convinzione al progetto di Crai…negli anni ’80avevamo già esplorato il mercato cinese, ma lo avevamo fatto da soli (e facendoci fottere un paio di miliardi dai nostri soci), forse da precursori quando i tempi non erano maturi (e non lo erano neppure nel 2008, come si è visto). Trovammo chiusura e difficoltà nel far apprezzare inostri prodotti soprattutto per le differenza culturali (differenze culturali che permanevano e permangono – gli errori ortografici sono degli analfabeti del corriere) che allora sembravano insormontabili (e ancora lo sono). Oggi le cose sono cambiate (sì, perché oggi si usa il denaro dei contribuenti), la Cina sembra finalmente aperta e più che mai curiosa di sperimetare i prodotti made in Italy (e che ne può sapere Giacomini che non è mai uscito da Rovereto?). E poter approcciare il mercato cinese, con le sue grandi potenzialità, in partnership con altre importanti aziende italiane ci sembra oggi il modo più strutturato e maturo per tornare (a fare i pagliacci) in Cina».

La notizia veniva data nel 2007, in marzo, un solo anno prima della tragedia delle olimpiadi e con essa in sostanza si parlava di un’idea, di un progetto irrealizzabile, di un sogno assolutamente irrazionale, la cui inaugurazione (vedi le scemenze scritte sul corriere della sega) doveva avvenire PRIMA delle olimpiadi del 2008, proprio perché gli analfabeti credevano che tanto bastava per intascare miliardi di fatturato, oltre a quelli che si fottevano dai contribuenti.

L’annuncio fatto sul corriere si cavava da un incontro con il ministro dell’agricoltura, tale Paolo De Castro, ma gli agenti operativi dell’impresa fantasma erano Emanuele Plata, consigliere delegato Crai, e Bruno Arquati, direttore generale dell’impresa costituita per il progetto in Cina comunista, completamente guidati al buio dai bambocci del tipico finto ufficio di consulenza- rappresentanza, che si chiamava ABG (Asia Business Group).

Molto divertenti erano i commenti che facevano i consulenti interessati nella scelta del direttore generale (Bruno Arquati, 210.000 euro di stipendio annuo) da proporre a Crai e al dottore Emanuele Plata, consigliere Crai e poi anche presidente della ditta fantasma in terraferma cinese. In sostanza caldeggiavano la candidatura di Bruno Arquati affermando (per iscritto) che:

b) pur dovendo gestire tutto personale cinese in Cina comunista, purtroppo Bruno non parla né il cinese né, tantomeno, l’inglese, però parla il francese (e sti cazzi?);

c) appena insediato, dovrà subito fare un corso d’inglese (IN CINA) e uno di cinese.

 

Ricapitoliamo il progetto
Tu sai che l’azienda è legata al progetto CRAI per l’apertura di un centro (da quattro iniziali erano scesi ad uno) di 3000 metri quadrati a Pechino.

Nel centro il 40% doveva essere dedicato alla

ristorazione e il resto alla gastronomia italiana.

La struttura a dicembre 2007 era rimasta come era un anno prima, non avevano fatto nessun lavoro.

Quanto pagavano di affitto per 3000 metri? 1 milione di EURO all’anno.

Ma sai quante mura compri a Pechino con un milione di Euro?
E vuoi sapere quanto guadagna il Direttore Generale che hanno assunto? 210 mila euro all’anno.

Italiano, 50 anni circa, si chiamava Bruno Arquati, “non parlava il cinese e nemmeno l’inglese. In compenso parlava il francese”.

Ma se parlava francese che cavolo veniva a fare in Cina?
Il francese può essere utile solo per lavorare in Francia o in Africa, forse lo parla ancora qualcuno in VietNam.

Stai certo che in Cina non lo parla nessuno.

Arquati avrebbe dovuto gestire una struttura di un centinaio di persone, quasi tutti cinesi e non parlava l’inglese.

Arrivato a Pechino “lo iscriveranno ad un corso intensivo di inglese e ad un altro corso per elementi basici di cinese”.

Ma che cavolo di barzelletta sarebbe? Se vuoi imparare

l’inglese andrai negli USA, oppure in Inghilterra o in Australia. Per mal che vada lo studierai in Italia, ma come ti viene in mente di studiare l’inglese in un paese che è proprio quello dove l’inglese si parla peggio?

“Lascia perdere” mi diceva in privato uno degli operatori coinvolti direttamente nell’impresa, “Siamo dei pagliacci. Pensa che con quel progetto abbiamo metà del capitale offerto da gentile disposizione di denaro pubblico. Il resto del gruppo è formato dalle aziende che conosci e abbiamo anche un socio cinese. Siamo dei Pagliacci. Allora senti questa. Lo stato italiano è socio al 50%, le altre aziende del gruppo tutte al 10%. Il socio cinese ha conferito il 10% del capitale come tutti gli altri. Però, alla riunione di oggi ha chiesto di innalzare la sua quota al 51%”.

– “E che problema c’è? Meglio, così paga lui il milione di affitto e lo stipendio del GM”.
– “Col cazzo. Il socio cinese vuole innalzare la sua quota senza apportare capitale. Pensa che faccia di culo. Ha proposto in riunione, davanti a tutti i rappresentanti di ciascun gruppo di avere la maggioranza; così, dice, siccome “noi siamo il partner cinese, saremo quelli che si occuperanno di gestire tutte le questioni formali e le autorizzazioni per permessi, etichette, licenze, eccetera. Se

andiamo dinanzi alle autorità mostrando che deteniamo una quota bassa, non ci danno le risposte altrettanto rapidamente di come ce le darebbero se invece mostrassimo che siamo soci al 51%”. Diciamo che se apportano capitale possiamo discuterne. No, dicono loro, voi tenete pure la maggioranza delle quote, solo che sullo statuto scriviamo che la maggioranza la teniamo noi. E per statuto vuol dire che loro diventano il

padrone di maggioranza in senso formale e sostanziale, anche se non hanno cacciato una lira…”

Emanuele Plata si è dimesso da Crai attorno all’aprile del 2008 e di lui si sono perse le tracce. Non è escluso che non gli sia stato consentito di lasciare la terraferma cinese fino a pagamento del debito con i fornitori. Mi pare che Bruno non sia rimasto più di qualche mese, senza combinare nulla e prendendosi 10 mila euro al mese, sempre senza combinare nulla, ma deve essere scappato prima della trasferta forzosa di Emanuele.

È la storia più stupida e incredibile che abbia sentito fin qui in terraferma cinese, e ti assicuro che ne ho viste e sentite tante.

Nel 2005 l’industria pesante solo di Shanghai contava 14.769 imprese che impiegavano 2,65 milioni di addetti. Le società a capitale straniero (FIEs nel 2005 erano 3.779, e occupavano 999.700 persone

La patetica presenza italiana era di 217 imprese, di cui: • 108 uffici di rappresentanza (investimento zero);
• 77 società a totale capitale straniero (WFOE);
• 19 joint-venture con partner cinesi (dove amministra come vuole il socio cinese senza far capire nulla al socio italiano);

• 13 Trading company.

Solo 62 imprese italiane svolgevano attività manifatturiere (soprattutto nel settore meccanico, tessile ed agroalimentare), mentre le altre 154 offrivano differenti categorie di servizi nel cui ambito gli
aggregati più numerosi erano:

36 trading e distribuzione;

20 società di consulenza; 12 spedizionieri;
9 banche.

Tolti gli spedizionieri, vedi bene, gli altri davano sostanzialmente consulenza (che dovrebbero fare gli enti di stato), o si proponevano come intermediari di non si sa bene cosa (“noi facciamo import export” – “e di cosa?” – “di tutto! Dalla spilla al missile!”).

Della situazione di oggi è meglio non parlare.

La rivoluzione economica cinese si ha dal 1979, i ruffiani degli enti di stato italiani se ne sono accorti nel 2007, quando oramai era troppo tardi, e solo per via delle olimpiadi. Le imprese italiane che sopravvivono in Cina sono pochissime (se fai il confronto con quelle tedesche, per esempio) e il problema sta tutto nell’inutilità degli enti di stato preposti all’assistenza, capaci solo di fare e dire scempiaggini, in cambio di stipendi milionari, come si vede nell’esempio di sopra.

 

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Pubblicato da economia, finanza e fisco

Come si gestisce l'impresa che sopravviva nel nostro sistema economico-giuridico? Cos'è il sistema economico e come funziona? Come funziona l'impianto giuridico-economico in Italia, in Europa e nel resto del mondo? Cosa studiano e a cosa servono gli economisti? Cosa studiano e a che servono gli insegnanti di economia politica? Come si controllano il sistema economico, i processi di produzione e consumo, di tutte le categorie di aziende? Come continuare ad ignorare il problema monetario, e il problema dell'alienazione del monopolio della sovranità monetaria, nonostante il tema sia stato oramai ampiamente descritto, spiegato, e le spiegazioni distribuite?

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